Come affrontare la morte di una persona cara

Il doloroso percorso per superare un lutto

Pubblicato il 10 luglio, 2019  / Psicologia e dintorni
lutto

La difficoltà che abbiamo ad affrontare il discorso della morte è un dato oggettivo, che fa sempre più parte delle nostre vite. Tuttavia, a pensarci bene, quello che ci caratterizza come esseri umani non è la paura della propria morte, quanto di quella delle persone a cui vogliamo bene e alle quali ci sentiamo più legati.

La vita può offrirci molto, ma può toglierci altrettanto, e tutti noi - chi presto e chi tardi - abbiamo purtroppo perso qualcuno a cui tenevamo.

La scomparsa di una persona cara è sicuramente uno degli eventi più dolorosi che si possano vivere; perché porta con sé anche la perdita di una parte di noi. Una parte della nostra identità, collegata al vissuto che abbiamo condiviso con quella persona, ai ricordi che ci ha lasciato, ai nostri progetti futuri con lei, inizia a sfumare per sempre.

Infatti, come sostenuto da molti grandi pensatori del passato, la contraddizione è l'essenza della nostra esistenza e così come non esiste il bianco senza il nero, il bene senza il male, così non può esistere il lutto senza l’idea che prima della perdita dell’altro ci sia stato un legame, un rapporto affettivo, che col tempo si era fatto sempre più solido.

Apprendere la notizia della scomparsa di una persona cara provoca immancabilmente sgomento e incredulità, accompagnate da un senso di disperazione.

Ma, già da questo primo momento, ci si presenta davanti, ineluttabile, la prima contraddizione della improvvisa e nuova condizione di tristezza in cui siamo gettati.

Inizialmente, proprio nel momento in cui ci sentiamo travolti dalla confusione e la mente vorrebbe solo svuotarsi, dobbiamo infatti anche occuparci di tutti gli aspetti pratici, ed essere pronti a ogni evenienza, tenendo conto anche del luogo del decesso: casa, ospedale, uno spazio pubblico, oppure all’estero.

Spesso, bisogna riconoscerlo, non si è preparati ad affrontare gli aspetti burocratici che la scomparsa di una persona implica. Eppure, basta pensare al fatto che il suo decesso dovrà essere registrato presso un’impersonale anagrafe, per rendersi conto della pervasività di tali questioni. Queste ultime, in effetti, sembrano umiliare il nostro dolore, costringendoci a occuparci di faccende che appartengono a questo mondo, mentre la nostra mente è semplicemente rivolta altrove. Ci si chiede, insomma, di risolvere questioni materiali e terrene, mentre il nostro pensiero ha appena sbattuto contro la realtà del sovraterreno, che il mondo contemporaneo ci fa sempre più ignorare.

Oltre a rivolgerci al medico dobbiamo infatti anche occuparci di acquisire informazioni sulle onoranze funebri, sperando di non essere consigliati male da qualcuno pronto ad approfittarsi del nostro momento di debolezza. Non bisogna, in questo senso, farsi trascinare da soluzioni immediate che ci permetterebbero di tornare a concentrarci sulla perdita che abbiamo subìto. Si deve, al contrario, prestare la minima attenzione a ogni dettaglio e non lasciare niente alla casualità.

A questo proposito la tecnologia oggi può essere uno strumento utile, con un portale come ad esempio lastello.it (da "Last Hello", ultimo saluto), dove con pochi e semplici clic possiamo ottenere immediatamente i preventivi personalizzati di tutte le onoranze funebri più vicine alla nostra città, in modo da scegliere la più comoda, la più economica o la più adeguata alle nostre esigenze.

Ben presto, però, il posto occupato nella mente dagli aspetti burocratici svanirà e dovremo fare i conti con un passaggio obbligato in cui sarà necessario investire gran parte delle nostre energie e della nostra concentrazione: elaborare il lutto e riorganizzare un’altra vita possibile. Una vita magari diversa da quella che avremmo pianificato se non fosse scomparsa la persona cara al nostro fianco.

Dobbiamo, in una parola, tornare alla progettualità, alla radice pratica del nostro vivere.

Può essere utile specificare che, in generale, è più che normale avvertire - a livello emotivo - solitudine, stanchezza, spossatezza, senso di impotenza, abbattimento.

Si può anche avvertire - a livello cognitivo - incredulità, confusione, mancanza di orientamento, allucinazioni.
E infine - a livello fisico - si può avvertire vuoto allo stomaco, peso al petto e gola ostruita, ipersensibilità al rumore e bocca secca.

La prima fase del lutto è caratterizzata dalla negazione dell’evento, una difesa psicologica che vuole proteggere dalla perdita di legami affettivi consolidati. In questa fase non viviamo pienamente il dolore, perché quanto è accaduto non ci sembra ancora reale. La nostra coscienza instaura una barriera da porre tra sé e il reale, che risulta talmente doloroso da dover essere rimosso per la nostra stessa sopravvivenza. Ma, allo stesso tempo, questa è una fase in cui - nei frangenti in cui riprendiamo a percepire la realtà del decesso - vediamo solo ciò che ci mancherà di chi non c'è più, ma non ciò che la relazione con quella persona ci ha lasciato in termini di affetto, vicinanza e partecipazione.

Soffriamo per ciò che se n'è andato, ma non riusciamo ancora ad accogliere dentro di noi ciò che ci è stato donato.

L’elaborazione di un lutto, infatti, risulta essere una tappa importante per la comprensione stessa della propria vita e per la costruzione di nuove prospettive, inattese e potenzialmente sorprendenti.

Tuttavia, il senso di irrealtà che ci accompagna in questa prima fase si affievolisce pian piano nel tempo, in modo che si possa giungere all’accettazione dell'esistenza e alla seconda fase: quella della rabbia e delle autorecriminazioni su ciò che avremmo potuto o non dovuto fare. Tale fase non è attraversata da tutte le persone ma, se presente, può rimanere a lungo, anche in sottofondo, nella quotidianità di chi la patisce, con ripercussioni sulla qualità di vita e dell'ambiente circostante.

La terza fase è proprio quella in cui si comincia a fare i conti con la nuova realtà; una realtà sempre segnata dalla mancanza e dal vuoto di ciò che abbiamo perso, ma in modo diverso e più articolato.

Inizialmente si tende a confondere quello che dobbiamo lasciare andare, e che non si riesce a lasciare andare, con ciò che invece dobbiamo trattenere, ma che si respinge perché troppo gravoso da sostenere. Questa condizione si osserva quando bisogna prendere decisioni riguardo gli effetti personali e altri beni della persona trapassata: qualcuno se ne libera subito, sperando così di tagliare in fretta ogni legame con qualcosa di avvertito come troppo doloroso, per poi però pentirsene quando è ormai troppo tardi; altre persone, invece, conservano, usano, esibiscono ciò che apparteneva al defunto. Anche in questo caso bisogna essere capaci di trovare il "giusto mezzo".

Il passato, infatti, può aiutarci a sostenere il futuro se non diventa mera e passiva adulazione di ciò che è stato e non sarà più. Dunque, può essere giusto e produttivo per la nostra vita conservare i beni di una persona cara e defunta, ma solo fintantoché essi siano un impulso a riprendere in mano la nostra vita, proprio come farebbe, magari, la persona che non abbiamo più vicino.

Solo quando si è raggiunto un buon compromesso tra il lasciare andare e il trattenere si può passare alla quarta fase: l’accettazione, ossia l’accoglimento e la presa di consapevolezza dell’evento di perdita e di tutto quello che ne deriverà: il vuoto.

Nessun ritorno a una vita normale sarà reale se non passerà attraverso l’elaborazione del dolore che la perdita ha provocato e la consapevolezza che quella sofferenza è l’altro lato della medaglia del legame che si era instaurato.

Con il tempo, inoltre, ognuno di noi è portato a integrare l’evento della morte della persona cara all’interno della propria storia personale. Solitamente impariamo a distinguere tra un "prima" e un "dopo" la morte.

Possiamo però sostenere che il processo di "elaborazione del lutto" è terminato quando riusciamo ad accettare la nuova realtà e a trovare un posto per la persona persa dentro di noi (nella nostra mente, nel nostro cuore o nella nostra anima), in un luogo interno meno doloroso, che ci permette di sentirla vicina e persino utile a una riapertura verso il mondo che ci circonda.

Avere la persona perduta dentro di noi ci permetterà di percepirla parte integrante del nostro essere vivi, e potremo così sentirci confortati dall’importanza della relazione che avevamo creato e sulla sua durata eterna.

In tutti i dettagli più minuziosi della nostra vita come, per esempio, i nostri comportamenti, le nostre parole, i nostri gesti, la persona che abbiamo perduto potrà tornare a essere viva se sarà lei ad ispirare un certo comportamento, una certa parola, un certo gesto. Starà a noi, insomma, valorizzarla e affermarla nell'esistenza attraverso altre forme.

Prima di riuscire a riempire il vuoto, però, occorre attraversare anche la fase della profonda tristezza, del desiderio di piangere, della perdita della voglia di vivere e di interesse per i propri impegni e la propria vita. Questa è quindi anche la fase in cui si possono sviluppare comportamenti a rischio (abuso di psicofarmaci e alcol, disturbi del sonno e dell’alimentazione): è importante quindi ricorrere a un supporto psicologico per evitare che la crisi sfoci in una vera e propria depressione. Il confronto con un terapeuta aiuta soprattutto chi si avverte come solo una volta compresa appieno la perdita. Da un punto di vista psicologico può essere utile, inoltre, cercare di costruirsi una nuova quotidianità: strutturare degli impegni che proiettino "al domani" può avere un enorme beneficio.

Solo costruendosi delle nuove prospettive di vita si può giungere all’ultima fase, quella del nuovo equilibrio.

Nell’esperienza del lutto spesso si crede che "si debba cavarsela da soli", sia perchè si stenta a credere che qualcuno possa essere disponibile ad ascoltare la propria dolorosa storia, sia perché il paradigma di pensiero dominante impone una gestione individuale e privata di lutti e perdite, come se condividere i propri problemi fosse segno di assenza di forza e carattere. Al contrario, l'esperienza del lutto va vissuta, per quanto possibile e compatibilmente con i propri sentimenti, cercando di confrontarsi con gli altri, e magari proprio con qualcuno che possa avere con la persona defunta un legame forte quanto il nostro. La personalità di un individuo, la sua forza e il suo "carattere", emergono esattamente nel rendersi conto di essere capaci di chiedere supporto.

Non abbiate paura, pertanto, di mostrare la vostra fragilità, la vostra tristezza e la vostra rabbia. Esiste un tempo per la gioia e un tempo per il dolore.

Farlo è, infatti, un segno di vigore e voglia di ripartire. Di sicuro mostrare queste emozioni ad amici e familiari può essere estremamente difficile perché si cerca di apparire agli altri sempre nel migliore dei modi; ma è importante concedersi uno spazio e del tempo in cui dar sfogo a tutte le emozioni che si provano a seguito di una perdita importante. Spazi e tempi per lasciar emergere le emozioni hanno un effetto catartico specialmente quando sono condivisi con qualcun altro.

Non abbiate paura, quindi, neanche di chiedere aiuto a uno psicologo perché ciò che può sembrare difficile e impossibile da affrontare, con il giusto supporto, può essere risolto. Di fronte alla morte siamo passivi ma, per fortuna, non è così davanti alla vita verso la quale, superato il momento dello sconforto profondo, ci riaffacciamo con rinnovata voglia di esistere, di esserci, di riprendere il filo del discorso da noi stessi.

Con il tempo, in fondo, è possibile portare dentro di noi chi abbiamo amato e perso. Soffriremo; ma allo stesso tempo accetteremo e apprezzeremo quanto di importante ci è stato lasciato e andremo avanti nella vita portando con noi gli affetti persi, anche se ogni tanto, magari, capiterà di essere sovrappensiero, sentire una canzone e iniziare a piangere. E tuttavia quelle lacrime, a distanza di molti anni, regaleranno sempre, inaspettatamente, la sicurezza che quei legami non sono stati mai interrotti e sono sempre i legami profondi della nostra vita.

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