articoli di psicologia della Dott.ssa Silvia Boniolo

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Ansia, isolamento e tesi di laurea

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Gentile Mara, dal suo racconto emerge chiaramente quanto questa situazione stia incidendo sulla sua vita. La tesi non rappresenta soltanto un elaborato da concludere, ma sembra essere diventata il punto attorno a cui ruotano ansia, senso di fallimento, isolamento e la percezione di non riuscire ad andare avanti. Mi ha colpito un aspetto: lei scrive di non aver mai avuto difficoltà psicologiche prima di questo percorso e che gli attacchi di panico sono comparsi proprio in relazione alla ricerca del relatore e, successivamente, alla stesura della tesi. Non possiamo sapere con certezza perché sia accaduto, ma è evidente che questo progetto abbia assunto un peso emotivo molto più grande del suo valore accademico. Un altro elemento significativo è che descrive la tesi come qualcosa che non sente più suo, ma del relatore. Quando si ha la sensazione di perdere il controllo sul proprio lavoro e di non riuscire più a soddisfare le aspettative, è comprensibile che possano comparire scoraggiamento, rabbia e difficoltà a riconoscere le proprie competenze, anche quando gli altri le vengono riconosciute. Vorrei però soffermarmi su ciò che racconta rispetto agli attacchi di panico quotidiani, all'isolamento e all'apatia. Questi aspetti suggeriscono che la sofferenza stia andando oltre la gestione di una tesi universitaria e stia coinvolgendo il suo benessere psicologico in modo più ampio. Per questo motivo, oltre a cercare strategie per affrontare il lavoro accademico, credo che sarebbe importante non affrontare da sola questo momento. Un confronto con uno psicologo potrebbe aiutarla sia a comprendere ciò che sta mantenendo questo circolo di ansia e blocco, sia a recuperare gradualmente un senso di efficacia, senza che il valore personale coincida con l'esito della tesi. Il fatto di essere fuoricorso e di vedere nella laurea un passaggio fondamentale per il suo futuro rende comprensibile il desiderio di concludere quanto prima. Proprio per questo, prendersi cura anche del suo benessere psicologico non sarebbe una deviazione dall'obiettivo, ma potrebbe rappresentare una risorsa per raggiungerlo. Le auguro di riuscire a ritrovare, passo dopo passo, uno spazio in cui la tesi torni a essere una parte del suo percorso, senza diventare la misura del suo valore o del suo futuro. Un cordiale saluto, Dott.ssa Silvia Boniolo...

Sensazione di blocco

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Gentile Riccardo, quello che descrive sembra essere un periodo in cui si è trovato a dover sostenere contemporaneamente diverse pressioni: il percorso universitario ancora da completare, le difficoltà economiche, il lavoro e, insieme a tutto questo, paure e insicurezze che sembrano rendere più difficile anche capire da dove iniziare. Quando ci sentiamo bloccati, può essere spontaneo pensare di dover prima ritrovare la motivazione o la sicurezza necessaria per poter agire. In realtà, spesso è proprio il contrario: fare chiarezza su ciò che ci sta mettendo in difficoltà e procedere per piccoli passi può aiutarci gradualmente a recuperare un senso di efficacia e di fiducia nelle nostre capacità. Nel suo caso potrebbe essere utile partire distinguendo ciò che appartiene a piani diversi. Da una parte ci sono aspetti concreti, come le tasse universitarie, l'organizzazione dello studio e del lavoro e la possibilità di completare il percorso di studi. Dall'altra ci sono le paure, le insicurezze e la difficoltà a riconoscere ed esprimere in modo equilibrato ciò che sente. Lavorare su entrambi i livelli potrebbe aiutarla a non vivere l'intera situazione come un unico grande problema difficile da affrontare. Per questo, prima ancora di chiedersi quale percorso di gruppo scegliere, potrebbe essere utile un primo confronto con uno psicologo, che possa aiutarla a comprendere meglio cosa alimenta questo senso di blocco e quali risorse può già utilizzare. Un percorso di gruppo può essere una possibilità, soprattutto se orientato alla gestione dell'ansia, all'autostima o alla consapevolezza emotiva, ma la sua utilità dipende molto da ciò di cui ha bisogno in questo momento. E non sottovaluterei una cosa: il fatto che lei riesca a riconoscere di voler "dare qualcosa in più" e che stia cercando un modo per stare meglio indica che, nonostante la sensazione di essere fermo, c'è già una parte di lei che sta cercando una direzione. Potrebbe quindi partire non dalla richiesta di "stare bene con se stesso" in senso generale, ma da una domanda più concreta: "che cosa mi sta bloccando oggi e qual è il primo piccolo passo che posso realisticamente compiere?" Da lì si può iniziare a costruire il resto. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Storia parallela

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Gentile Cristina, quello che ha scoperto rappresenta una ferita importante, non soltanto per la scoperta del tradimento, ma anche per tutto ciò che viene messo in discussione insieme ad esso: tre anni di relazione, i progetti condivisi, la fiducia e persino la possibilità di costruire un futuro insieme. È quindi comprensibile che oggi lei si chieda come sia stato possibile che una persona adulta abbia potuto comportarsi in questo modo. Probabilmente sta cercando una spiegazione che le permetta di dare un senso a qualcosa che, dal suo punto di vista, è profondamente inconciliabile con ciò che pensava fosse la vostra relazione. Purtroppo, però, non sempre la spiegazione che cerchiamo dall'altra persona arriva. E il suo silenzio, per quanto doloroso e frustrante, è una scelta di cui è responsabile lui. Non è necessario trovare una giustificazione al suo comportamento per riconoscere quanto questo sia stato lesivo nei suoi confronti. Essere adulti non significa necessariamente possedere la capacità di affrontare le conseguenze delle proprie scelte, comunicare con chiarezza o assumersi responsabilità emotive. Il fatto che lui non lo stia facendo non rende meno legittime le sue domande, ma potrebbe essere importante non affidare esclusivamente a lui la possibilità di chiudere questa storia. In questo momento potrebbe essere utile spostare gradualmente la domanda da "come ha potuto farlo?" a "che cosa è successo a me e di cosa ho bisogno adesso?". Potrebbe esserci rabbia, dolore, incredulità, senso di umiliazione, paura per il futuro o anche il bisogno di ripercorrere continuamente ciò che è accaduto per cercare di capire dove siano iniziati gli inganni. Sono reazioni comprensibili dopo una scoperta di questo tipo. Non deve necessariamente avere già tutte le risposte né decidere subito come elaborare questa esperienza. Può concedersi il tempo di attraversare ciò che è accaduto e, se sente che il dolore o i pensieri diventano difficili da gestire, valutare il sostegno di uno psicologo. Uno spazio professionale potrebbe aiutarla soprattutto a elaborare la rottura della fiducia e a ricostruire gradualmente un senso di sicurezza e di fiducia in se stessa. Il suo comportamento non definisce il suo valore, né cancella ciò che lei ha vissuto e investito nella relazione. Tre anni non sono stati "cancellati" perché lui ha scelto di comportarsi in questo modo. Quello che è accaduto può essere elaborato e, con il tempo, trasformato in qualcosa che appartiene alla sua storia senza continuare a determinare il suo futuro. Un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Problemi di blocco

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Gentile Teresa, da ciò che racconta sembra che nella vostra relazione ci sia stato un passaggio molto importante: da un inizio caratterizzato da grande coinvolgimento e vicinanza a una fase in cui entrambi sembrate fare più fatica a sentirvi realmente connessi. Gli otto mesi di distanza possono aver avuto un peso, anche se il viaggio era stato programmato prima che la relazione iniziasse e quindi non rappresentava una scelta di allontanarsi da lui. Allo stesso tempo, il fatto che lui abbia vissuto quella distanza come una forma di "abbandono" può aver lasciato una ferita nella sua fiducia e nel modo in cui oggi vive la relazione. Sarebbe però importante distinguere ciò che è accaduto concretamente da ciò che ciascuno di voi ha vissuto emotivamente. Anche la difficoltà nella sessualità potrebbe essere letta all'interno di questo quadro più ampio. La diminuzione del desiderio e dell'eccitazione non indica necessariamente che non ci sia più attrazione o che la relazione sia destinata a finire. La sessualità può risentire molto della distanza emotiva, del risentimento, della difficoltà a sentirsi al sicuro nella relazione e delle tensioni che rimangono non espresse. Mi sembra significativo anche ciò che racconta di sé: percependo lui distante e molto concentrato sul lavoro, lei tende a sentirsi invisibile e a ritirarsi per proteggersi dalla sofferenza. Potrebbe così crearsi un circolo in cui più lei si ritira, più lui può percepire distanza, e più entrambi finiscono per allontanarsi invece di ritrovare un contatto. Forse, quindi, la domanda non è tanto "come posso sbloccarlo?", perché non è possibile sbloccare l'altra persona al suo posto. La domanda potrebbe diventare: "riusciamo entrambi a comprendere cosa è successo tra noi e a costruire nuovamente uno spazio di vicinanza?" Avete già fatto una scelta importante decidendo di provare a stare insieme e iniziando una convivenza. A questo punto potrebbe essere utile provare a trasformare il "ci vogliamo ancora, ma non riusciamo a stare bene" in un confronto più concreto: che cosa significa per ciascuno sentirsi scelto, importante e desiderato nella relazione? Di che cosa avete bisogno l'uno dall'altra? E soprattutto, che cosa siete entrambi disposti a fare concretamente per ricostruire la fiducia e la vicinanza? Infine, cercherei di non perdere di vista anche il suo vissuto. Sentirsi invisibile nella propria relazione può essere molto doloroso. Non deve necessariamente diventare più silenziosa o ritirarsi per proteggersi: anche il suo bisogno di attenzione, presenza e reciprocità merita di essere ascoltato e portato nella relazione. Un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Come superare il senso di non essere la prima scelta nella relazione?

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Gentile Alessio, il suo racconto mostra quanto questa situazione tocchi un punto molto profondo, che sembra andare oltre le scelte compiute dalla sua compagna nel passato. La ferita che descrive sembra riguardare soprattutto il significato che quelle scelte hanno assunto per lei: "se ha investito così tanto in un'altra persona e non è tornata da me, forse io valevo meno, forse non ero abbastanza, forse sono stato una seconda scelta". È comprensibile che questa interpretazione possa essere molto dolorosa, soprattutto considerando che la vostra prima separazione era già stata vissuta da lei come un'esperienza fortemente dolorosa. Il rischio, però, è che le scelte sentimentali di una persona diventino una sorta di graduatoria del valore dell'altra: quanto ha fatto per quella persona, quanto ha sopportato, quanto tempo ci è rimasta, cosa ha fatto per lei e cosa fa oggi per me. Ma le relazioni non funzionano necessariamente secondo questa logica. Una persona può rimanere per anni in una relazione che non le fa bene per molte ragioni, così come può non avere la capacità o il coraggio di tornare verso una persona importante. Il fatto che la sua compagna abbia fatto determinate scelte allora non costituisce una misura del suo valore né dimostra automaticamente che l'altra persona fosse "più importante" di lei. C'è poi un secondo aspetto, che mi sembra particolarmente importante. Lei oggi sta cercando di capire come distinguere la donna che ha davanti dalla persona che ha compiuto quelle scelte molti anni fa. Probabilmente non può farlo soltanto attraverso ulteriori spiegazioni sul passato. Può farlo soprattutto osservando il presente: come si comporta oggi con lei? È presente? È coerente? Si assume le proprie responsabilità? È disponibile a costruire insieme? Riesce, anche se con difficoltà, a confrontarsi con ciò che la ferisce? Da ciò che racconta, lei riconosce che oggi la sua compagna è presente e cerca vicinanza e condivisione. Questo elemento merita di avere un peso nella valutazione della relazione attuale, senza però negare il fatto che alcune sue modalità, come la chiusura quando affrontate temi dolorosi e il fatto di aver inizialmente negato un episodio, abbiano effettivamente danneggiato la sua fiducia. Ed è proprio qui che distinguerei tra fiducia e certezza. La fiducia non significa avere la garanzia assoluta che non esistano altre cose che lei non conosce. Una relazione non può offrire questo tipo di certezza. Significa, piuttosto, poter tollerare una certa quota di inevitabile non sapere sulla storia dell'altro e scegliere di basarsi, nel tempo, sulla sua coerenza presente. Forse il lavoro personale che può aiutarla non consiste quindi nel convincersi che "non dovrebbe importarle" ciò che è successo, ma nel comprendere perché il passato continui a funzionare come una prova del suo valore personale. Quando si accorge di confrontarsi con ciò che lei ha fatto per l'altra persona, potrebbe provare a fermarsi e chiedersi: "sto cercando di comprendere il suo passato o sto cercando una conferma del mio valore?" Questa distinzione può essere molto importante, perché il secondo bisogno non potrà mai essere completamente soddisfatto dalle risposte della sua compagna. Potrebbe infatti ottenere una spiegazione, poi emergere un nuovo dettaglio, un nuovo confronto o un nuovo dubbio. E il bisogno di rassicurazione rischierebbe di alimentarsi continuamente. Allo stesso tempo, lavorare su di sé non significa assumersi da solo la responsabilità di una fiducia che è stata danneggiata anche da dinamiche della relazione. La ricostruzione della fiducia è un processo a due: lei può lavorare sulla propria ferita e sulla tendenza al confronto, mentre la sua compagna può lavorare sulla possibilità di essere trasparente, presente e disponibile ad affrontare ciò che ancora fa male. Considerata la profondità con cui questa esperienza sembra coinvolgere il suo senso di valore personale, un percorso psicologico individuale potrebbe essere uno spazio utile per lavorare sulla ferita del "non essere stato scelto", distinguendola progressivamente dalla relazione attuale. Potrebbe essere altrettanto utile, se entrambi lo desiderate, un percorso di coppia per affrontare ciò che è accaduto alla fiducia tra voi. L'obiettivo, in fondo, non è arrivare a dimostrare che lei oggi la sceglie più di quanto abbia scelto qualcun altro in passato. È arrivare a non dover più competere con una persona che appartiene alla sua storia passata per sentirsi degno di essere scelto nel presente. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Lei non si vuole impegnare

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Gentile E., da ciò che racconta sembra esserci una bella sintonia tra voi e, allo stesso tempo, una differenza importante rispetto a ciò che desiderate in questo momento. Lei sembra stare bene con lei, si è aperta e non esclude che in futuro possa nascere una relazione, ma oggi le sta dicendo con abbastanza chiarezza che non vuole modificare il vostro rapporto e che ha altre priorità. Questo non significa necessariamente che non sia interessata a lei o che non possa mai innamorarsi. Significa però che, **oggi, non è disponibile a offrirle la relazione che lei desidera**. Ed è importante prendere sul serio entrambe le cose, senza trasformare quel "forse un giorno" in una promessa sul futuro. La domanda quindi forse non è tanto "devo lasciarla perdere o continuare a frequentarla?", quanto: **riesco a vivere questa frequentazione per quello che è oggi, senza aspettare che diventi necessariamente ciò che desidero?** Se la risposta è sì, può continuare a conoscerla e vedere come evolve naturalmente il rapporto. Ma dovrebbe farlo senza mettersi nella posizione di doverla convincere, aspettare che cambi idea o dimostrarle di essere la persona giusta perché finalmente scelga una relazione. Se invece sente già che, mentre la frequenta, si sta innamorando e che l'assenza di un progetto condiviso le provoca ansia, aspettative e sofferenza, è altrettanto legittimo prendere un po' di distanza. Non sarebbe una punizione nei suoi confronti e nemmeno una rinuncia dettata dalla paura: sarebbe il riconoscimento di un proprio bisogno. Un altro aspetto importante è che lei parla di "garanzia di un futuro". In una relazione, però, una garanzia non può esserci nemmeno quando due persone decidono di stare insieme. Quello che può esserci è una disponibilità reciproca a costruire qualcosa nel presente. Ed è proprio questo che, per ora, sembra mancare. Cercherei quindi di non vivere questa situazione come una scelta tra "rischiare di soffrire" e "proteggermi lasciandola". Una certa vulnerabilità fa inevitabilmente parte dell'innamoramento. Il punto è capire se la situazione attuale è compatibile con ciò che lei desidera e con ciò che riesce a sostenere emotivamente. Può anche darsi che il rapporto evolva, così come può darsi che non accada. Non è qualcosa che lei può controllare. Quello che può controllare è il modo in cui decide di stare in questa relazione oggi, senza mettere la propria vita in sospeso in attesa di un possibile futuro. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Dipendenza affettiva?

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Gentile Benedetta, capisco quanto possa essere frustrante essere già consapevole di una propria difficoltà, aver iniziato un percorso psicologico proprio per affrontarla e ritrovarsi ancora a stare molto male quando la persona che ami si allontana, anche solo per qualche giorno. La prima cosa che vorrei dirle è che il fatto che questa reazione sia ancora presente non significa che il suo percorso non stia funzionando e nemmeno che lei sia destinata a vivere sempre così. Cambiare alcuni schemi emotivi profondi richiede tempo e, soprattutto, non significa necessariamente arrivare a non provare più paura o bisogno dell'altro. Forse l'obiettivo non dovrebbe essere "far passare" completamente quella sensazione, ma imparare gradualmente a riconoscerla, comprenderla e attraversarla senza che sia lei a decidere come comportarsi nella relazione. Quando il suo compagno le dice che dovrà andare via per qualche giorno, per esempio, potrebbe attivarsi qualcosa di molto più profondo del semplice dispiacere per la sua assenza: potrebbe comparire la paura di essere lasciata, di non essere abbastanza importante, di perdere la persona amata o di non riuscire a stare bene senza di lei. In quel momento la sofferenza è reale, anche se ciò che la mente teme non sta necessariamente accadendo. E c'è un aspetto che mi sembra particolarmente importante: lei dice di arrabbiarsi con se stessa perché "non riesce ancora a farla passare". Provi, per quanto possibile, a non trasformare questa difficoltà in una seconda battaglia contro se stessa. Alla paura di perdere l'altro si aggiunge altrimenti la paura di essere lei stessa il problema e di "rovinare tutto". Questo può aumentare ulteriormente l'ansia. Il fatto che oggi si trovi in una relazione con una persona diversa può anche diventare un'importante occasione di esperienza correttiva: imparare, poco alla volta, che l'altro può allontanarsi e tornare, che una distanza non equivale necessariamente a un abbandono e che lei può stare bene anche durante la sua assenza. Visto che sta già facendo un percorso psicologico, porterei proprio questo episodio concreto in seduta. Non soltanto dicendo "ho ancora dipendenza affettiva", ma provando insieme al suo psicologo a ricostruire cosa succede dentro di lei dal momento in cui lui dice "devo partire" fino al momento in cui lui torna. Quali pensieri compaiono? Quali emozioni? Quali comportamenti sente l'impulso di mettere in atto? E soprattutto, che cosa teme possa accadere se non fa nulla per tranquillizzarsi? È possibile che il lavoro più importante sia proprio lì. E alla sua domanda "passerà mai?" risponderei così: non è necessario aspettare il giorno in cui non proverà più nulla. Il cambiamento può consistere nel poter provare quella paura senza esserne travolta, senza dover controllare l'altro e senza mettere in discussione il valore della relazione ogni volta che c'è una distanza. Non deve diventare una persona che non ha bisogno di nessuno. Può diventare una persona capace di amare profondamente qualcuno senza perdere se stessa quando quella persona non è accanto a lei. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Non riesco a dormire fuori

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Gentile Benedetta, quello che racconta non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. Il fatto che questa difficoltà sia presente fin da bambina suggerisce che dormire fuori casa possa attivare una risposta di ansia particolarmente intensa, soprattutto quando si trova lontana dal suo ambiente abituale e dalle persone che le danno sicurezza. Quando l'ansia arriva a livelli elevati, il problema non è necessariamente il dormire fuori in sé, ma ciò che il cervello ha imparato ad associare a quella situazione: "sono lontana da casa, potrei stare male, potrei avere bisogno di tornare indietro e non riuscirci". A quel punto l'allontanamento da casa diventa qualcosa da evitare e l'evitamento, pur dando sollievo nell'immediato, tende a mantenere la paura nel tempo. Dopo 4 o 5 anni senza provare a dormire fuori, quindi, non sarebbe strano che il primo tentativo possa sembrarle ancora molto difficile. Non significa però che non possa cambiare. Probabilmente sarebbe più utile non porsi come obiettivo immediato "devo riuscire a dormire fuori", ma costruire una sorta di percorso graduale. Potrebbe iniziare da situazioni che le provocano un'ansia presente ma ancora gestibile, per esempio trascorrere una serata fuori fino a tardi, poi fermarsi a dormire in un luogo molto familiare e con una persona di fiducia, successivamente provare una notte fuori in una situazione un po' meno rassicurante e procedere gradualmente verso situazioni più impegnative. L'importante è non aspettare di sentirsi completamente tranquilla prima di provare. Se aspettiamo che l'ansia scompaia del tutto, rischiamo di rimandare continuamente. L'obiettivo è piuttosto fare esperienza del fatto che possiamo sentire un po' di ansia e rimanere comunque nella situazione, scoprendo progressivamente che quella sensazione può diminuire anche senza dover scappare. Anche il desiderio di riuscirci per poter viaggiare con il suo ragazzo può diventare una motivazione positiva, ma cercherei di non trasformarlo in una prova da superare. Non deve dimostrare di essere come i suoi coetanei. Deve semplicemente permettere a se stessa di fare un'esperienza che oggi desidera e che finora la paura le ha impedito di vivere. E soprattutto, provi a togliere dalla situazione il giudizio "sono sbagliata". Avere una difficoltà che gli altri non sembrano avere può far sentire diversi, ma non dice nulla sul proprio valore o sulla propria maturità. È una paura che ha imparato a evitare e che, con gradualità, può anche imparare ad affrontare. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Problemi di comunicazione in famiglia

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Buongiorno, Capisco la preoccupazione che descrive, soprattutto considerando che sua sorella vorrebbe recarsi da sola, per una settimana, a casa di una persona conosciuta online e che non avete mai incontrato. È comprensibile che lei e sua madre vogliate proteggerla. Allo stesso tempo, però, mi sembra che nella situazione attuale il tema della sicurezza si sia intrecciato con quello del controllo e dell'autonomia, e questo rischia di rendere ogni confronto ancora più conflittuale. Il fatto che sua sorella sia maggiorenne significa che, per quanto possa essere difficile accettarlo, può prendere decisioni che voi non condividete. Questo non significa che dobbiate essere d'accordo o che non possiate esprimere le vostre preoccupazioni. Significa però che probabilmente cercare di convincerla con insistenza, impedirle di partire o dirle che la sua relazione non è "vera" perché nata online difficilmente la porterà ad ascoltarvi. Potrebbe invece aumentare la sua necessità di difendere quella relazione e di prendere le distanze da voi. Proverei quindi a cambiare posizione: non tanto "devi capire che stai sbagliando", ma "io sono preoccupata per alcuni aspetti e vorrei aiutarti a tutelarti". Una relazione nata online può essere autentica e importante per chi la vive, ma proprio perché l'incontro dal vivo comporta elementi che non si possono conoscere attraverso una chat, è ragionevole adottare alcune precauzioni. Per esempio, se decidesse comunque di partire, sarebbe importante che voi conosciate almeno l'identità della persona, l'indirizzo in cui soggiornerà, che abbia un modo autonomo per spostarsi e tornare indietro, che disponga dei propri documenti e dei propri soldi e, soprattutto, che abbia la possibilità di contattarvi in qualsiasi momento senza sentirsi giudicata o rimproverata. Lasciarle una porta aperta non significa approvare la sua scelta: significa fare in modo che, qualunque cosa accada, sappia di poter tornare da voi. Quanto al vostro rapporto, forse in questo momento l'obiettivo non dovrebbe essere convincerla a cambiare idea, ma recuperare un minimo di comunicazione. Potrebbe essere utile dirle qualcosa come: "Non sono d'accordo con alcune tue scelte e continuo ad avere delle preoccupazioni, ma non voglio che ogni volta che ne parliamo finiamo per litigare. Vorrei che tu sapessi che, anche se la pensiamo diversamente, io ci sono". Il rapporto con sua sorella non deve necessariamente essere recuperato facendole cambiare idea. A volte si ricomincia proprio dal riconoscere che può essere una persona adulta con cui non condividiamo alcune scelte, ma con cui possiamo comunque mantenere un legame. E c'è un'ultima cosa che terrei distinta: se oltre alla vostra preoccupazione per il viaggio avete osservato cambiamenti importanti e persistenti nel suo comportamento, forti crisi emotive, isolamento, difficoltà nel funzionamento quotidiano o una dipendenza molto intensa dalle relazioni online, allora potrebbe essere utile approfondire anche questo aspetto con un professionista. Non perché il fatto di avere relazioni online o di voler incontrare qualcuno sia di per sé indice di una difficoltà psicologica, ma perché sarebbero i cambiamenti complessivi nel suo funzionamento a meritare attenzione. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Ho perso il rapporto con mia sorella

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Gentile Giorgia, da quello che racconta, sembra che tra voi si sia instaurata una dinamica che ormai fa soffrire entrambe, e forse il primo passo è proprio provare a uscire dalla contrapposizione tra “lei è troppo fragile” e “io sono quella che dice le cose come stanno”. È possibile che sua sorella abbia una particolare sensibilità al confronto, al dissenso o alla possibilità di sentirsi criticata, e che reagisca alzando rapidamente il livello emotivo, fino al pianto o all'allontanamento. Ma questo non significa che lei debba camminare sulle uova o rinunciare a esprimere ciò che pensa. Allo stesso tempo, però, definire il suo modo di reagire come “insopportabile”, dirle che starebbe bene soltanto con persone “apatiche e prive di emozioni” o arrivare a sentirsi così esasperata da pensare di prenderla a sberle ci dice quanto lei sia ormai stanca e arrabbiata. E quando si arriva a questo livello di esasperazione, probabilmente continuare a discutere nello stesso modo non porta più da nessuna parte. Le suggerirei quindi di separare due questioni: non può controllare il modo in cui sua sorella reagisce, ma può decidere come vuole comunicare con lei e quali limiti mettere quando una conversazione diventa troppo accesa. Per esempio, invece di correggerla nel momento in cui accade qualcosa, può provare a esprimere ciò che le serve senza trasformarlo in un rimprovero: “Mi dà fastidio quando succede questa cosa, possiamo trovare un modo diverso di organizzarci?”. Non si tratta di darle ragione né di giustificare ogni sua reazione. Si tratta di capire se esiste ancora uno spazio per incontrarsi, senza che una debba necessariamente diventare più dura e l'altra più fragile. E forse, visto che vivete ancora insieme, può essere utile anche accettare che non dovete necessariamente essere compatibili in tutto. Avere un buon rapporto tra sorelle non significa essere d'accordo, né riuscire a dirsi qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Può significare anche imparare a riconoscere i rispettivi limiti e costruire una distanza sufficientemente sana, senza per questo dover perdere necessariamente il legame....

Non so dove andrà a finire

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Gentile B., da quello che racconta, mi sembra che il bacio avvenuto in vacanza sia arrivato dentro una situazione di coppia che era già in sofferenza da tempo. Questo non significa che il tradimento possa essere attribuito semplicemente alle difficoltà del suo compagno, perché quella scelta rimane sua, ma può essere importante comprendere che cosa l'ha resa particolarmente vulnerabile a ciò che è accaduto. Il ragazzo conosciuto in vacanza sembra aver intercettato proprio alcuni bisogni che in questo momento sente poco soddisfatti nella sua relazione: sentirsi desiderata, apprezzata, vista nella sua estroversione, nella sua simpatia e nella sua voglia di vivere. È comprensibile che quelle parole abbiano avuto un impatto forte, soprattutto dopo aver sentito dal suo compagno che proprio alcune di queste caratteristiche che lei considera parte importante di sé sono invece vissute da lui come un eccesso. Questo però non significa necessariamente che l'altro ragazzo sia “la persona giusta” o che il suo compagno sia “quello sbagliato”. Potrebbe semplicemente averle mostrato, in modo molto intenso, quanto oggi senta la mancanza di una certa dimensione nella sua relazione. Trovo quindi sensata la decisione di non concentrarsi soltanto sul senso di colpa per ciò che è successo, ma di chiedersi che cosa stava accadendo dentro di lei prima di quel momento. Che cosa le mancava? Da quanto tempo? Quanto è legato al periodo che sta attraversando il suo compagno e quanto invece riguarda caratteristiche più stabili della sua personalità e del suo modo di vivere la relazione? E soprattutto, se nulla cambiasse, riuscirebbe a immaginarsi serenamente in questa relazione tra qualche anno? Anche l'affermazione del suo compagno sul suo “non riuscire a stare sola” merita di essere esplorata, senza prenderla né come una verità né come un'offesa. Lei può essere una persona intraprendente, socievole e amante delle esperienze e, allo stesso tempo, potrebbe essere utile chiedersi se qualche volta il bisogno di fare, uscire e avere stimoli sia anche un modo per non stare a contatto con la solitudine o con emozioni più difficili. Mi sembra positivo che lei abbia deciso di intraprendere un percorso personale. Più che cercare immediatamente di stabilire se questa relazione debba finire o continuare, potrebbe utilizzare questo spazio per comprendere meglio i propri bisogni, il proprio modo di stare nella relazione e ciò che è realmente disposta ad accettare o meno nel lungo periodo. Una volta fatta maggiore chiarezza su questo, sarà anche più semplice decidere che cosa fare della relazione e come affrontare ciò che è successo in vacanza. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Non credo che cambierò mai

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Gentile Anna, capisco perché sia arrivata a chiedersi se potrà mai cambiare, soprattutto perché alcune delle esperienze che racconta sembrano confermare proprio la sua paura più profonda: affezionarsi a qualcuno e poi essere sostituita o lasciata indietro. E credo che sia importante dirle una cosa: il fatto che alcune persone l'abbiano effettivamente delusa non significa che la sua paura dell'abbandono sia immotivata, ma nemmeno significa che ogni futura relazione finirà necessariamente allo stesso modo. Mi sembra inoltre che lei abbia già individuato un punto importante: fare sport, coltivare hobby e uscire di casa possono essere utili, ma non risolvono da soli la sofferenza che prova quando una persona a cui tiene si allontana. Il lavoro non dovrebbe quindi essere imparare a stare sempre bene da sola o smettere di avere bisogno degli altri. Potrebbe essere piuttosto imparare a stare dentro l'incertezza delle relazioni senza che ogni cambiamento venga immediatamente vissuto come una conferma del proprio essere “seconda scelta”. L'esempio del ragazzo con cui ieri non ha parlato è molto significativo. Il dato reale è semplicemente che per un giorno non vi siete sentiti. Da lì, però, la sua mente costruisce rapidamente diverse possibilità: si è stancato di me, sta parlando con una ragazza più bella, non gli interesso più. Non significa che lei sia irrazionale o che questi pensieri siano volontari. Probabilmente sono modalità di protezione che ha imparato nel tempo, dopo esperienze in cui effettivamente ha perso persone importanti. Il problema è che oggi questa protezione rischia di farle vivere continuamente l'abbandono prima ancora che sia avvenuto. E qui credo ci sia uno spazio concreto per migliorare. Non necessariamente attraverso il tentativo di diventare più indipendente o di avere una vita così piena da non sentire più il bisogno degli altri, ma imparando a distinguere ciò che sta realmente accadendo da ciò che teme possa accadere. “Non mi ha scritto oggi” è un fatto. “Si è stancato di me” è un'interpretazione. “Mi sostituirà con una ragazza più bella” è una previsione. Imparare a tenere separate queste tre cose può sembrare semplice, ma richiede esercizio e può diventare un lavoro psicologico molto concreto. Anche il fatto di aver incontrato tre professionisti senza sentirsi compresa non significa necessariamente che il percorso psicologico non possa aiutarla. Probabilmente avrebbe senso cercare un professionista con cui senta una buona sintonia e portare proprio questo tema al centro del lavoro: non soltanto “come faccio a stare bene da sola?”, ma “come posso costruire relazioni senza vivere costantemente nella paura di perderle?”. E c'è un'ultima cosa che mi sembra importante nel suo racconto: lei dice di essere sempre stata “vediamo come va”, anche quando le esperienze precedenti sono poi finite male. Questo significa che, nonostante la paura, una parte di lei continua a esporsi alle relazioni e a sperare. Non mi sembra affatto il segnale di una persona incapace di cambiare. Mi sembra piuttosto il segnale di una persona che ha sviluppato molta paura proprio perché per lei i legami sono importanti. Non deve convincersi che nessuno la lascerà mai. Una possibilità più realistica e forse più liberante è imparare, poco alla volta, che se una relazione dovesse finire, questo sarebbe doloroso ma non costituirebbe la prova di essere stata “meno” di qualcun altro e non significherebbe tornare necessariamente al punto di partenza. Un cordiale saluto Dott.ssa Silvia Boniolo...

Ansia di non amare più il mio ragazzo

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Ciao Francesca, da quello che racconti sembra che, a partire da un episodio apparentemente piccolo, si sia attivato un forte stato di allerta rispetto ai tuoi sentimenti e alla tua relazione. Il fatto che tu abbia notato che un collega ti guardava e ti sia chiesta “e se mi piacesse?” non significa necessariamente che dietro quella domanda ci sia un desiderio o un sentimento da scoprire. A volte un pensiero, proprio perché ci appare importante o minaccioso, può attirare la nostra attenzione e diventare l'inizio di una lunga ricerca di certezze. Da quel momento, infatti, sembra che tu abbia iniziato a controllare continuamente ciò che provi: “Lo amo abbastanza?”, “Perché mi sento vuota?”, “Perché non sento quello che sentivo prima?”, “Come mi sento quando lo guardo?”, e contemporaneamente osservi anche i suoi comportamenti, per esempio quanto impiega a risponderti o se guarda altre persone. Più cerchi di verificare quello che senti, però, più è difficile sentire qualcosa in modo spontaneo. Anche la sensazione di “vuoto” che descrivi merita di essere compresa in questo senso. Quando siamo molto ansiosi e concentrati sull'osservazione delle nostre emozioni, possiamo finire per percepire meno proprio quelle sensazioni che stiamo cercando disperatamente di trovare. È un po' come cercare di addormentarsi controllando continuamente se ci si sta addormentando: il controllo stesso interferisce con il processo. Mi colpisce inoltre una cosa che racconti: quando sei con lui, i pensieri e l'ansia tendono a diminuire e ti viene spontaneamente da abbracciarlo, baciarlo, accarezzarlo e fotografarlo. Questo è un elemento della tua esperienza, ma non sarebbe corretto usarlo come una “prova” per stabilire quanto ami il tuo ragazzo. Allo stesso modo, non dovresti usare la sensazione di vuoto come prova del contrario. L'obiettivo, quindi, probabilmente non è riuscire a ottenere finalmente la sensazione che cerchi o tornare esattamente a come eri prima. È comprendere cosa è successo dentro di te e interrompere progressivamente questo bisogno di controllare, analizzare e verificare continuamente i tuoi sentimenti. Anche il fatto che tu abbia provato a prendere una pausa e dopo un'ora sia tornata da lui può essere letto con cautela: non serve utilizzarlo per dimostrare qualcosa, così come non serve analizzare ogni emozione per capire se è “quella giusta”. Più cerchi una certezza assoluta sul tuo amore, più la domanda rischia di ripresentarsi sotto forme diverse. Ti suggerirei quindi di non prendere decisioni sulla relazione mentre sei immersa in questo stato di ansia e soprattutto di non cercare continuamente una risposta definitiva alla domanda “lo amo ancora?”. Può essere molto più utile osservare il meccanismo che si è instaurato e imparare a lasciare che pensieri e sensazioni ci siano senza doverli immediatamente interpretare. Se questa situazione va avanti da settimane e senti che sta occupando gran parte delle tue giornate, parlarne con un/una professionista potrebbe aiutarti a comprendere meglio il ciclo tra pensieri, ansia, controllo e bisogno di rassicurazione, lavorando non soltanto sul contenuto dei pensieri ma anche sul rapporto che hai con essi. Non devi necessariamente risolvere oggi la domanda su ciò che provi. Prima può essere importante tornare ad avere un po' di spazio mentale per poter vivere la relazione senza esaminarla continuamente. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Dubbi sulla mia relazione

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Buongiorno Milena, da quello che racconta mi sembra che i suoi dubbi non riguardino semplicemente il fatto che il suo compagno abbia dei tratti caratteriali che lei non apprezza. Sembra piuttosto che lei stia cercando di capire quanto le dinamiche che si sono create tra voi siano compatibili con il tipo di relazione di cui ha bisogno. È possibile voler bene a una persona e, allo stesso tempo, rendersi conto che alcuni suoi modi di stare nella relazione ci fanno stare male. Non è necessario stabilire chi dei due abbia ragione per prendere sul serio questa sofferenza. Mi soffermerei in particolare su ciò che racconta riguardo al dialogo. Quando lui passa dal sentirsi vittima alla rabbia e lei dice di sentirsi “letteralmente congelata”, sarebbe importante chiedersi che cosa accade concretamente in quei momenti: riesce a esprimere il proprio punto di vista? Si sente libera di dissentire? Può porre un limite senza temere la sua reazione? Una relazione non dovrebbe richiedere a uno dei due di mettere da parte continuamente ciò che sente per evitare che l'altro reagisca male. Anche la questione delle amicizie e dei commenti sessualizzanti merita di essere distinta in più parti. È normale che all'interno di una relazione si possano trovare attraenti altre persone e questo, di per sé, non dice necessariamente qualcosa sulla qualità del rapporto. Un'altra questione è invece la coerenza tra ciò che una persona dichiara e ciò che poi manifesta, oppure il modo in cui vengono gestiti i confini con le altre persone. Se lei si è sentita ferita soprattutto perché aveva ricevuto rassicurazioni molto diverse, forse il punto centrale non è tanto stabilire se lui provi attrazione per un'amica, quanto capire se tra voi esista uno spazio sufficientemente sincero per parlarne. Le suggerirei inoltre di fare attenzione a un passaggio del suo racconto: “ho paura della sofferenza che può portarmi una rottura improvvisa o scenari in cui mi lascia per amiche o altro ancora”. La paura di perdere qualcuno può portarci a concentrarci moltissimo sulla possibilità che la relazione finisca, fino a farci vivere il rapporto più nel tentativo di proteggerci dall'abbandono che nella possibilità di valutarlo per quello che è. Provi quindi, almeno per un momento, a spostare la domanda da “potrebbe lasciarmi?” a “come sto io in questa relazione, così com'è oggi?”. Si sente ascoltata? Può esprimere un dissenso? I conflitti possono essere affrontati senza che lei si senta sopraffatta? Si sente rispettata nei suoi confini? E soprattutto, ciò che oggi la fa soffrire è qualcosa su cui entrambi riuscite concretamente a confrontarvi oppure qualcosa che lei sta cercando da sola di tollerare e comprendere? Non credo sia necessario arrivare immediatamente alla decisione di restare o lasciare. Può essere più utile osservare la relazione con un po' di distanza dalle paure e dalle interpretazioni, distinguendo ciò che effettivamente accade da ciò che teme possa accadere. Se sente che questi dubbi e queste dinamiche stanno diventando difficili da gestire da sola, un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a fare maggiore chiarezza sui suoi bisogni, sui suoi confini e su ciò che desidera realmente da una relazione. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Confusione mentale

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Buongiorno Elisa, quello che descrive, sentirsi presente nella propria vita ma allo stesso tempo emotivamente distante, può essere molto faticoso. E anche l'ambivalenza che racconta non significa necessariamente che lei sia “lamentosa” o che non sappia apprezzare ciò che ha. A volte possiamo riconoscere razionalmente di avere dei motivi per restare in una determinata situazione e, contemporaneamente, sentire che qualcosa dentro di noi non sta bene. Le due cose possono coesistere. Il punto non è quindi costringersi a scegliere subito tra “devo restare” e “devo scappare”, ma provare a comprendere che cosa sta comunicando quella parte di lei che sente il bisogno di allontanarsi. Potrebbe iniziare chiedendosi: da cosa vorrei scappare esattamente? Da una situazione concreta, da alcune relazioni, dalle responsabilità, da un modo di vivere le mie giornate, oppure soprattutto da come mi sento dentro di esse? E ancora: che cosa significa per me “accontentarmi”? Quali bisogni sento di stare mettendo da parte? Anche la sensazione di essere una spettatrice merita attenzione. Quando siamo molto stanchi, sotto pressione o attraversiamo un periodo di sofferenza emotiva, può succedere di sentirci distanti da ciò che viviamo e di procedere quasi con il pilota automatico. Non è necessariamente un segnale che dobbiamo cambiare radicalmente la nostra vita, ma può essere un invito a fermarci e ad ascoltare meglio ciò che sta accadendo. Invece di cercare immediatamente una risposta definitiva, potrebbe esserle utile partire da piccoli elementi concreti: che cosa le dà energia e che cosa gliela sottrae? In quali momenti si sente più presente e coinvolta? Quando compare maggiormente il desiderio di scappare? E soprattutto, che cosa le manca oggi? Se questa sensazione di distacco, stanchezza e ambivalenza persiste o sta interferendo con la sua quotidianità, potrebbe essere utile parlarne con un/una professionsita. Non necessariamente per arrivare a una decisione, ma per creare uno spazio in cui poter distinguere i suoi bisogni reali dalla stanchezza, dal senso di colpa e dalle aspettative che forse sta portando con sé. Non accontentarsi non significa necessariamente dover cambiare tutto. A volte significa iniziare a capire, con maggiore chiarezza, di che cosa abbiamo realmente bisogno. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Amica che non accetta che sento un altra donna

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Buongiorno Andrea, mi sembra che in questo momento lei si trovi stretto tra il riconoscimento di ciò che questa amica ha fatto per lei e il bisogno di poter costruire liberamente una nuova relazione. Il fatto che questa persona le sia stata vicina in un momento difficile, che le abbia prestato dei soldi e che tra voi ci sia stata anche un'intimità sessuale può aver creato un legame molto forte e complesso. È comprensibile quindi che lei possa provare gratitudine, senso di colpa e paura di perderla. Tuttavia, questi elementi non significano necessariamente che lei debba rinunciare alla possibilità di frequentare un'altra persona. C'è però un aspetto che prenderei in considerazione anche da parte sua: lei riconosce di non aver detto alla sua amica che da otto mesi stava frequentando un'altra donna. È possibile che questa omissione abbia contribuito alla sua reazione e abbia alimentato in lei la sensazione di essere stata esclusa o sostituita. Può quindi essere utile riconoscere la propria parte, senza per questo assumersi la responsabilità delle reazioni dell'altra persona. Una cosa diversa, infatti, è dire “mi hai ferita, ho bisogno di prendere le distanze” oppure “non riesco ad accettare questa situazione”, altra cosa è cercare di stabilire chi lei possa frequentare, rinfacciarle continuamente ciò che ha fatto per lei o utilizzare il denaro che le deve come strumento di pressione. Sul debito, cercherei di tenere separati i due aspetti. I soldi che deve restano un impegno concreto da rispettare, ma non dovrebbero diventare lo strumento attraverso cui decidere della sua vita affettiva. Se realmente non può restituire l'intera somma immediatamente, può proporre un piano di restituzione chiaro e sostenibile e attenersi a quello. Anche la frase “non sei più l'Andrea di prima perché non sono più al centro dell'attenzione” mi sembra significativa. Una relazione di amicizia può cambiare quando entra nella vita di una persona un nuovo legame sentimentale, senza che questo significhi necessariamente tradire o svalutare l'amicizia. È fisiologico che il tempo e le attenzioni vengano in parte redistribuiti. A questo punto, più che cercare di convincere la sua amica ad accettare la nuova donna, credo sia importante che lei chiarisca a se stesso quali confini vuole mettere. Può riconoscere ciò che questa persona ha fatto per lei, mantenere l'impegno economico preso e dispiacersi per la possibile perdita dell'amicizia, senza però dover scegliere una relazione per evitare la sua reazione. Se ogni confronto finisce in discussioni, accuse o pressioni e lei sente di essere arrivato al limite, può essere utile interrompere temporaneamente le discussioni ripetitive e comunicare in modo semplice ciò che è disposto a fare e ciò che invece non accetta più. Non è necessario convincerla: un confine non richiede che l'altra persona sia d'accordo, richiede che lei sappia rispettarlo. La domanda che forse può aiutarla maggiormente non è “come faccio a farle accettare che frequento un'altra donna?”, ma “come posso riconoscere ciò che questa amicizia ha rappresentato per me senza sentirmi obbligato a rinunciare alla mia vita affettiva per conservarla?”. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Non riesco a capire cosa ci sia accaduto

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Buongiorno, il suo racconto è molto articolato e mostra quanto stia cercando di dare un significato a ciò che è accaduto, probabilmente anche per riuscire a dare un senso a una separazione che per lei è ancora molto dolorosa. La lettura che propone è psicologicamente plausibile, ma è importante mantenere una distinzione tra ciò che sappiamo e ciò che possiamo soltanto ipotizzare. Possiamo osservare alcuni elementi della storia del suo ex compagno, come la tendenza ad adattarsi, a prendersi molte responsabilità e a mettere i propri bisogni in secondo piano, ma non possiamo sapere con certezza quanto questi aspetti abbiano determinato la sua decisione di interrompere la relazione né cosa sia realmente accaduto dentro di lui. È possibile che nel tempo abbia accumulato una sensazione di non riuscire a soddisfare le sue aspettative e che, di fronte alle sue critiche, alla messa in discussione del progetto di vita e alla presenza di un'altra persona, si sia sentito sempre meno sicuro del proprio posto nella relazione. Per una persona abituata a reagire al conflitto attraverso l'adattamento o il ritiro, potrebbe essere plausibile che la chiusura emotiva sia diventata una modalità di protezione. Ma questa rimane un'ipotesi, non una spiegazione che possiamo dare per certa. C'è però un altro elemento che credo meriti attenzione: in quella fase anche lei era attraversata da una forte ambivalenza. Si stava avvicinando a un'altra persona, stava mettendo in discussione il desiderio di avere un figlio e contemporaneamente aveva iniziato a rileggere criticamente il suo compagno e il progetto costruito insieme. Oggi si chiede quanto quelle accuse corrispondessero realmente a ciò che pensava di lui. Questa domanda è forse più importante del tentativo di capire cosa sia successo dentro di lui. Quando siamo in una fase di grande conflitto interno, può accadere che il nostro disagio venga parzialmente attribuito alla relazione o all'altra persona. Questo non significa che le sue critiche fossero necessariamente infondate, ma che probabilmente in quel momento era difficile distinguere ciò che riguardava realmente il rapporto da ciò che apparteneva alla sua crisi personale e alla presenza della seconda relazione. Anche il fatto che oggi lei osservi in lui comportamenti nuovi e tentativi di maggiore libertà non consente, da solo, di stabilire che stia attraversando una particolare fase di riorganizzazione o che stia finalmente liberandosi da un modello familiare. Potrebbe essere così, ma potrebbe anche trattarsi semplicemente del modo in cui sta affrontando la separazione e la propria vita dopo di essa. Mi sembra invece molto significativo ciò che lui le ha comunicato direttamente: non si sente in grado di sostenere la relazione, dice di dover pensare a se stesso e le chiede di non ridurre ciò che sta vivendo a una crisi di coppia. Questo è un dato concreto, e forse può essere più utile delle molte ipotesi su ciò che potrebbe esserci dietro. Capisco quindi il desiderio di comprendere se un giorno possa rendersi conto che il problema non era la relazione, ma il suo modo di stare nelle relazioni. Tuttavia, cercare questa spiegazione può diventare anche un modo, comprensibile, per mantenere aperta la possibilità che la separazione non sia davvero definitiva. Il rischio è rimanere molto concentrata sul suo processo interno, osservando ogni comportamento per cercare segnali che confermino una possibile futura riapertura. Forse in questo momento la domanda più utile per lei non è soltanto “che cosa è successo a lui?”, ma anche “che cosa è successo a me in quella fase della relazione?”. Che cosa stava cambiando nel suo desiderio di costruire una famiglia? Che cosa rappresentava realmente l'altra persona? Quali bisogni non riusciva a riconoscere o esprimere? E quanto le sue critiche al compagno erano legate a una reale incompatibilità e quanto invece alla necessità di prendere distanza da un progetto che lei stessa non era più certa di volere? Sono domande che non servono a stabilire di chi sia la colpa. Possono invece aiutarla a comprendere la propria parte della storia, senza dover necessariamente trovare una spiegazione psicologica definitiva per quella dell'ex compagno. Il fatto che una relazione sia stata importante e che ci sia stato amore non significa che sia necessariamente possibile ricostruirla. Allo stesso modo, il fatto che lui possa attraversare oggi un cambiamento personale non significa automaticamente che quel cambiamento lo conduca nuovamente verso la relazione con lei. Per quanto doloroso, questo è uno spazio che appartiene alle sue scelte e al suo percorso. Se sente di essere ancora fortemente agganciata alla necessità di capire, prevedere o interpretare ciò che sta vivendo lui, un percorso psicologico potrebbe aiutarla soprattutto a tornare dal suo mondo interno a quello che è sotto la sua possibilità di elaborazione: la sua ambivalenza, il lutto per il progetto perduto, le responsabilità che riconosce oggi e ciò che desidera realmente per la sua vita, indipendentemente da quello che farà lui. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...

Lite col mio ragazzo

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Buongiorno, la prima cosa che ti direi è che hai fatto bene a ricontattare la tua psicologa. Non tanto perché un singolo episodio permetta di definirti come una persona violenta, ma perché tu stessa ti stai chiedendo da dove sia arrivata una reazione che non riconosci come tua e vale la pena comprenderla. Quello che è successo va preso sul serio. Uno schiaffo è un atto di violenza e il fatto che sia avvenuto in un momento di forte rabbia o di shock non lo rende giustificabile. Mi sembra però importante distinguere la responsabilità dal giudizio totale su te stessa: hai fatto qualcosa di grave, ma questo non significa automaticamente che tu sia una persona violenta o che quel gesto definisca tutto ciò che sei. Nel tuo racconto ci sono infatti due avvenimenti distinti che sembrano essersi sovrapposti. Da una parte hai scoperto che il tuo ragazzo aveva fatto qualcosa che contraddiceva un'immagine di lui sulla quale avevi costruito fiducia, soprattutto perché ti aveva detto più volte di non partecipare a quel tipo di commenti. Dall'altra c'è stata una reazione fisica impulsiva che tu stessa non riesci a spiegarti. Credo sia importante non utilizzare il secondo evento per cancellare il primo. Puoi essere profondamente dispiaciuta per averlo colpito e, contemporaneamente, avere bisogno di elaborare la rabbia, la delusione e il senso di tradimento che hai provato scoprendo quei messaggi. Una cosa non annulla l'altra. Anche il pensiero “al primo schiaffo bisogna andarsene” merita forse di essere guardato con un po' di distanza. È comprensibile che tu oggi abbia una posizione molto netta, soprattutto perché sei sconvolta da ciò che hai fatto. Ma non è necessario decidere adesso se devi punirti lasciando la relazione o se devi considerarti imperdonabile. È il tuo compagno a poter decidere che cosa significa per lui ciò che è accaduto e se vuole continuare la relazione, così come tu dovrai decidere che cosa significa per te la scoperta fatta su di lui. Il fatto che lui ti abbia detto di non giustificare lo schiaffo, ma contemporaneamente di non vederti come una persona violenta, può semplicemente significare che sta distinguendo il gesto dalla persona. Non devi convincerlo che “dovrebbe” considerarti diversa, né devi convincerlo a perdonarti. Puoi invece assumerti pienamente la responsabilità senza chiedergli di rassicurarti continuamente sul fatto che sei una brava persona. Nel frattempo, credo sia importante che tu faccia qualcosa di molto concreto: impegnarti perché una reazione fisica del genere non si ripeta. In terapia potrai ricostruire cosa è successo nei minuti precedenti allo schiaffo, quali emozioni si sono attivate, che cosa hai pensato, quali segnali corporei erano presenti e perché in quel momento non sei riuscita a fermarti. Comprendere il meccanismo non significa giustificarlo: significa aumentare la possibilità di riconoscerlo e interromperlo prima che si trasformi nuovamente in un comportamento. E c'è un'altra domanda che forse sarà importante affrontare con la tua psicologa: che cosa hai scoperto davvero quel giorno sul tuo ragazzo e sulla relazione? Non soltanto “ha scritto cose che mi aveva detto di non scrivere”, ma che cosa ha significato per te quella scoperta. Ti sei sentita ingannata? Hai perso un'immagine di lui? Hai percepito una distanza tra i suoi valori dichiarati e i suoi comportamenti? Quanto questa cosa modifica la fiducia che provavi? Non cercare di risolvere tutto attraverso il senso di colpa. Il senso di colpa può essere utile quando ci permette di riconoscere una responsabilità e modificare un comportamento; quando invece diventa “sono una persona orribile, non merito perdono e dovrò punirmi per sempre”, smette di essere uno strumento di cambiamento e diventa soltanto sofferenza. Hai già riconosciuto ciò che hai fatto, ti sei scusata e hai chiesto aiuto. Adesso il passaggio successivo non è decidere se meriti o meno una possibilità, ma lavorare seriamente per capire cosa è accaduto dentro di te e assumerti la responsabilità di ciò che farai da questo momento in poi. un cordiale saluto dott.ssa Silvia Boniolo...