articoli di psicologia del Dott. Enzo Battaglino

risposte dello specialista Enzo Battaglino

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Relazione a distanza

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Cara Katty, la sua domanda a mio avviso lascia intendere che in lei ci possa essere un dubbio: lui la desidera veramente? Oppure è la paura di cambiare che lo indurrebbe alla rinuncia? Bisognerebbe forse capire innanzitutto se la natura 'a distanza' della relazione sia per il suo uomo un fattore di protezione, e da cosa si vorrebbe proteggere qualora sia così. Cambiare significa lasciare il certo per l'incerto, forse anche capire quali siano quelle certezze e se siano indispensabili per lui potrebbe aiutarvi. Prima di mettere in discussione il 'grande amore', cercherei di capire con lui se possibile almeno ragionare sui motivi delle resistenze al vedervi. Probabilmente, un aiuto da parte di uno specialista, sempre che lui sia motivato ad un confronto, potrebbe aiutarlo ed aiutarvi. In bocca al lupo. Enzo Battaglino, Psicoterapeuta a Milano...

La situazione sta degenerando

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Buongiorno Giulia, da come si racconta, sembra che abbia chiara la 'diagnosi' della sua sofferenza: ha seguito un percorso di cura in passato? E nel presente? Le sue parole mi sembra raccontino di una grande sofferenza, se cercassi un'emozione prevalente mi verrebbe da dire che sia arrabbiata, sia per l'andamento delle relazioni di cui scrive che per un futuro per il quale non sembra vedere prospettive e, soprattutto, motivazioni a trovarne. Dice di non sapere cosa fare, ma intanto ci ha scritto , forse dal letto: ed è già un passo importante. Nella mia esperienza, spesso sono le grandi crisi a spingere, pur con molta fatica, verso direzioni nuove. Intraprendere un percorso terapeutico potrebbe essere troppo? Ci sono centri e professionisti specializzati che potrebbero aiutarla a riprendersi la sua vita: finché si attribuirà la colpa per le delusioni, certamente sarà difficile pensare di poter aspettarsi qualcosa (e qualcuno) di buono per lei....

indecisione

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Buongiorno Omar, forse la sua ex ragazza vede in lei colui che può capirla e aiutarla, proprio perché ha vissuto 'dall'inizio' il suo malessere. Inizierei col capire come si sentirebbe qualora non rispondesse alle sue richieste di aiuto: si sentirebbe in colpa? Vorrebbe dire chiudere veramente con lei, che ancora la fa sentire importante, ma non come partner? Lo 'schifo' che sente forse rappresenta la rabbia di non riuscire a interrompere, ma anche i sentimenti che ancora la legano alla sua ex. Credo sia importante per lei fare chiarezza dentro di sé: stare vicino ad una persona senza rispettarsi non aiuta nessuno dei 2, soprattutto lei stesso. Enzo Battaglino, psicoterapeuta a Milano...

Rialzarmi dal fango

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Buongiorno Giuseppe, ciò che scrive mi colpisce da due punti di vista. In primis, la consapevolezza di un vissuto familiare che potrebbe essere connesso al 'problema' dal quale vorrebbe uscire. In poche righe, è impossibile fare ipotesi accurate, ma potrebbe essere ad esempio che nel tempo si sia trovato una grande responsabilità sulle spalle, trovandosi ad incarnare l'uomo di casa nei confronti di suo fratello e di sua madre. Forse, l'amico riteneva che il sesso con una prostituta l'avrebbe aiutata rispetto a un potenziale blocco della sua affettività e sessualità. Poi è arrivata la relazione sentimentale, che lei Giuseppe potrebbe aver investito di responsabilità, così come abituato in famiglia. Bravo figlio, bravo fratello, bravo fidanzato... In questo senso, il bisogno 'irrefrenabile' di cercare ancora la prostituta potrebbe rappresentare uno spazio di libertà per lei vitale, perché sgombro di ruoli e aspettative. E qui mi collego al secondo punto: lei parla di cosa 'per nulla giusta'. Giusta per chi? Per la sua fidanzata? Per se stesso? Come professionista, la inviterei a prendersi un suo spazio, magari attraverso un percorso psicologico, anche breve e mirato al 'problema'. In bocca al lupo...

Fine amicizia

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Buongiorno Serena, tenendo 'un sacco' all'amicizia, immagino che più volte abbia pensato al rapporto con la sua amica ed al fatto che, da ciò che scrive, le sia 'sempre' sembrata un'amicizia a senso unico (il suo). Probabilmente, ci sono motivazioni nella sua vita che ora, più lucidamente che in passato, le fanno sentire il 'distacco' rispetto alla freddezza, all'egoismo che ha sempre avvertito. Parla già al passato quando accenna al rapporto col figlio della sua amica, come se lo sentisse già concluso, almeno per come era impostato. Forse, è arrivato per lei il momento di finire davvero l'amicizia per ciò che era, includendo finalmente i suoi bisogni all'interno del rapporto. La domanda che mi farei riguarda proprio le motivazioni alla base dell'aver protratto per 5 anni un'amicizia percepita così sbilanciata: sembra quasi che sia stato fondamentale per lei esserci, mettendo in secondo piano che l'altro ci sia per lei. Forse, questa modalità di relazionarsi l'ha imparata in famiglia, in particolare mi riferisco al suo accenno alla paura di 'perdere' le persone a lei care. Certamente la parola 'fine' fa paura, ma potrebbe corrispondere ad un nuovo inizio nel quale includere anche la sua amica e suo figlio. In bocca al lupo...

Quando si è presi di mira

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Buongiorno Angela, non mi è chiaro quale sia la connessione tra lei e il fratello della 'donna' di cui parla, è anche lui un suo collega? Dalle sue parole, mi sembra che il rapporto con la collega abbia trasceso da un piano strettamente professionale, come spesso accade, e che inizialmente ci sia stato un confronto nel quale ciascuna di voi ha parlato di sè, delle proprie storie di vita. A un certo punto, la collega ha iniziato a giudicarla, a dirle ciò che è giusto o sbagliato. E quei giudizi l'hanno ferita, tanto da chiedere a mamma e fidanzato come comportarsi per allontanarla. Nel reagire con indifferenza/ mandandola 'a quel paese' potrebbe però contribuire a dare importanza alla collega ed al suo atteggiamento. Tant'è che la collega ha cercato dapprima di chiarire, proiettando su di lei le ragioni delle incompresioni, mentre ora mi sembra sfidante nei suoi confronti. I giudizi subiti sembrano esserle pesati, anche a fronte di una storia di psicofarmaci ventennale che, da come scrive, mi sembra essere motivo per dubitare delle parole della collega stessa. Mi occupo anche di ben-essere aziendale e in molte situazioni i problemi sono connessi proprio al sentirsi toccati a livello personale. Una modalità più immediata potrebbe essere proprio il rivolgersi al titolare (o comunque a un suo superiore col quale abbia un minimo di dialogo), così da capire insieme quale atteggiamento adottare per alleggerirle la situazione e ridefinire i confini entro un piano lavorativo. In seconda battuta, cercherei dentro di me la natura del disagio provato in relazione ai giudizi della collega: nelle sue parole ci potrebbe essere una verità dolorosa da allontanare, proprio come lei, Angela,cerca di fare con la collega. In bocca al lupo...

Paura di svelare la mia omosessualità

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Buongiorno Anna, mi sono trovato a lavorare con persone omosessuali e ciò che racconta credo rappresenti in modo chiaro e accurato il momento, o meglio il tempo nel quale ci si trova nella fase del 'vorrei ma non posso'. Fase che solitamente si lega proprio al bisogno di vivere la propria vita appieno, non un'esistenza 'che non è la mia'. In queste parole, credo ci sia una chiave di volta rispetto alle ragioni, più che comprensibili, del suo non posso: è possibile che, in nome dell'affetto che sente e riceve in famiglia si sia abituata negli anni a ritenere la sua felicità secondaria, soprattutto se svelarsi potrebbe corrispondere a diventare 'peccatrice', colei che contravviene alle regole familiari, 'giuste' perchè divine. E il suo mettersi in secondo piano è ancora più legittimato dalla paura di una reazione non plateale, che pur faticosamente potrebbe paradossalmente aiutarla nell'affermarsi: nell'espressione della rabbia e del disappunto, vi sarebbe una parità tra lei e i suoi genitori, mamma in particolare. Invece lei teme i 'finti sorrisi', il sentirsi emarginata dietro una compassione che nasconde non un giudizio, bensì IL giudizio. Si tratta di decidere, forse, se sia per lei possibile accettare che mamma potrebbe effettivamente non accettare mai del tutto la sua natura e che ciò non contravviene al diritto di amarsi e amare liberamente. Il tema centrale mi pare possa essere il controllo, di se stessa e dell'altro. Controllo di una vita forse vissuta molto attentamente, così da compiacere più gli altri che se stessa. Saranno i suoi genitori, magari, a decidere come reagire. Rispetto al timore di non essere ricambiata perchè attratta da donne adulte, anche in questo caso mi viene da dirle: lascerei che sia la potenziale partner a vivere i propri sentimenti nei suoi confronti, la inviterei a riflettere su cosa significhi per lei essere 'troppo adulta' come impedimento ad essere attratta da lei o ad amarla. Altro discorso sarebbe qualora sia attratta dalle sole donne sposate, ma non mi pare questo il caso. Ne parli con suo fratello, con la sua amica, con qualcuno a cui affidare la ragazza che vorrebbe. In bocca al lupo....

Paura o disinteresse

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Buongiorno Valentina, se fossi il suo terapeuta mi soffermerei sui suoi vissuti rispetto alla storia, peraltro lunga, avuta prima dei 20 anni, quindi molto giovane. Che tipo di relazione crede sia stata? Non d'amore, per ciò che scrive. Come è perchè è finita secondo lei? Rispetto al dubbio nel titolo: come succede nelle fobie, tendiamo a sviluppare un evitamento nei confronti di ciò che ci fa paura. Si tratta di un meccanismo psichico di adattamento, spesso funzionale al nostro equilibrio. Quando si chiede se si tratti di disinteresse, forse sta cercando di razionalizzare l'evitamento di fondo. Preoccupandosene, anche alla luce del desiderio di poter magari diventare mamma, un giorno. Forse, se è arrivata ora a questa domanda è perchè ora (come mai proprio in questo periodo?) la sua indipendenza, per lei fondamentale, potrebbe rimodularsi includendo gli altri. Possiamo piacere agli altri senza sentirci dipendere dal loro giudizio? Possiamo sentirne la vicinanza senza il bisogno di allontanarci? In questo caso, in un percorso psicologico credo avrebbe senso andare ancora più indietro, rispetto alla sua prima relazione. Domande che potrebbe farsi, magari da condividere con gli amici più intimi, magari da fare laddove decida di intraprendere un percorso di ulteriore conoscenza di sé con un collega....

Vivo in una trappola chiamata vita.

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Buongiorno Gianluca, essendo già stato da 2 colleghi credo abbia già analizzato le ragioni del 'loop' nel quale si trova periodicamente, per il quale mi sembra che il benessere dello stare insieme si associ costantemente al malessere di sentirsi in trappola, in colpa e colpito, principe per la sua principessa ma anche uomo che soffre e che può fare male. Tendiamo a riversare chi siamo, chi vorremmo essere, ma anche purtroppo chi abbiamo paura di essere nelle nostre relazioni più intime. Come se ci facessero da specchio. Le direi di riprendere un percorso su di sé, così da poter disporre di uno specchio professionale nel quale vedersi e magari comprendersi meglio. Per gestire prima con se stesso l'altalena di cui scrive. Ha provato a rivolgersi alla sanità pubblica o a un centro privato a tariffa agevolata? Potrebbe parlarne al suo medico di base, per disporre di informazioni in merito. Sono realtà che variano molto da zona a zona, ma possono essere un'opzione utilissima laddove, comprensibilmente, non vi sia la disponibilità economica per fare fronte ad un percorso totalmente privato....

Una situazione ingestibile

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Buonasera Noemi, dal suo racconto emerge una situazione nella quale suo fratello sembra colui che, tra i figli, abbia pagato il 'prezzo' più alto rispetto all'instabilità violenta nella quale siete cresciuti. Come se rappresentasse col proprio malessere un dolore che vi ha accomunati negli anni e dal quale non riuscisse ad affrancarsi. Da quanto tempo è emersa questa sua sofferenza? Nel corso dei tentativi di cura fatti, siete stati coinvolti? In che modo? E come mai secondo lei, ma soprattutto secondo lui nulla ha sortito un effetto? Inoltre, indagherei le ragioni del recente peggioramento: sta cambiando qualcosa per cui secondo lei suo fratello sente il bisogno, chissà quanto consapevole (visto il suo accenno al non credere del tutto all'autolesionismo), di rincarare la dose? Venendo a lei, mi soffermerei sulla sua ipotesi di una clinica, che lei legge in termini egoistici: mi pare più che legittimo che lei si voglia fare una vita! Solo, temo che dovrebbe lavorare sull'aspettativa che un luogo, in un tempo delimitato, per quanto sano e benefico possa permettere a suo fratello di 'rinascere' attingendo alla propria forza. Credo serva un percorso, nel quale la famiglia debba e possa essere coinvolta. Suo fratello, da ciò che scrive, sembra sempre meno motivato a farsi aiutare (e in questo senso ci sta il pensare ad una realtà altra a cui affidarsi). E lei è sempre più preoccupata, giustamente, per lui e per vostra madre. Il terzo fratello in che posizione si colloca? Per concludere: secondo me, andrebbe pensato un intervento che si muova su più livelli, dal supporto alla mamma ed a voi al lavoro (psichiatrico? psicologico? educativo?) con suo fratello. Magari rivolgendovi ad un centro di salute pubblico, se non l'avete già fatto, dove sono presenti più professionisti che possono lavorare in squadra. Oppure, rivolgendovi ad un centro privato, purchè appunto dotato di più professionalità. Il medico di base può essere prezioso per aiutarvi a capire cosa offra il suo territorio....

Ansia da palcoscenico

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Buongiorno Paola, innanzitutto le vorrei chiedere se questi attacchi le sono mai capitati prima, magari in forma più lieve, o se sono comparsi in corrispondenza dello spettacolo nel quale si dovrà esibire. Altra domanda riguarda il fatto che lei non possa evitare lo spettacolo: cosa le impedisce di decidere di non esibirsi questa volta, lavorando intanto sul suo stato psicofisico così da essere pronta un pà più avanti? In qualche giorno temo sia molto difficile trovare risposte 'facili' ad una sintomatologia complessa: una modalità, seppur non incisiva sulle cause del suo malessere, potrebbe prevedere l'utilizzo di tecniche di rilassamento. In rete può trovare vari tutorial a riguardo. Se invece volesse affrontare il problema in modo più incisivo, le suggerisco di valutare di intraprendere un percorso psicologico: esistono varie modalità di approccio agli attacchi di panico, ad es. attraverso l'utilizzo dell'EMDR è possibile arrivare a gestirli in un tempo relativamente limitato....