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Le ambivalenze affettive in gravidanza

Pubblicato il 12 maggio, 2019  / Psicologia e dintorni
gravidanza

Questo articolo è una proposta di spunti e riflessioni per le mamme nel loro periodo di gestazione. Tali spunti sono tratti dalla mia esperienza professionale con donne in stato di gravidanza e neo mamme e, per alcuni aspetti, da quella personale (sono madre di due bambini).

In questo scritto pongo l’attenzione agli aspetti emotivi e cognitivi legati alle situazioni familiari dove non ci siano problematiche specifiche nel bambino e/o nella coppia genitoriale che rimandano ad ambiti e trattamenti più specifici (ad esempio gravidanza non desiderata, malformazioni o disabilità, situazioni di violenza familiare, di tossicodipendenza o di malattie psichiatriche, maternità adolescenziali).

Desiderio di maternità e concepimento

Le mani tremano. Si leggono più volte le istruzioni per essere sicure di non sbagliare… anche se non c’è tanto da capire: fare la pipì sullo stick e attendere un minuto…E’ un minuto troppo lento e troppo veloce e il cuore si è spostato nella gola, si è prese da uno strano senso di vertigine e da una miriade di pensieri che affollano il cervello per scivolare via immediatamente e sentire la testa piena di niente e poi…riaprire gli occhi e avere il coraggio di guardare in che modo la propria vita cambia.

Sia che questo momento lo si viva da sole o con il proprio compagno, è un momento che rimane intrecciato a una esplosione confusa di emozioni. Si può iniziare a piangere e a ridere contemporaneamente, a saltare e saltellare o rimanere immobili con lo stick in mano davanti a quelle due lineette. Qualsiasi sia la reazione, è in questo momento che inizia a farsi strada la certezza che i desideri e le fantasie di diventare mamme stanno iniziando a realizzarsi. E’ in questo momento che inizia a farsi strada la consapevolezza che la propria vita sta prendendo una direzione imprevedibile.

Comincia così l’incredibile avventura di diventare madri.

I primi giorni passano tra euforia e sottili inquietudini, tra la paura di illudersi e la ricerca della conferma di laboratorio. E poi dirlo…Quando? Subito? O aspettare i fatidici tre mesi?

La gravidanza

Proprio nel momento in cui ci sembra che ci venga richiesto (da chi? dagli altri? dalla società? da noi stesse?) di essere all’altezza (a che livello deve essere questa altezza?) del nostro nuovo ruolo di MADRE, che siamo certe ci richiederà di essere sempre perfettamente solide e adeguate (ovviamente è una convinzione irrazionale!), ecco qui che invece ci sentiamo più vulnerabili, più bisognose di sostegno, più figlie… Ecco qui che le nostre paure che spesso con fatica siamo riuscite a nascondere nel fondo del baule, tornano fuori più prepotenti che mai e vengono a sporcare quello che dovrebbe essere il momento magico della nostra vita.

Quanto lo abbiamo desiderato questo figlio. O no? Certo che sì. E allora perché ci sono momenti in cui un pensiero dispettoso insinua il dubbio che forse avremmo dovuto pensarci meglio, che avere un figlio è come giocare alla roulette russa?. E se qualcosa andasse male? E se poi non sarà come spero e immagino? E se poi invece di essere maggiormente piena e realizzata , la mia vita diventa una prigione? E poi non si può tornare indietro. Non si può dire : “Scusate, ho cambiato idea”. E allora al sentimento di eccitazione gioiosa si alternano momenti di inquietudini e angosce.

Ma perché la gravidanza dovrebbe essere un periodo magico? Non lo è? No. E’ certamente un periodo importante, significativo, complesso, gravido di aspettative, desideri, fantasie, speranze, paure.

E’ un cambiamento, è il CAMBIAMENTO. E ricordiamoci che ogni volta che siamo chiamati a riadattare noi stessi a qualcosa di nuovo, anche se questo qualcosa di nuovo è desiderabile, positivo, bello per la nostra vita, siamo lo stesso spaventati. Perché il nuovo ci costringe ad uscire dal nostro recinto, dai nostri consolidati schemi di pensieri e di abitudini che, se anche a volte li percepiamo come arrugginiti e poco funzionali, sono tuttavia comodi e rassicuranti come delle vecchie pantofole. Ma è bene sapere che l’altra faccia della medaglia della paura verso l’ “ignoto” è la curiosità. E allora permettiamoci di essere curiose. Di essere curiose di vedere e scoprire che tipino è quell’estraneo di nostro/a figlio/a, di scoprire che madre saremo e diventeremo grazie a ogni figlio che nasce e cresce con noi. In quel piccolo corpo c’è un infinito da esplorare. E per quanto attente, meticolose, perseveranti e pazienti saremmo, quell’infinito non potremmo mai esplorarlo fino in fondo.

Bisogna imparare ad accettare anche le ambivalenze affettive che ogni gravidanza normale presenta. E’ importante sapere questo per evitare i sensi di colpa che accompagnano queste ambivalenze. Spesso tra le donne esiste la convinzione che non debbano mai provare emozioni legate all’ansia, all’angoscia o al rifiuto altrimenti possono compromettere in maniera radicale lo sviluppo psicologico del feto. Non è così.

Nessuna gravidanza, per quanto sia stata fortemente voluta, è esente dalla complessità altalenante dovuta alle modifiche ormonali e soprattutto alla coscienza di una trasformazione che non è solo corporea e biologica, ma mentale e psicologica. Come se in noi dovessimo ricercare un’altra identità, quella di madre, che non sappiamo bene come costruire. In teoria sappiamo bene come vorremmo essere, un’idea di quale madre sarebbe giusta per noi ce l’abbiamo, ma il problema è proprio questo: quella “madre ideale” ci sembra superiore alle nostre forze, ci sembra che lo scarto tra lei e le nostre sensazioni emotive scomode sia a volte così palese. Che razza di madre potrei essere se a volte sento ostilità verso quel feto che sta prendendo possesso del mio corpo, lo ingombra, si prende il meglio delle sostanze nutritive? Che mi fa sentire la nausea, il fastidio per certi cibi, mi priva del prosciutto e di tutti quegli affettati che non mi sono mai sembrati così appetitosi come ora, mi vieta di straviziare, mi fa dormire male, respirare male, muovermi male, mi porta una grande stanchezza e mi fa percepire come una cosa strana pure il sesso? E’ vero che a volte, anzi la maggior parte delle volte, sento un’ondata d’amore così potente da sentirmi travolta e sopraffatta dalla tenerezza. Ma quegli altri pensieri e sensazioni che mi appaiono così brutti e meschini dove li metto? Voglio essere una buona madre. Lo voglio davvero! E poi tutte quelle paure. Ne sono così tante che può essere utile elencarle:

  • Paura di perdere il bambino. I primi tre mesi sono difficili perché prendere coscienza del cambiamento che sta avvenendo nella nostra vita e la paura di amare qualcuno che si può anche perdere, sembra una crudeltà e un’ingiustizia.

  • Paura di non saper proteggere il bambino (infezioni, urti incidentali). Certamente se una donna non è “ipocondriaca”, in gravidanza un po’ ci diventa. Ricordo con un sorriso (ora che è passato qualche anno!) le mie paturnie sulla toxoplasmosi. Un episodio tra tutti: sono riuscita a farmi ridere in faccia dal mio ginecologo, tra l’altro serioso e scrupoloso fino allo sfinimento, perché gli ho confessato il mio timore di un possibile contagio quando, in un giorno che c’era vento, un po’ di polvere di terra (ovviamente con la possibilità che un gatto malato o portatore di toxoplasmosi ci avesse fatto proprio lì i suoi bisognini!) mi era andato a finire sugli occhi e avendo letto su Internet che il virus si può infiltrare anche nelle mucose, ero andata in pallone!

  • Paura che il bambino non sia sano. Credo che le ecografie e soprattutto quella morfologica siano vissute come appuntamenti fondamentali per lenire un po’ questo comprensibile timore; anche se, diciamocela tutta, se vogliamo farci venire l’ansia sappiamo comunque come fare!

  • Paura di non essere una buona madre. Un conto è proclamare ai quattro venti, quando si è fuori dai giochi, “Quando sarò madre io, saprò come tirare su bene i figli! Non farò come mia madre, mia zia, la vicina di casa..ecc..”. Mi ha fatto ridere tanto l’ironia di mio figlio, 9 anni, che ha soavemente dichiarato “Siete genitori insopportabili…. Come tutti gli altri genitori!”.

  • Paura di poter fare del male al bambino. Questa paura è molto frequente, più di quanto si immagini, in donne con un pregresso di disturbi ansiosi non curati (sotto forma di ansia generalizzata; di disturbi ossessivi, di attacchi di panico) o di disturbi dell’alimentazione. Queste donne avendo difficoltà a riconoscere in sé le ambivalenze che ogni rapporto importante comporta; negano pervicacemente la propria rabbia e ostilità fino al punto che queste emozioni negate, complice la vulnerabilità emotiva indotta dallo stato di gravidanza, si trasformano in fantasie aggressive che generano un’angoscia costante. Tale angoscia si autoalimenta perché i vissuti rabbiosi che fanno paura si cerca di negarli; più si cerca di negarli più emergono e si canalizzano nelle fantasie. Quindi diventa un circolo vizioso pesante fino a che una buona ridefinizione psicologica di che cosa sono le emozioni, i sentimenti, le fantasie e le differenze fra di essi, aiutano a dare un senso realistico ai propri vissuti interiori. E soprattutto rendersi conto che le fantasie non si traducono giocoforza in azioni. E’ importante, quando questa angoscia diventa frequente e insistente, chiedere un aiuto psicologico che, oltre a poter dare un beneficio a favore della maternità, aiuta a superare il disagio emotivo preesistente alla gravidanza stessa.

  • Paura di non amare abbastanza il bambino o che il bambino possa non amarci. D’altronde non ci conosciamo. Se ci pensiamo bene, ci mettiamo un estraneo in casa e dobbiamo tenercelo per lunghi anni e provvedere a lui! E per lui è lo stesso! Tuttavia l’istinto naturale nelle donne a creare legami significativi anche nelle difficoltà, viene in soccorso!

  • Paura del dolore del parto. Qui vengono in aiuto i corsi pre-parto e il sostegno del proprio compagno. Il parto è un’esperienza ineludibile e nessuna donna può dire di essere veramente pronta ad affrontarla: oltre alla paura del dolore, si ha la paura di non farcela, di non essere in grado di superare la fatica e il dolore prolungati anche se alla fine della gravidanza c’è il desiderio di partorire perché si è esauste…

  • Paura che durante il parto vada qualcosa per storto. E’ vero che non si può prevedere il futuro, ma è importante che ci si alleni a guardare le situazioni valutandole in maniera realistica stoppando i pensieri catastrofizzanti.

  • Paura di non tornare ad essere fisicamente quelle di prima. La nostra immagine corporea si struttura in un’immagine mentale difficile da scardinare. Quando si è in sovrappensiero, si può essere anche all’ottavo mese di gravidanza, se camminando incontriamo una vetrina e giriamo il nostro sguardo su di essa, potremmo anche sobbalzare per un’istante non riconoscendoci in quella “mongolfiera” che cammina…

  • Paura di non essere più desiderabili. Qui c’è la più o meno inconsapevole sensazione che in quanto ora si è madri, il compagno può perdere l’interesse e magari guardare le altre donne o il timore di perdere il desiderio nei confronti del proprio compagno. E’ come se il diventare padre e madre facesse, nella donna soprattutto, emergere quelle identificazioni con i propri genitori. E si possono immaginare i propri genitori nell’intimità sessuale? E’ un pensiero che in genere provoca un atteggiamento difensivo di ripulsa.

  • Paura di non riuscire a coniugare lavoro e figli: certamente un figlio incide sul lavoro della donna; tuttavia dopo il rientro dalla maternità con un po’ di organizzazione e accettazione dei sensi di colpa nell’affidare per un certo tempo della giornata il proprio bambino alle cure di qualcun altro, si giunge ad avere un equilibrio, sempre in assestamento, del proprio essere mamma e lavoratrice. Quando il lavoro, tuttavia, rappresenta una sofferenza per la mamma perché si sente costantemente collegata con un “cordone ombelicale mentale” con il figlio; è bene che possa esprimere il proprio disagio con le figure affettive significative e attraverso un aiuto psicologico. Una donna che vive male la propria separazione dal bambino a causa del lavoro, va aiutata a riorganizzare e a rivedere le proprie priorità con un’analisi attenta dei pro e contro a breve e a medio termine di ogni scelta. Quando la scelta di conservare il lavoro è dettata principalmente da una necessità economica piuttosto che da un legittimo desiderio di realizzazione professionale, la donna vive una crescente frustrazione e irritazione anche nei confronti del compagno, “colpevole” di non poter da solo garantire l’accudimento e il mantenimento della diade mamma-bambino. Altre donne, invece, vivono il senso di colpa perché sono contente di occuparsi del proprio lavoro, “prendendo respiro” dal ruolo di mamma, almeno per qualche ora. Queste madri confondono il bisogno di autorealizzazione (che è un bisogno naturale) con l’intensità dell’amore verso il bambino: della serie “se sono felice di tornare al lavoro, non amo abbastanza mio figlio”. Questo errore di interpretazione induce una inutile sofferenza perché non sono confrontabili i bisogni legati alla propria individualità con l’amore verso qualcuno. Possiamo capire meglio questo facendo l’esempio di quando magari desideriamo leggere un bel libro da soli, senza interferenze: in questi momenti, in cui abbiamo bisogno di spazio e tempo per noi, non significa che non amiamo più le persone care; oppure quando nostro figlio di cinque anni è dispiaciuto quando lo andiamo a riprendere da casa dell’amichetto perché vuole ancora giocare, non significa che non siamo più importanti per lui e si disinteressa di noi, significa semplicemente che voleva divertirsi un po’ di più.

Conclusione

La gravidanza è un periodo complesso e delicato per l’emergere di potenti componenti affettive. D’altronde è in ballo la ristrutturazione della propria identità e avvertire momenti e sensazioni di disorientamento emotivo, è naturale. Saper coltivare la capacità di accogliere le proprie vulnerabilità senza giudicarle severamente è il primo passo per ritrovare la forza, la fiducia in sé e l’entusiasmo nella grandiosa impresa di aiutare un piccolo essere umano a crescere serenamente e noi genitori insieme a lui.

E’ importante poter reciprocamente condividere le proprie emozioni con il futuro padre e avere una rete familiare e amicale da cui poter trarre energia positiva. E’ anche un atto di sapersi prendere cura di sé chiedere un supporto psicologico qualora si faccia fatica a gestire la destabilizzazione emotiva che il diventare madri comporta.