Disturbi alimentari nella società moderna: da ortoressia nervosa a binge eating

Pubblicato il 22 settembre, 2020  / Alimentazione
Ortoressia nervosa

Una grande fetta della popolazione mondiale si ritrova attualmente ad affrontare dei disturbi del comportamento alimentare (DCA). Già dallo scorso secolo si cominciava ad assistere a dei cambiamenti antropologici, storici, e psico-sociali. Gli squilibri della società moderna, insieme a stress, stile di vita, patologie, vissuti psicologici e variabili genetico-familiari, possono rendere il rapporto con il cibo conflittuale e problematico. Il cibo diventa un nemico e sorgono così nuove manifestazioni di svariati disagi psicologici ed esistenziali. A ciò si aggiunge una forte attenzione mediatica nei confronti di cibo e nutrizione, insieme ad una certa disinformazione.

Si stima che attualmente in Italia più di 3 milioni di persone siano affette da un disturbo del comportamento alimentare, con una forte prevalenza nel sesso femminile e nella fascia di età adolescenziale.

Oltre all’anoressia e alla bulimia, i disordini alimentari più conosciuti, sono in crescita i casi di Binge Eating Disorder (BED) o disturbo da alimentazione incontrollata, così come i casi di ortoressia cioè ossessione per il cibo sano. Queste due patologie sembrano rappresentare gli estremi patologici dell’attuale società squilibrata.

Il BED colpisce principalmente donne adulte e la sua prevalenza è del 2-5%. È definito nel DSM V come una patologia caratterizzata da abbuffate ripetute a cui si associa un aumento costante del peso corporeo, senza condotte eliminatorie come vomito indotto o uso di lassativi. L’abbuffata in sé rappresenta un sintomo di uno stato dissociato in cui la persona affetta non riesce ad avere il controllo della situazione ed assume in maniera impulsiva quantità esagerate di cibo, generalmente ricco di zuccheri e grassi, in quanto questi promuovono il senso di gratificazione per via dei circuiti dopaminergici cerebrali che attivano. Al problema psicologico si aggiunge così una condizione medica: l’obesità. In diversi studi il BED è stato correlato, così come la bulimia e l’anoressia, al cosiddetto emotional eating, per cui i soggetti con un tono dell’umore depresso tendono a mangiare in modo incontrollato in maniera significativamente maggiore (Pinaquy, Chabrol, Simon e Louvet, 2003).

Questo comportamento è vissuto come un impulso implacabile in risposta a un disagio interno emotivo e affettivo. Il cibo diventa quindi qualcosa di confortante e consolatorio, e la fame viene confusa con altre emozioni come rabbia, noia o tristezza. Una recente ricerca italiana ha valutato l’efficacia della molecola oleoiletanolamide nel trattamento del BED: pare che questa prevenga le abbuffate in quanto trasmette un segnale di sazietà che previene i comportamenti compulsivi tipici del binge eating. Così si apre per i ricercatori una nuova via da percorrere per trovare dei supporti farmacologici al complesso trattamento del BED, che include non solo la psicoterapia ma anche la correzione dell’obesità che può arrivare a richiedere persino un intervento chirurgico.

Un altro aspetto della medaglia della paradossale società moderna è l’ortoressia nervosa. Si tratta di un disturbo piuttosto recente, definito per la prima volta nel 1997 dal medico americano S.Bratman come un disordine caratterizzato da un desiderio ossessivo di cibo sano (Oberle et al.,2017). Secondo uno studio pubblicato su Eating and Weight Disorders la prevalenza sarebbe dell’1%. Invece, secondo una ricerca italiana che ha portato alla formulazione di un questionario per individuare i soggetti affetti da ortoressia, la prevalenza sarebbe parecchio più alta. Al momento, non essendoci dei criteri diagnostici stabiliti, nonostante il fenomeno sia clinicamente riconosciuto, è difficile stimarne la diffusione.

L’ortoressia si associa a convinzioni distorte in merito alle caratteristiche nutrizionali dei cibi e alla propria immagine corporea, che sfociano in comportamenti patologici quali restrizioni alimentari, atteggiamenti ossessivi compulsivi e controllo maniacale. Ne consegue una dieta squilibrata, che spesso prevede l’eliminazione di intere categorie di alimenti in nome della propria salute fisica. Oltre a tali conseguenze, la vita sociale e affettiva è intaccata. Risulta chiaro che tale patologia è inevitabilmente legata all’eccesso di informazioni disponibili online, spesso non veritiere, non complete e non professionali.

Dunque, la crescita esponenziale dei DCA va di pari passo con delle trasformazioni socio-culturali che delineano specifiche condizioni di disagio psichico, anch’esse in costante evoluzione. In particolare, in Occidente, si assiste ad una “epidemia sociale” (Gordon, 1990).

In questi casi l’approccio terapeutico più funzionale è quello basato sul modello bio-psico-sociale. Tali disturbi vanno considerati come un congiunto di fattori biologici, psicologici e sociali. Pertanto, bisogna valutare e curare gli aspetti fisiologici da un punto di vista medico-nutrizionale, gli aspetti emozionali e mentali con un intervento psicoterapeutico e anche gli aspetti sociali, con un approccio integrato. Per dei risultati ottimali nel trattamento dei DCA, diverse figure professionali andrebbero coinvolte per promuovere il benessere psicofisico e stabilire degli interventi psico-educativi, con il fine di correggere delle abitudini dannose, crearne delle nuove che siano salutari e coerenti con la propria personalità e gestire o prevenire eventuali condizioni patologiche.

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