Domande su Ansia e depressione Domande e Risposte su ansia e depressione
Mangiarsi continuamente le pellicine dalle labbra
Salve! Ho un problema con le labbra: mi tolgo continuamente le pellicine dalle labbra fino a sanguinare. Passo buona parte della giornata con le mani sulla bocca, spesso neanche me ne accorgo, è diventato automatico. Quando tolgo le pellicine lo faccio quasi con "cattiveria" non sono delicata a farlo, arrivo fino a sanguinare e a provare dolore tant'è che a volte non riesco a muovere le labbra per sorridere o per parlare che mi si spaccano e sanguinano ancora. Quando arrivo a sanguinare, non mi fermo se c'è a cora la pellicina la devo strappare sangue o non sangue. Quando però arrivo al dolore, si mi fa male, ma un è male direi quasi piacevole ormai. Se provo a non farlo o mi mangio le unghie o dirigono i denti.
Ho questo problema da un po' di anni ormai; per un certo periodo se c'era un capello in mezzo al viso o in giro da solo lo strappavo quasi sempre, ora mi capita meno spesso. Fino ad un paio di anni fa se avevo crosticine o brufoletti in viso li grattavo via mente ora lo faccio con quelli sulla schiena.
Per un periodo di quasi tre mesi, circa cinque anni fa sono caduta nell'autolesionismo fino ad arrivare a preparare un suicidio che però, fortunatamente non sono mai riuscita a fare, anche se allora volevo.
Adesso ne sono uscita da sola, nessuno sa nulla.
Ad oggi mi capita di avere alcuni momenti in cui sono stesa sul divano a fare nulla o a scuola o comunque in situazioni "normali" e avere attacchi d'ansia suppongo siano, mi batte forte il cuore e respiro un po' corto
Spesso mi capita di pensare ancora al suicidio, a come sarebbe se fossi morta o come starebbero meglio gli altri; in stazione a volte quando sta per arrivare il treno lo fisso e mi avvicino alla linea gialla anche superandola senza però mai buttarmi.
Ho scoperto di avere una amica che è caduta in una lieve depressione e questo mi blocca ancora di più nel parlarne con qualcuno.
Essendo sia alle elementari che alle medie e a volte anche alle superiori, stata presa in giro per diversi motivi, sono molto chiusa ci vuole molto tempo prima che qualcuno riesca ad avere la mia fiducia, e per questo in tutta la vita non ho mai avuto una migliore amica, o un fidanzato o comunque qualcuno che restasse nella mia vita. Tutto ciò mi porta a sentirmi molto spesso sola e non cercata, come non amata e praticamente inutile.
Tra l'altro ho anche un rapporto molto difficile con i miei genitori, diciamo che se dovessi dire che gli voglio bene, non sarebbe un bene da figlio, ma un bene da conoscenti diciamo; non li sento molto genitori, non sono mai stato molto presenti nella mia vita e nonostante mi abbiano dato tutto non mi hanno mai dato l'amore di cui necessitavo.
Con loro non voglio tassativamente parlargiene.
La mia domanda è: la cosa a cui sto pensando è fare diverse vistie quando mi trasferisco tra un po' di mesi, ma fino ad allora come dovrei comportarmi? Cosa devo fare? Cosa mi consiglia? Grazie mille per la vostra risposta
Onicofagia e altri "vizi" (mordicchiare vestiti) in bambino di 9 anni
Gent.mi Dottori, sono la mamma di un bambino di quasi nove anni che, all’età di 3, in concomitanza con la nascita del fratellino, ha iniziato a mangiarsi le unghie. Ha continuato a mangiarsele per tutti questi anni, da parte nostra abbiamo cercato di essere comprensivi al massimo, cercando di limitare i rimproveri e semmai di distrarlo (io stessa sono una ex mangiatrice di unghie e so quanto questo impulso sia irresistibile!). Tuttavia, da un anno a questa parte, il bambino ha iniziato anche a mordicchiare praticamente qualsiasi cosa, vestiti in primis (bordi delle magliette, cordini di felpe e tute ecc.). Lo fa soprattutto quando si annoia o è in tensione per qualcosa (una partita in tv) ma anche quando si rilassa. Da anni sono inoltre presenti, alternativamente, dei blandi tic di tipo semplice (quello di questo periodo è: spalancare la bocca per poi richiuderla, ma non lo fa continuamente, direi più o meno 10 volte al giorno). Per il resto, il bambino non desta particolari preoccupazioni: è ben inserito nel gruppo classe, ha altri amichetti che frequenta anche fuori dalla scuola, pratica con gioia gli sport che lui stesso ha scelto (sci e calcio) e a scuola non ha nessun problema (ma senza essere il primo della classe!). Caratterialmente è piuttosto tranquillo, mai aggressivo né con noi né con i suoi compagni, ma sa comunque far valere la sua opinione! La situazione in casa è serena, di certo io e mio marito non siamo campioni di calma ma facciamo del nostro meglio per assicurare ai nostri bambini una genitorialità calda e attenta. Il bambino più piccolo, che sta per compiere 6 anni, per contro è un peperino, gelosissimo nei confronti del fratello maggiore, sul quale cerca di imporsi e al quale rompe ahimè costantemente le scatole. Non si è mai mangiato le unghie né ha altri vizi o tic.
Da qui la mia domanda: è necessario aiutare il nostro primogenito e, se sì, come procedere? Oppure è meglio lasciar perdere contando su una regressione spontanea durante la crescita? Nel ringraziarvi infinitamente invio i migliori saluti,
Rita
Perchè vivere?
La domanda di questi giorni è : Perché Vivere?
Non riesco a trovare qualcosa per la quale valga la pena vivere, l’unica cosa che mi tiene qui sono i miei genitori e mia sorella, loro non meritano un dolore così grande, non meritano di perdere una persona alla quale vogliono tanto bene. Tutti gli altri se ne farebbero una ragione, starebbero male un pochino, ma poi passerebbe tutto. Io perché devo continuare a “vivere” una vita che non mi porta da nessuna parte ? Perché devo vivere? Non vedo un futuro, non mi piace studiare, non mi fiderò mai di nessun ragazzo. So per cosa devo vivere ma non so per cosa VOGLIO vivere.
Tutto ciò che faccio lo faccio per impiegare il tempo, è solo un palliativo, nell’attesa che il giorno finisca. Il problema è che quando un giorno finisce, ne inizia un altro e tutto si ripete come il giorno prima.
Non ho la forza di andare avanti, non ho la forza per fare niente, non ho la forza di studiare, di leggere, di amare la vita. Amare la vita…ma poi perché? È qualcosa che ho voluto io?
No, io non volevo nascere.
Se non fossi nata adesso non avrei nessun problema, se non fossi nata, nessuno piangerebbe per la mia morte.
E invece devo stare qua, costretta, per far giocare qualcuno che si annoiava e ha deciso di creare il mondo. Sempre se questo qualcuno esiste. Se non esistesse sarebbe ancora peggio. Sarei qui per pura casualità.
Il mondo è cattivo, le persone sono cattive, è tutto pieno di sofferenza, soffriamo tutti e non abbiamo il coraggio di porre fine a tutto ciò. Vorrei che il mondo finisse e si portasse via tutti i dolori e la cattiveria dell’umanità. Sarebbe meglio per me, per tutte le persone che vivono adesso e che vivranno in futuro. Smettiamola di fare figli, smettiamola di mettere al mondo persone che soffriranno, spezziamo questo cerchio, finiamola di essere stupidi ed egoisti. Noi soffriamo e cerchiamo di stare meglio giocando con la vita degli altri. Dovrebbe essere illegale favoreggiare il proseguimento della vita sulla terra.
Qual è il senso di tutto ciò?
Tutto ciò che facciamo è un modo per impiegare del tempo dato che abbiamo avuto la sfortuna di nascere.
Mi sento vuota, mi sento senza uno scopo, mi sento triste, depressa. Prima non ero così, prima apprezzavo qualsiasi cosa…che stupida! Adesso ho aperto gli occhi, ho capito che razza di fregatura è la vita.
Che cattiveria immensa.
Paura di viaggiare in auto se guidano gli altri
buongiorno,
molti di voi rideranno della mia paura..
Soffro di attacchi di panico in auto ma non se guido io, solo se guidano gli altri. Non trovo aiuto da nessuna parte, diciamo che chi ne soffre appunto è perchè guida direttamente e non perchè è in auto con altri.
Questa paura deriva dal fatto che da ragazzo circa 15 anni fa, andando con i miei amici in auto loro andavano forte ed il avevo paura. Il problema è che adesso andando con chiunque anche a 50 allora ho paura.(ripeto se guido io posso andare anche veloce non ho nessuna paura)
Come posso risolvere questo trauma?
grazie della risposta.
saluti
Voglio morire e porre fine alla mia sofferenza
Sono una ragazza di 19 anni. Ho il desiderio di morire per porre fine alla mia sofferenza. Mi vergogno a dirlo, perchè non ho particolari problemi, c'è gente che sta mille volte peggio di me. Tuttavia sono estreamamente infelice, inappagata e frustata perchè nella mia vita faccio tutto solo perchè devo e non perche mi piace. Non mi piace l'università che frequento, non mi piace il mio ragazzo, non mi piace la mia famiglia, non ho amici, sono sola. Non ho il coraggio di lasciarlo, anzi ci ho provato, sono stata male e sono ritornata con lui, non ho il coraggio di cambiare uni in quanto ho studiato tutta l'estate per entrare e ho fatto e sto continuando a fare enormi sacrifici. Ogni sera, ogni giorno quando sono da sola un momento mi metto a piangere. Sono giunta alla conclusione che sarò per sempre infelice, tuttavia non riesco più ad andare avanti. Non ho nessuno con cui parlare, tutti pensano che io sia felice, nemmeno mia madre si accorge di come io stia. Vi chiedo aiuto, cosa devo fare?
3 risposte - LeggiFaccio bene a lasciare l'università?
Salve,
Sono le 5:00 di notte ed io non riesco a dormire ! Il pensiero che mi affligge è: devo lasciare o no l'università ?
Ho 23 anni e brevemente cerco di raccontarti la mia storia ! Ho frequentato il liceo classico senza troppi problemi,studiare mi piaceva , andavo bene , i prof mi adoravano,non era pesante passare ore ed ore sui libri e riuscivo anche fare altre attività come ad esempio frequentare una scuola di danza classica ( per ben 13 anni,ho iniziato all'età di 6 anni). Poi,verso il quarto anno di liceo ho iniziato a pensare a cosa poter fare all'università e mi sono convinta giorno dopo giorno di voler diventare un medico così dopo il liceo ho provato il test d'ingresso a medicina con esito negativo. Ho provato altri test lo stesso anno con esito positivo ed ho così deciso di iscrivermi a farmacia perché a livello di esami era la facoltà più affine alle materie del test d'ingresso e quindi dando gli esami di farmacia avrei potuto prepararmi meglio per il test visto che uscendo da un liceo classico la mia preparazione nelle materie scientifiche era molto scarsa. Però forte della convinzione di voler fare il medico,mentre frequentavo il primo anni di università alla Sapienza di Roma,mi sono iscritta anche ad un corso privato di preparazione al test di medicina della durata di un anno intero che ho frequentato con piacere e successo ( in chimica ero la prima della classe). Il primo anno a farmacia é andato bene,ho dato 7 esami e mi piaceva quello che studiavo però ero sempre più convinta di voler fare medicina così l'anno dopo ho riprovato il test con esito ancora negativo ed ho continuato a fare farmacia dando altri 5 esami. Al terzo tentativo finalmente sono riuscita a superare il test di medicina e così ho lasciato farmacia ma non ne ero del tutto convinta perché in quei due anni mi ero appassionata molto ad una nuova materia cioè la chimica che fino ad allora non avevo mai avuto modo di studiare bene,però pensando al futuro e al lavoro che sarei andata a fare mi sono trasferita a medicina ( cambiando anche città ,perché il test è Nazionale e sono finita in Molise,quindi ho dovuto lasciare Roma che adoravo. ) Il primo anno a medicina è stato traumatico,non sono riuscita a fare nemmeno un esame. Ero molto scoraggiata,depressa,triste e demotivata ma grazie ai miei genitori ho deciso di darmi un altra possibilità iniziando il secondo anno a medicina ma come ripetente perché non avendo dato neanche un esame ho dovuto rifare il primo anno. Prima di iniziare di nuovo il primo anno avevo la possibilità di fare esami sia a settembre che a dicembre ma ho saltato entrambee le sessioni così ora sono arrivata alla sessione di febbraio ma non è cambiato nulla. Emotivamente mi sento uno schifo,mi sento una fallita perché ho ripetuto il primo anno,una perdente inconcludente,inoltre non mi piace la città in cui mi sono dovuta trasferire per studiate medicina,qui non ho amici mentre a Roma avevo delle amiche fantastiche e anche una vite sociale al di fuori dell'università,andare a lezione mi pesa sempre di più , i professori non mi piacciono ( mentre alla Sapienza li adoravo e li ascoltavo estasiata) mettermi sui libri è diventato un trauma, passo le giornate con il libro davanti ma senza studiare nemmeno una pagina , mi sento molto male se penso a tutti i sacrifici che i miei genitori hanno fatto per farmi studiare,a tutti i soldi investiti e a tutta la fiducia che mi hanno dato quindi sono molto depressa anche fisicamente non mi riconosco più ( ho messo su qualche chilo perché per l università sono sempre nervosa e a volte mi sfogo sul il cibo ). Ogni giorno mi alzo con il terrore di affrontare un altro giorno deludente e vado a dormire sempre insoddisfatta perchè non studio niente e dispiaciuta e con un enorme senso di colpa perché sto ingannando i miei. Mi sento tremendamente stupida e incapace perché tra 3 giorno ho l'esame e non ho studiato niente ancora una volta dopo aver fatto così per un intero anno. Così penso che lasciare tutto questo sia la cosa migliore così potrei anche aiutare i miei nell'azienda di famiglia e fare o la commessa nel negozio di mio padre o la cameriera all'agriturismo dei miei. Però ho paura che lasciando l università commetterò l'errore più grande di tutta la mia vita e che un giorno me ne pentiró. Le ragioni che mi hanno spinto a fare medicina sono : aiutare il prossimo a guarire dalla sofferenza o a sentire meno dolore , lavorare in ospedale( che é un ambiente che adoro ) , capire come funziona il corpo umano nei minimi dettagli,prendermi cura degli altri. Ho sempre avuto questo sogno bellissimo da realizzare ,su questo non ho mai avuto dubbi e sono stata sempre convinta e determinata ma ora non è più così e sono sempre più disperata. E non so cosa fare....i miei sarebbero contenti di qualsiasi decisione io prenderó ma la paura di deluderli e deludermi ancora una volta è tanta...
Tu cosa ne pensi ?
Grazie infinite se mi risponderai
Ansia, isolamento e tesi di laurea
Salve, sono una studentessa di 35 anni a cui manca solo la tesi per laurearsi. Ho fatto fatica a passare gli esami e arrivare fino a qui per questo motivo sono fuoricorso ma non ho mai avuto problemi psicologi fino alla tesi. Per trovare un argomento e un relatore che mi seguisse ho avuto parecchie difficoltà fino ad avere veri e propri attacchi di panico ogni volta che pensavo o che qualcuno mi chiedeva della tesi. La mia motivazione mi ha spinto a superare queste difficoltà e a trovare un relatore, tuttavia ora che ho iniziato a scriverla le cose non sono migliorate ma peggiorate. Gli attacchi di panico sono praticamene quotidiani, a questo si aggiungono rabbia per un sistema che non funziona molto bene e senso di impotenza e fallimento perchè le cose che scrivo non vanno bene al relatore, nonostante altre persone mi hanno detto che sono davvero brava a scrivere. Questo in me genera una bassa autostima e zero entusiasmo per il progetto che sto facendo che a questo punto non sento più mio ma del relatore. Tutto questo si traduce per me in un'isolamento sociale (non riesco ad uscire con le amiche e nemmeno conversare i chat) e in apatia. Questo enorme stress è dovuto al fatto che non riesco a relazionarmi con il relatore e al poco tempo che ho prima della consegna. Essendo fuoricorso non voglio rimandare ancora la laurea. Vedo la tesi come un blocco insormantabile che non mi fa andare avanti nella vita e non riesco ad essere serena con me stessa e con gli altri. Non riesco a parlare con le mie amiche laureate e lavoratrici perchè non so se mai riuscirò ad avere la vita che hanno loro. Perchè il mio è proprio come un blocco nella vita e non vedo vie d'uscita. I continui cambiamenti del prof e le ore perse a scrivere cose che non vanno bene non li reggo più. Risulta impossibile per me organizzarmi. Ci tengo a precisare che nonostante la mia età io non lavoro e grazie alla laurea, essendo nell'area sanitaria, potrei avere delle concrete possibilità.
1 risposte - LeggiHo fatto vincere la mia ansia?
Sono una ragazza di 22 anni, sto studiando all'università e vivo ancora con i miei.
Intorno ad aprile delle mie colleghe si sono iscritte all'Erasmus nonostante io ogni anno dicessi che volessi farlo; tra il voler aspettare un'amica con cui andare e le mie paure (di stare sola così lontana da casa) io non mi sono mai iscritta. Arriviamo così all'ultimo anno in cui si poteva fare e pensai di iscrivermi, in un momento impulsivo, e poi pensare cosa avrei fatto. Quando apro la domanda, era scaduta quella mattina.
È così che penso che sono stanca di aspettare gli altri o di stare meglio ed essere più sicura di fare le cose. Cerco allora degli stage a Londra; essendo una città dove sono sempre voluta andare, ero sicura che mi avrebbe molto spronata. Non trovo molto, a causa anche del passaporto e del visto, ed è così che penso di ripiegare su un soggiorno studio.
Penso di iniziare a prendere il passaporto e poi pensarci, solo che quando dico ai miei perché mi stavo organizzando per prendere il passaporto e condivido la mia idea, crolla il mondo. Giorni su giorni di litigate su quanto sia pericoloso andare da sola, perché voglio andare da sola, che non se ne parla proprio, ecc. Finché non si arrendono e decidono che se proprio ero sicura potevo andare.
È qui che ho iniziato a farmi dei dubbi se l'idea fosse ragionevole o meno, se dovessi andare o meno, ma rimango sulle mie idee che sarebbe stata una bella occasione ed esperienza.
Il 16 maggio prenoto in una scuola. Quando ho cercato il programma per la prima volta, il prezzo era indicato in euro, circa 2.000 €. Quando l'ho prenotato (molto tempo dopo), non so perché, ma il prezzo era in sterline, e me ne sono accorta solo quando ho ricevuto la fattura sul telefono con alcune spese aggiuntive che non avevo nemmeno visto. Ero sicura che fosse in euro e che quindi 2.000 erano ok per me, ma non era così. Quindi ho pagato circa 3.000 € in totale per il programma (corso + alloggio + voli).
Da qui inizia un tormento senza fine.
Scoppio a piangere il giorno dopo andando a lezione con l'aria che mi mancava pensando a quanto avessi speso. Tutti i giorni, per quasi un mese, è un pensiero di ragionamento se andare o no. Le ansie di cui sopra si moltiplicano anche nelle aspettative del corso, dell'esperienza. Se mi avesse fatto schifo, o avessi odiato viaggiare da sola, mi sarei ammazzata. Nonché un pensiero molto razionale che non tutti fanno queste cose; se me ne privo non è che valgo meno o sono da meno. Non tutti vanno in Erasmus e la vita non mi corre dietro.
Lascio qui sotto un'intera cosa che ho scritto, accumulando pensieri e ragionamenti, per farvi capire il rimugino costante, nello span da maggio a giugno:
"3.000 euro mi sembrano davvero troppi per un'esperienza del genere.
So che avrei potuto organizzare un viaggio simile in autonomia, senza il corso (voli + alloggio), spendendo molto meno. Mi sembra di aver pagato un prezzo esorbitante.
Questa esperienza non ha alcun valore professionale concreto per me. Voglio diventare insegnante e/o lavorare nei musei. Qualche settimana a Londra non cambierà le mie prospettive di lavoro. Non entrerà nel mio curriculum in modo significativo. Quindi, in pratica, è... una vacanza. E 3.000 euro per una vacanza mi sembrano una cifra assurda.
Se avessi vinto una borsa di studio o se dovessi lavorare lì, mi sentirei pienamente giustificata. Ma andarci solo per l'esperienza? Mi sembra una cosa da ragazzina ricca e viziata.
I motivi per andarci:
L'esperienza in sé, ovviamente. Vivere da sola all'estero per qualche settimana, usare l'inglese ogni giorno, cavarmela da sola, incontrare persone di altri paesi.
I 400 euro sono già persi in ogni caso.
Quando immagino uno "scenario magico" in cui sono già atterrata a Londra e mi sono sistemata, provo eccitazione e felicità.
Quando immagino di aver annullato, non mi sento esattamente triste. Mi sento... normale. Neutra. Sollevata che il conflitto mentale sia finito.
E penso che questo sia il vero problema: gran parte del motivo per cui annullare mi sembra allettante non è perché non voglio andare a Londra. È perché il rimborso è irreversibile. Una volta fatto, non posso più ripensarci. La porta si chiude e la mia mente finalmente smette di girare in tondo. Invece, se decido di partire, l'opzione del rimborso esiste ancora tecnicamente fino ai primi di agosto, quindi la mia mente continua a ripensarci ogni giorno.
Non ho la sensazione di perdermi Londra se annullo. Nella mia testa, "Un giorno andrò a Londra con qualcuno e sarà altrettanto bello". So che probabilmente non è logicamente vero (andare da soli e andare con qualcuno sono esperienze diverse), ma emotivamente è così che mi sento. Quindi la paura di perdermi qualcosa non è ciò che mi spinge a partire.
Ciò che mi spinge ad annullare è onestamente: la sensazione di aver preso una cattiva decisione finanziaria e voglio smettere di pensarci.
Continuo a ripetermi: "Avrei dovuto pensarci di più, di più, di più prima di impegnarmi." Ma onestamente... ho fatto ricerche per mesi prima di prenotare. Mi sento solo... estremamente stupida.
So razionalmente che i 400 € sono persi comunque. Il sollievo che provo immaginando di cancellare è dovuto principalmente alla decisione di chiudere la questione, ma a volte anche alla paura di essere sola, di non esserlo mai stata per così tanto tempo, e al dubbio di starmi spingendo troppo oltre. Credo sinceramente di aver pagato troppo. Non credo che questa convinzione sia solo ansia mascherata; penso sia una valutazione finanziaria legittima. E faccio fatica ad accettare di aver speso una cifra simile per qualcosa che è essenzialmente crescita personale/esperienza di vita, piuttosto che qualcosa con un ritorno misurabile.
Mi sembra che non ci sia via d'uscita che non mi faccia sentire stupida:
Annullare: "hai sprecato 400 euro e hai rinunciato a qualcosa per cui avevi già pagato"
Andare: "hai speso 3.000 euro quando avresti potuto farlo spendendo molto meno"
Entrambe le opzioni mi sembrano un'ammissione di aver commesso un errore. E credo di essermi concentrata così tanto sulla ricerca dell'opzione che mi faccia sentire meno stupida da aver perso la capacità di... decidere.
A volte ho la sensazione che mi piacerebbe tanto se ci fosse qualcuno sopra di me che mi dicesse cosa fare."
Questi pensieri che girano in tondo ogni giorno sono diventati troppo da sopportare per quasi un mese. Alcuni giorni mi passava anche la voglia di mangiare.
Razionalmente, e cercando online e chiedendo online, il consenso era che si trattasse di ansia anticipatoria o altre forme di questa, tipo il rimuginamento, e che avrei dovuto sopportare e andare, convincere il mio cervello che ho tempo per pensarci, che non devo decidere ora e che dovrei andare, sconfiggere le mie paure, non prendere la via più facile ovvero non andare.
Una sera, ero a cena con i miei e quando mia madre dice "e poi a Londra…" io dico "non so se vado", ed è così che loro immediatamente mi hanno detto (visto quanto non approvassero il viaggio): "non andare, se il pensiero ti sta stressando così tanto, se ogni giorno sei sull'orlo di fare il rimborso, di cercare sollievo, non andare: basta."
Ed è così che ho chiesto il rimborso.
Il sollievo non è stato immediato. Mi sento meglio, ma non quanto speravo. Perché penso ancora che sia un'esperienza pressoché inutile in un corso che neanche mi avrebbe dato una vera certificazione, ma mi sento di aver perso.
Non ho voglia di andare, non è che c'è una parte di me che appena ho cliccato rimborso si è sentita che in realtà voleva andare. È semplicemente che avevo messo così tanto sforzo e mente in tutto ciò che mi sembra di aver perso tempo.
Ora sto cercando di convincermi che ha senso pensare prima a finire i miei studi universitari e poi un giorno ci penso. Ho ancora tutta la vita davanti, no? Ho davvero perso tempo? Ho scelto la fuga più facile, quella dettata dall'ansia? Avrei dovuto combattere ancora?
Sono sicura che in parte sia per l'ansia dei miei, ma d'altro canto se fosse stata un'opportunità irripetibile credo sarei andata lo stesso. Era il concetto di star andando con tutta quest'ansia spendendo 3.000 euro, in fondo. Non so.
Ho sbagliato? Me ne pentirò per sempre? Non mi sento di pentirmene strettamente, ma ho ancora tanta tensione addosso. Speravo di essere più sollevata di così; mi sento di aver perso.
Mi sento di aver perso e so che sarei dovuta andare invece, che avevo pagato e ho solo buttato dei soldi. Mi sento un po' questo senso di colpa; non so se esattamente me ne sono pentita, ma sono consapevole che l'ho fatto maggiormente perché non riuscivo più a reggere il rimuginare. Ora come vado avanti?
Astinenza farmaci
Buonasera,ho bisogno di capire delle cose non per me ma per il mio compagno.Sono 8 anni che cambia cure psicofarmaci ecc
Ha deciso di eliminarli del tutto perché non ha visto cambiamenti ,il suo medico glieli ha fatti eliminare metà al volta m aho paura sia stato troppo veloce come scalo perché adesso sta malissimo ha sempre dolori non ha più voglia di combattere e si sta lasciando andare pensa che nulla ormai possa aiutarlo.
È possibile che la diminuzione troppo veloce sia la causa ?cosa posso fare lui non vuole più chiedere aiuto
Prendeva delorazepam mutabon e cipralex
Incapacità di adattarmi alle nuove situazioni
Salve, mi chiamo Riccardo ho 35 anni e scrivo in quanto da un bel pò di tempo non riesco ad adattarmi facilmente a situazioni nuove. Capisco che ad un carta età il carattere diventi immutabile per larga parte, però vorrei capire come tornare ad essere una persona che riesce a capire e ad adattarsi facilmente ai nuovi contesti in quanto in questo periodo non riesco a stare bene
Grazie
Aumentare la personalità
Salve, mi chiamo Riccardo e scrivo in quanto mi sono accorto che non riesco in vari momenti a tirare fuori la mia personalità. Sono arrivato a 35 anni e penso di non aver fatto un percorso tale da raggiungere una maggiore maturità, ogni volta che si presenta una situazione di conflitto in cui far valere le mie ragioni e la mia personalità mi tiro indietro, ho un blocco che non riesco a superare
Oltre a seguire un percorso di terapia c'è qualcosa che posso fare per crescere?
Grazie
Mancanza di personalità
Salve, mi chiamo Riccardo ho 35 anni e scrivo in quanto nella mia vita non ho maimavuto personalità Non ho mai ragionato con la mia testa e non riesco ad esprimere i miei bisogni. Vorrei capire cosa significa quando mi viene detto che non ho personalità e cosa posso fare per non farmi condizionare in maniera così evidente dalle altre persone?
Grazie
Ansia, isolamento e tesi di laurea
Salve, sono una studentessa di 35 anni a cui manca solo la tesi per laurearsi. Ho fatto fatica a passare gli esami e arrivare fino a qui per questo motivo sono fuoricorso ma non ho mai avuto problemi psicologi fino alla tesi. Per trovare un argomento e un relatore che mi seguisse ho avuto parecchie difficoltà fino ad avere veri e propri attacchi di panico ogni volta che pensavo o che qualcuno mi chiedeva della tesi. La mia motivazione mi ha spinto a superare queste difficoltà e a trovare un relatore, tuttavia ora che ho iniziato a scriverla le cose non sono migliorate ma peggiorate. Gli attacchi di panico sono praticamene quotidiani, a questo si aggiungono rabbia per un sistema che non funziona molto bene e senso di impotenza e fallimento perchè le cose che scrivo non vanno bene al relatore, nonostante altre persone mi hanno detto che sono davvero brava a scrivere. Questo in me genera una bassa autostima e zero entusiasmo per il progetto che sto facendo che a questo punto non sento più mio ma del relatore. Tutto questo si traduce per me in un'isolamento sociale (non riesco ad uscire con le amiche e nemmeno conversare i chat) e in apatia. Questo enorme stress è dovuto al fatto che non riesco a relazionarmi con il relatore e al poco tempo che ho prima della consegna. Essendo fuoricorso non voglio rimandare ancora la laurea. Vedo la tesi come un blocco insormantabile che non mi fa andare avanti nella vita e non riesco ad essere serena con me stessa e con gli altri. Non riesco a parlare con le mie amiche laureate e lavoratrici perchè non so se mai riuscirò ad avere la vita che hanno loro. Perchè il mio è proprio come un blocco nella vita e non vedo vie d'uscita. I continui cambiamenti del prof e le ore perse a scrivere cose che non vanno bene non li reggo più. Risulta impossibile per me organizzarmi. Ci tengo a precisare che nonostante la mia età io non lavoro e grazie alla laurea, essendo nell'area sanitaria, potrei avere delle concrete possibilità.
1 risposte - LeggiHo fatto vincere la mia ansia?
Sono una ragazza di 22 anni, sto studiando all'università e vivo ancora con i miei.
Intorno ad aprile delle mie colleghe si sono iscritte all'Erasmus nonostante io ogni anno dicessi che volessi farlo; tra il voler aspettare un'amica con cui andare e le mie paure (di stare sola così lontana da casa) io non mi sono mai iscritta. Arriviamo così all'ultimo anno in cui si poteva fare e pensai di iscrivermi, in un momento impulsivo, e poi pensare cosa avrei fatto. Quando apro la domanda, era scaduta quella mattina.
È così che penso che sono stanca di aspettare gli altri o di stare meglio ed essere più sicura di fare le cose. Cerco allora degli stage a Londra; essendo una città dove sono sempre voluta andare, ero sicura che mi avrebbe molto spronata. Non trovo molto, a causa anche del passaporto e del visto, ed è così che penso di ripiegare su un soggiorno studio.
Penso di iniziare a prendere il passaporto e poi pensarci, solo che quando dico ai miei perché mi stavo organizzando per prendere il passaporto e condivido la mia idea, crolla il mondo. Giorni su giorni di litigate su quanto sia pericoloso andare da sola, perché voglio andare da sola, che non se ne parla proprio, ecc. Finché non si arrendono e decidono che se proprio ero sicura potevo andare.
È qui che ho iniziato a farmi dei dubbi se l'idea fosse ragionevole o meno, se dovessi andare o meno, ma rimango sulle mie idee che sarebbe stata una bella occasione ed esperienza.
Il 16 maggio prenoto in una scuola. Quando ho cercato il programma per la prima volta, il prezzo era indicato in euro, circa 2.000 €. Quando l'ho prenotato (molto tempo dopo), non so perché, ma il prezzo era in sterline, e me ne sono accorta solo quando ho ricevuto la fattura sul telefono con alcune spese aggiuntive che non avevo nemmeno visto. Ero sicura che fosse in euro e che quindi 2.000 erano ok per me, ma non era così. Quindi ho pagato circa 3.000 € in totale per il programma (corso + alloggio + voli).
Da qui inizia un tormento senza fine.
Scoppio a piangere il giorno dopo andando a lezione con l'aria che mi mancava pensando a quanto avessi speso. Tutti i giorni, per quasi un mese, è un pensiero di ragionamento se andare o no. Le ansie di cui sopra si moltiplicano anche nelle aspettative del corso, dell'esperienza. Se mi avesse fatto schifo, o avessi odiato viaggiare da sola, mi sarei ammazzata. Nonché un pensiero molto razionale che non tutti fanno queste cose; se me ne privo non è che valgo meno o sono da meno. Non tutti vanno in Erasmus e la vita non mi corre dietro.
Lascio qui sotto un'intera cosa che ho scritto, accumulando pensieri e ragionamenti, per farvi capire il rimugino costante, nello span da maggio a giugno:
"3.000 euro mi sembrano davvero troppi per un'esperienza del genere.
So che avrei potuto organizzare un viaggio simile in autonomia, senza il corso (voli + alloggio), spendendo molto meno. Mi sembra di aver pagato un prezzo esorbitante.
Questa esperienza non ha alcun valore professionale concreto per me. Voglio diventare insegnante e/o lavorare nei musei. Qualche settimana a Londra non cambierà le mie prospettive di lavoro. Non entrerà nel mio curriculum in modo significativo. Quindi, in pratica, è... una vacanza. E 3.000 euro per una vacanza mi sembrano una cifra assurda.
Se avessi vinto una borsa di studio o se dovessi lavorare lì, mi sentirei pienamente giustificata. Ma andarci solo per l'esperienza? Mi sembra una cosa da ragazzina ricca e viziata.
I motivi per andarci:
L'esperienza in sé, ovviamente. Vivere da sola all'estero per qualche settimana, usare l'inglese ogni giorno, cavarmela da sola, incontrare persone di altri paesi.
I 400 euro sono già persi in ogni caso.
Quando immagino uno "scenario magico" in cui sono già atterrata a Londra e mi sono sistemata, provo eccitazione e felicità.
Quando immagino di aver annullato, non mi sento esattamente triste. Mi sento... normale. Neutra. Sollevata che il conflitto mentale sia finito.
E penso che questo sia il vero problema: gran parte del motivo per cui annullare mi sembra allettante non è perché non voglio andare a Londra. È perché il rimborso è irreversibile. Una volta fatto, non posso più ripensarci. La porta si chiude e la mia mente finalmente smette di girare in tondo. Invece, se decido di partire, l'opzione del rimborso esiste ancora tecnicamente fino ai primi di agosto, quindi la mia mente continua a ripensarci ogni giorno.
Non ho la sensazione di perdermi Londra se annullo. Nella mia testa, "Un giorno andrò a Londra con qualcuno e sarà altrettanto bello". So che probabilmente non è logicamente vero (andare da soli e andare con qualcuno sono esperienze diverse), ma emotivamente è così che mi sento. Quindi la paura di perdermi qualcosa non è ciò che mi spinge a partire.
Ciò che mi spinge ad annullare è onestamente: la sensazione di aver preso una cattiva decisione finanziaria e voglio smettere di pensarci.
Continuo a ripetermi: "Avrei dovuto pensarci di più, di più, di più prima di impegnarmi." Ma onestamente... ho fatto ricerche per mesi prima di prenotare. Mi sento solo... estremamente stupida.
So razionalmente che i 400 € sono persi comunque. Il sollievo che provo immaginando di cancellare è dovuto principalmente alla decisione di chiudere la questione, ma a volte anche alla paura di essere sola, di non esserlo mai stata per così tanto tempo, e al dubbio di starmi spingendo troppo oltre. Credo sinceramente di aver pagato troppo. Non credo che questa convinzione sia solo ansia mascherata; penso sia una valutazione finanziaria legittima. E faccio fatica ad accettare di aver speso una cifra simile per qualcosa che è essenzialmente crescita personale/esperienza di vita, piuttosto che qualcosa con un ritorno misurabile.
Mi sembra che non ci sia via d'uscita che non mi faccia sentire stupida:
Annullare: "hai sprecato 400 euro e hai rinunciato a qualcosa per cui avevi già pagato"
Andare: "hai speso 3.000 euro quando avresti potuto farlo spendendo molto meno"
Entrambe le opzioni mi sembrano un'ammissione di aver commesso un errore. E credo di essermi concentrata così tanto sulla ricerca dell'opzione che mi faccia sentire meno stupida da aver perso la capacità di... decidere.
A volte ho la sensazione che mi piacerebbe tanto se ci fosse qualcuno sopra di me che mi dicesse cosa fare."
Questi pensieri che girano in tondo ogni giorno sono diventati troppo da sopportare per quasi un mese. Alcuni giorni mi passava anche la voglia di mangiare.
Razionalmente, e cercando online e chiedendo online, il consenso era che si trattasse di ansia anticipatoria o altre forme di questa, tipo il rimuginamento, e che avrei dovuto sopportare e andare, convincere il mio cervello che ho tempo per pensarci, che non devo decidere ora e che dovrei andare, sconfiggere le mie paure, non prendere la via più facile ovvero non andare.
Una sera, ero a cena con i miei e quando mia madre dice "e poi a Londra…" io dico "non so se vado", ed è così che loro immediatamente mi hanno detto (visto quanto non approvassero il viaggio): "non andare, se il pensiero ti sta stressando così tanto, se ogni giorno sei sull'orlo di fare il rimborso, di cercare sollievo, non andare: basta."
Ed è così che ho chiesto il rimborso.
Il sollievo non è stato immediato. Mi sento meglio, ma non quanto speravo. Perché penso ancora che sia un'esperienza pressoché inutile in un corso che neanche mi avrebbe dato una vera certificazione, ma mi sento di aver perso.
Non ho voglia di andare, non è che c'è una parte di me che appena ho cliccato rimborso si è sentita che in realtà voleva andare. È semplicemente che avevo messo così tanto sforzo e mente in tutto ciò che mi sembra di aver perso tempo.
Ora sto cercando di convincermi che ha senso pensare prima a finire i miei studi universitari e poi un giorno ci penso. Ho ancora tutta la vita davanti, no? Ho davvero perso tempo? Ho scelto la fuga più facile, quella dettata dall'ansia? Avrei dovuto combattere ancora?
Sono sicura che in parte sia per l'ansia dei miei, ma d'altro canto se fosse stata un'opportunità irripetibile credo sarei andata lo stesso. Era il concetto di star andando con tutta quest'ansia spendendo 3.000 euro, in fondo. Non so.
Ho sbagliato? Me ne pentirò per sempre? Non mi sento di pentirmene strettamente, ma ho ancora tanta tensione addosso. Speravo di essere più sollevata di così; mi sento di aver perso.
Mi sento di aver perso e so che sarei dovuta andare invece, che avevo pagato e ho solo buttato dei soldi. Mi sento un po' questo senso di colpa; non so se esattamente me ne sono pentita, ma sono consapevole che l'ho fatto maggiormente perché non riuscivo più a reggere il rimuginare. Ora come vado avanti?
Astinenza farmaci
Buonasera,ho bisogno di capire delle cose non per me ma per il mio compagno.Sono 8 anni che cambia cure psicofarmaci ecc
Ha deciso di eliminarli del tutto perché non ha visto cambiamenti ,il suo medico glieli ha fatti eliminare metà al volta m aho paura sia stato troppo veloce come scalo perché adesso sta malissimo ha sempre dolori non ha più voglia di combattere e si sta lasciando andare pensa che nulla ormai possa aiutarlo.
È possibile che la diminuzione troppo veloce sia la causa ?cosa posso fare lui non vuole più chiedere aiuto
Prendeva delorazepam mutabon e cipralex
Incapacità di adattarmi alle nuove situazioni
Salve, mi chiamo Riccardo ho 35 anni e scrivo in quanto da un bel pò di tempo non riesco ad adattarmi facilmente a situazioni nuove. Capisco che ad un carta età il carattere diventi immutabile per larga parte, però vorrei capire come tornare ad essere una persona che riesce a capire e ad adattarsi facilmente ai nuovi contesti in quanto in questo periodo non riesco a stare bene
Grazie
Aumentare la personalità
Salve, mi chiamo Riccardo e scrivo in quanto mi sono accorto che non riesco in vari momenti a tirare fuori la mia personalità. Sono arrivato a 35 anni e penso di non aver fatto un percorso tale da raggiungere una maggiore maturità, ogni volta che si presenta una situazione di conflitto in cui far valere le mie ragioni e la mia personalità mi tiro indietro, ho un blocco che non riesco a superare
Oltre a seguire un percorso di terapia c'è qualcosa che posso fare per crescere?
Grazie
Bisogno di aiuto o solo capricci?
Sono una donna di 33 anni, non ho famiglia a carico e ho un rapporto sereno con la mia famiglia. Vivo all’estero da diversi anni, da poco più di un mese ho cambiato nuovamente città e mi sono trasferita per lavoro in un Paese dove non avevo nessun tipo di contatto pregresso. L’anno scorso sono stata licenziata e per mia decisione (dettata anche dall’idea di voler cambiare percorso professionale) sono rimasta in disoccupazione fino al mio recente trasferimento.
In generale, mi ritengo soddisfatta della mia vita e riesco ad essere “funzionale” in vari aspetti: lavoro, amicizia, situazioni nuove.
Il motivo per cui oggi ho deciso di scrivere qui, è perché in questi mesi che ho avuto modo di stare “con me stessa”, una volta venuta a mancare la routine dettata dal lavoro, mi sono accorta di alcuni meccanismi che metto in atto quando mi trovo in situazioni di possibile vulnerabilità.
In particolare, quanto riguarda l’aprirmi nei confronti di un altra persone (a livello intimo/romantico), ma anche nel verbalizzare a persone anche amici come mi sento e/o chiedere aiuto.
Ho notato e mi hanno fatto notare, che molto raramente do’ voce ai miei bisogni… di conseguenza, mi sono accorta che io stessa faccio molta fatica ad identificare i miei bisogni, vivendo quasi perennemente in uno stato di distacco in cui questi risultano neutralizzalizzati. Nelle situazioni in cui mi trovo in difficoltà (tipo che richiedono un’eventuale mia apertura o esposizione), vado in confusione: da una parte provo ad accennare un aiuto come una forma di curiosità personale, d’altra parte metto in dubbio la reale necessità di aiuto, perché penso di potercela fare da sola e che quello che sto passando è un disagio temporaneo e sopratutto non sembra avere un grande impatto nella mia vita, rispetto ad altri ben più “ingombranti”. Accompagnato a questo stato di confusione di quello che penso, ci sono anche pensieri legati al desiderio di non essere più presente o qui. Non sono sicura se si possano associare a pensieri suicidari perché non sono mossi dall’intenzione di farmi del male, semplicemente non vorrei essere cosciente, è una sorta di spinta all’annullamento.
Questi pensieri e in particolare la sensazione di sentirmi dissociata e incapace di entrare in contatto con il mondo e vivere le emozioni sono stati molto presenti in una certa fase della mia vita (a partire dai 16 fino ai 25 più o meno), a intensità e momenti diversi.
Quando avevo 16 anni sono andata da uno piscologo per un colloquio conoscitivo, ma anche se non rifiutavo l’idea di per sé, alla fine di quella seduta ho pensato “questo è uno situazione che posso affrontare da sola perché solo io posso conoscermi veramente” e da li ho iniziato a scrivere (journaling), abitudine che ho mantenuto piu o meno fino ad ora.
Per riassumere il mio post e riconnettermi anche alla domanda iniziale, mi sto rendendo conto che:
1. Ho difficoltà a capire come mi sento —> mi sembra spesso di vivere in uno stato emotivo “neutrale”, in cui non provo né dolore né rabbia né sofferenza ma neanche amore e passione;
2. Mettere in discussione il mio eventuale bisogno di aiuto, con meccanismi di autosabotaggio (anche ora ad esempio, mi chiedo se veramente questa sia una situazione comune a tante persone oppure è una spia di qualcosa che io da sola non sono in grado di afferrare)
3. Quando sono in difficoltà o esposta tendo ad avere pensieri di annientamento e annullamento, che poi mi portano a vivere in uno stato di apatia e dissociazione
Contemporaneamente, sottolineo di avere una vita “normale”, ho una routine, ho una vita sociale appagante, non ho abitudini distruttive non ho ansie particolari e mi sento emotivamente stabile (quando non vuota). Per le persone che mi conoscono, sono una specie di creatura zen, calmante, materna, capace di dare sicurezza. Il fatto che io possa ricercare un supporto psicologico è stato visto più come un desiderio di conoscere meglio me stessa, che come strumento per rispondere a un eventuale disagio.. che non capisco neanche io se esiste o meno.
Scusate la lunghezza del post. Sarei curiosa di leggere quali sono le vostre impressioni.