La gestione delle relazioni con l'altro: costruire e attraversare ponti

Riflessioni sui diversi stili relazionali. Il contatto con i propri bisogni e con l'altro da sè

Pubblicato il 21 dicembre, 2016  / Psicologia e dintorni
La gestione delle relazioni con l'altro: costruire e attraversare ponti

Gran parte del malessere psicologico di ognuno di noi ha a che fare con difficoltà relazionali con gli altri: dalle relazioni di coppia e con la famiglia in genere, ma anche con la rete sociale più allargata (amicizie, colleghi di lavoro...).

Riuscire ad instaurare e mantenere rapporti con gli altri può essere complesso, in quanto si tratta di costruire e attraversare "ponti" fra sponde separate che guardano lo stesso fiume ma da prospettive diverse.

Ora, di ponti possibili ne esistono infiniti, variano nella forma e soprattutto nella stabilità. La difficoltà che si può incontrare ha proprio a che fare con quanto percepiamo sicuri questi ponti verso gli altri, chiaramente in base a quelli già sperimentati in passato, ossia i legami affettivi con chi si è preso cura di noi quando eravamo bambini e via, via crescendo.

Ciascuna relazione con le persone comporta una dose di rischio (delusione delle aspettative, fristrazione dei bisogni che speriamo siano soddisfatti in quello specifico rapporto, etc). Dopodichè, ognuno ha il suo modo di affrontare il rischio. Se percepiamo il ponte instabile possiamo scegliere di non attraversarlo oppure di farlo di corsa... sperando di batterlo sul tempo per poi avvinghiarci all'approdo. O ancora ci può essere chi, per non sentire il tremolio del ponte, lo attraversa ballando più di lui, ondulando da un lato all'altro, "come se" il ponte non si muovesse.

Quello che è importante sottolineare è che l'essere umano, pur dotato di una moltitudine di comportamenti possibili, ha una tendenza all'economia, ossia ad essere abitudinario per non impiegare energie per nuovi comportamenti.

Perciò tali attraversamenti di ponti tendono a stabilizzarsi in stili, un po' come i pittori, riconsocibili dal loro tratto di pennellata. Ecco che a volte restar fermi dal proprio lato può essere sensato, ma se cristallizziamo questo comportamento rischiamo di perdere la meraviglia del contatto con un'altra mano a metà del ponte.

Se corriamo verso l'altro e ci aggrappiamo senza permettergli di muoversi rischiamo di stringerlo in un abbraccio soffocante o comunque lasciandogli poca possibilità di muoversi. Se facciamo la nostra danza sul ponte, per controbilanciare i pesi di continuo, potremmo proprio non vedere i segnali dell'altro, ma essere esclusivamente concentrati sui propri passi da meravigliosi solisti.

Tutto ciò si complica se immaginiamo che la propria modaltà debba poi incontrarsi con quella dell'altro, che la distanza alla quale le mani si possano incontrare possa non essere fissa ma variare.

Soprattutto, è necessario accogliere il fatto che ciascuno sperimenta di volta in volta una distanza buona per sè stesso, abbastanza vicina da poter mettere a fuoco l'altro, vederlo, riconoscerlo, ma anche che contempli uno spazio fra i due tale da potersi muovere e far accadere delle cose. In merito a questo ultimo passaggio: se stiamo appiccicati da non poterci muovere, per carità, per un po' può essere piacevole, ma alla lunga il piacere si esaurisce, mentre se creiamo una distanza sufficiente fra sè e l'altro, allora le mani possono incontrarsi in infiniti modi.

Insomma, si tratta di come siamo abituati a gestire le differenze con gli altri, a sostenere la distanza che necessariamente fa parte delle relazioni stesse, a modulare appunto avvicnamenti e allontanamenti dagli altri in base ai contesti diversi e alle differenti necessità che, momento per momento, sperimentiamo.

Accorgersi delle strategie che ognuno adotta per far ciò, permette di usarne di diverse in base alle esigenze sempre nuove. Unitamente a ciò, rendersi conto, che il nostro modo di avvicinarci all'altro ha a che fare con bisogni propri, svincolati da quella specifica relazione può essere importante.

Ad esempio, quanti attriti sull'ambito del lavoro possono essere connessi con il bisogno di riconsocimento dei propri meriti, con il bisogno di approvazione? Oppure, quanti conflitti all'interno delle coppie sottendono la paura dell'abbandono e/o del senso di invasione dei propri spazi?

 Allora, entrare in contatto con le proprie sensazioni e bisogni e allo stesso tempo con le emozioni che l'altro ci suscita, permette una regolazione dei comportamenti più funzionale rispetto a ciò che cerchiamo in quella specifica situazione. E'così che l'attraversamento del ponte è possibile, un passo alla volta da entrambe le sponde, la danza non è più solitaria ma si trasforma in un "tango", ad esempio, al di sopra di un fiume che scorre.