Dipendenza e abuso: uno sguardo psicoanalitico

Pubblicato il 27 aprile, 2019  / Psicologia e dintorni
dipendenza e abuso

Le dipendenze patologiche sono state uno degli ultimi quadri clinici a essere diventati oggetto di studio e trattamento psicoanalitici. Ancora oggi, la letteratura sul rapporto tra psicoanalisi e tossicodipendenza si limita a un centinaio tra articoli e libri, talvolta datati, talvolta solo tangenzialmente occupati a metter a fuoco quest’oggetto della clinica che è la dipendenza patologica.

Le ragioni di questa di questa mancanza, nella clinica e nella teoria psicoanalitiche, sono molteplici ed eterogenee.

Innanzitutto, il bacino clinico e l’alveo scientifico, culturale e socioeconomico nel quale Freud ha fondato la sua nuova disciplina era diversissimo da quello attuale, e non contemplava certo, come “sindrome psicosociale” la tossicodipendenza. Inoltre, la struttura della società europea all’inizio del ‘900 era fondata su “garanti meta psicologici” diversi da quelli attuali, tra cui la forte presenza normativa del Padre, un Super-Io sociale forte, rispetto ai quali il sintomo o l’organizzazione sintomatica più comune era la nevrosi, e la sua terapia nascente la “talking cure”.

Con la fine della II guerra mondiale le società europee cambiarono profondamente. Soprattutto nei modi di produzione di beni e servizi, distribuzione della ricchezza; nell’accesso alla conoscenza, nel costume, nei processi legislativi.

Tutti questi cambiamenti comportarono un'erosione dei vecchi totem e tabù, e l’edificazione di nuove cornici economiche, sociali, culturali e scientifiche.

Negli anni ’70 era già chiaro che la clinica di cui si occupavano gli analisti era cambiata.

Alla scomparsa delle nevrosi classiche – isteria, fobia, ossessività – si affiancava l’emersione sociale di nuove sindromi “marginali”, non ancora ben comprese nella loro specificità (i disturbi borderline), nuove forme di depressione e nuove sindromi psicosociali, tra cui innanzitutto i disturbi del comportamento alimentare e le dipendenze tossiche. La psicoanalisi ha dovuto seguire tali mutamenti sociali e psicopatologici, e occuparsi di produrre nuova teoria e nuova tecnica per questa nuova clinica che soltanto vent’anni prima era sconosciuta.

Nella stanza degli analisti sono entrati, nel corso del Novecento, bambini, adolescenti, artisti, borderline, perversi, anoressici, psicotici, schizoaffettivi, gruppi più o meno grandi, coppie, famiglie, intere istituzioni. E nella teoria analitica stessa sono stati integrati elementi del vocabolario concettuale delle neuroscienze, della sociologia, della fisica quantistica, della cibernetica. La psicoanalisi è diventata la sola area del sapere umano a essere insieme una teoria, una teoria applicata, una prassi clinica e una meta-analisi, pur mantenendo saldi, nel proprio corpus dottrinario, alcuni common grounds come l’inconscio, il lettino, l’analisi del transfert e del controtransfert.

Per tutte queste ragioni, è solo da poco che le vecchie e nuove forme della dipendenza patologica sono scivolate sotto la lente di osservazione degli analisti.

Si tenga presente che i SerD hanno soltanto 25 anni, il che significa che l’istituzione della salute mentale ha fatto molta fatica a differenziare le dipendenze tossiche da altre psicopatologie; si tenga presente che non c’è ancora una specializzazione in medicina delle dipendenze; si tenga presente che non tutti i Paesi europei hanno dei servizi per le tossicodipendenze differenziati dai servizi di salute mentale, e, infine, che pochissimi analisti lavorano nei SerD.

L’addiction è l’oggetto nuovo (o la nuova forma di un vecchio oggetto) per la psicoanalisi che, di fronte a esso, si trova a dover compiere lo stesso lavoro che ha compiuto con ogni nuova forma clinica: ovvero a presentare materiale clinico, a proporre modelli e teorie, a tracciare intersezioni con altre discipline, a inserirsi nella istituzioni culturali.

Di qui la necessità di comprendere psicoanaliticamente l'etiologia e la fenomenologia dell'addiction.

Abuso e dipendenza

Nell'ambito delle dipendenze patologiche c'è la necessità di distinguere dipendenza da abuso.

Il termine inglese addiction, generalmente usato per comprendere le dipendenze patologiche (da sostanze chimiche o da comportamenti additivi) non permette di discriminare tra i due quadri clinici. Ma indipendentemente dal DSM V, che nosògrafa soltanto la “Dipendenza”, io credo che una distinzione di questa dall'abuso vada fatta.

Nell'esperienza che ne hanno i SerD, e i terapeuti a orientamento analitico che in essi lavorano, la dipendenza sostanzialmente differisce dall'abuso per alcune caratteristiche fondamentali:

  1. La qualità del legame. Nella dipendenza il soggetto dipende dall'altro, il che vuol dire che l'altro, con i suoi umori, coi suoi pensieri e con i suoi comportamenti determina l'umore, i pensieri e i comportamenti del soggetto. Nella dipendenza il soggetto in analisi istituisce un legame forte con l'analista. Un legame più o meno immediato e caratterizzato, a seconda della sua capacità di simbolizzazione, da una comunicazione più o meno identificatorio-proiettiva. Questo è vero, a mio avviso, anche se il legame, e il transfert che vi si appoggia, sono negati per lungo tempo, o agiti fuori della stanza di analisi. Il retroterra di relazione con gli oggetti primari, nel legame dipendente, è più favorevole di quello che conduce il soggetto a diventare un abusatore. Nella relazione di dipendenza la madre/ambiente può essere incongrua nello stimolare il bambino sia per eccesso che per difetto, sia per intensità che per qualità dello stimolo. Tuttavia, un confine che non viene mai varcato, nell’istituzione del legame dipendente, è quello della “sensibilizzazione percettiva di un canale sensoriale” (pensando ad A. Ferrari e G. Sasso). La madre, pur presentandosi eccessivamente e incongruamente al bambino, gli impone una iperstimolazione dei suoi canali sensoriali NON TALE però da renderli degli “organizzatori psichici”, cioè tale da permettere a ciascun apparato esterocettivo e endocettivo di essere trascritto sulla tela dello psichismo, e di funzionare simbolicamente. Questo accesso del funzionamento psichico del soggetto a un livello analogico (immaginario, direbbe J. Lacan) o digitale (simbolico, diremmo noi) è uno spartiacque fondamentale tra dipendenza e abuso. In quest'ultimo, come vedremo, il soggetto rimane - almeno nel funzionamento di quello che è divenuto l'apparato organizzatore del Sé (di solito l'apparato enterico, A. Ferrari, op. cit.) - a un livello di funzionamento anasomatico: il soggetto continua a comportarsi come un intestino che funziona male, un intestino che incorpora ed evacua continuamente e disregolatamente l'oggetto. Un secondo confine che non viene mai marcato, nelle relazioni tra il bambino e i suoi oggetti primari, è quello della organizzazione pulsionale. A mio avviso, nella dipendenza, la pulsionalizzazione delle tensioni corporee sugli organi e gli apparati di relazione (bocca, intestino, mani, pelle, occhi, muscoli, genitali, uretra, eccetera) è abbastanza avanzata. Il soggetto dipendente, pur non potendo fare a meno dell'oggetto(Sé) per stare in piedi psichicamente, è tuttavia capace di chiamare e legare l'oggetto, in modo abbastanza continuativo. Pertanto, nella dipendenza, a differenza dell’abuso, un legame si crea, e con esso si crea la possibilità di una analisi. Il soggetto dipendente ha organizzato nel Sé un buon vocabolario rappresentazionale, capace di legare l'affetto e l'oggetto, capace di creare un “fantasma” (F. Ansermet). Il fantasma è la figura analitica che permette di legare le percezioni e le tensioni altrimenti indistinte (gli elementi beta di Bion) alle rappresentazioni di parola, costituendo così quella riserva di rappresentazioni interne, di oggetti interni ai quali ricorrere in caso di trauma, di eccesso di energia apportata alla psiche dall'esterno o dall'interno. Per quanto non ancora ben organizzato possa essere il suo Sé, e non ancora autonomizzato, il soggetto dipendente è capace di sentire e rappresentarsi degli oggetti e degli affetti definiti, e con essi il conflitto e la mancanza. Conflitto e mancanza che da una parte generano la domanda dell'oggetto (il desiderio, direbbe Lacan), dall'altra permettono al dipendente di non evacuare-espellere completamente l'oggetto da cui si dipende, per quanto tossico questo possa essere. Il soggetto dipendente quindi, a differenza dell'abusatore, è stato desiderato e pensato da bambino, e ha potuto soggettivare le rappresentazioni che la presenza pur eccessiva e incongrua dell'oggetto primario gli ha permesso di elaborare. Utilizzando una parafrasi direi che la mentalizzazione è “pensate gli altri come Io ho pensato voi...”.

  2. Il soggetto dipendente fa sogni “classici”, e li porta in analisi. Questo innanzitutto perché lo spazio-tempo-modo funzionale che il sonno permette – con i suoi correlati neurofisiologici e neurobiologici – è utilizzato dal Sé per rielaborare le rappresentazioni più utili (in quel momento dell'esistenza del soggetto) a gestire la relazione con gli affetti e gli oggetti interni ed esterni. Al contrario, come vedremo, i giovani abusatori di sostanze non portano sogni in seduta, soprattutto perché le alterazioni neurobiologiche che le molecole dopaminergiche comportano rendono dissociato lo psichismo, e lo fanno per tutto l'arco della giornata. Questa dissociazione permanente (e questa permanente deplezione di dopamina), rende impossibile alle aree e ai sistemi psichici del soggetto una deplezione “mirata” di dopamina e quindi, tornando alla nostra teoria analitica, una regressione mirata. L'uso di sostanze stimolanti e dissociative mette il soggetto abusatore nella situazione paradossale di sognare continuamente e anche da sveglio, ma gli impedisce di seguire quella regressione funzionale e rappresentazionale alle immagini e alle scene raccontate nei sogni “classici”. I sogni portati dagli abusatori sono piuttosto dei sogni di tipo anasomatico, caratterizzati da una riattivazione non di immagini (e affetti ad esse correlate), ma di sensazioni di tipo enterico, cenestesico, nocicettivo, dissociate dai loro affetti corrispondenti. Se gli elementi onirici che vengono portati in analisi e proiettati nell’analista sono questi elementi beta (cenestesici, enterici, nocicettivi), sarà difficile che anche nell’analista si formino dei sogni “classici” di controtransfert. Una differenza profonda tra dipendenza e abuso è che nell’analisi con soggetti dipendenti, stante il legame con l’analista e il livello di rappresentabilità possibile, l’analista prima o poi fa’ dei sogni di controtransfert, attraverso i quali segnala di aver rappresentato dentro di sé il paziente e il legame con esso. Al contrario, nelle analisi con soggetti abusatori, l’analista non fa’ sogni di controtransfert, poiché il transfert del paziente è prevalentemente di tipo pre-rappresentazionale. Andrà sicuramente studiata più a fondo la qualità dei sogni cosiddetti di controtransfert dell’analista nel lavoro con adolescenti abusatori.

  3. Significato e utilizzo del controtransfert da parte dell’analista. In assenza di simbolizzazione, il vissuto estemporaneo del paziente rischia di trasmettersi proiettivamente all’analista, che a quel punto si trova sempre più spesso a dover/poter lavorare soltanto sulle proprie reazioni fisiche ed emotive indotte dal paziente (tensione, stanchezza, gambe pesanti o irrequiete, vissuti di impotenza, di rabbia, di noia). La significazione in sé e per sé dei propri sintomi, da parte dell’analista, ancorché inutile e impossibile da scambiare/restituire al paziente, costituisce però un primo esempio di quella analisi “in assenza del paziente”, descritta recentemente da Carbone. (P. Carbone), e serve innanzitutto all’analista per mantenere integro il legame tra il proprio simbolico e il proprio pulsionale, legame che quando viene meno ripresenta al giovane paziente di nuovo un genitore inadeguato, debole e compulsivo.

L'abuso e la dipendenza differiscono anche per l'età del soggetto, ovvero per la sua derivazione storico-sociale, super-egoica e per la sua evoluzione personologica. L'abusatore è un soggetto adolescente o giovane. Il dipendente è un soggetto over 30. Nell'esperienza dei SerD, negli ultimi due anni non ci sono stati – o sono stati rarissimi – i nuovi casi di pazienti “dipendenti”. Quelli che arrivano ai SerD e agli analisti, sono tutti o quasi tutti dei giovanissimi abusatori di sostanze e comportamenti additivi. Questo dell'età, per dirla alla spicciola, è un desunto che rimanda alla questione dell'adolescenza oggi.