L'esperienza della perdita: quel distacco inevitabile

Pubblicato il 5 dicembre, 2013  / Psicologia e dintorni
L'esperienza della perdita: quel distacco inevitabile
La scomparsa di una persona cara è sicuramente uno degli eventi più traumatici che si possa vivere perché porta in sé anche la perdita di una parte di noi. Una parte del nostro sé che era collegata al vissuto con quella persona, ai ricordi che ci ha lasciato, ai nostri progetti futuri.
Quando uno dei nostri cari non c’è più muoiono con lui le nostre proiezioni di vita, cioè i piani mentali che avevamo costruito e che avevamo intenzione di realizzare.
Si esaurisce una relazione verso la quale nutrivamo delle prospettive, ecco perché si vive un vuoto, perché termina il ruolo che quella persona ricopriva (e avrebbe potuto ricoprire) nella nostra vita.
Veniamo privati della nostra intenzionalità perché una forza più grande di noi ci ha strappato la nostra progettualità che è una delle caratteristiche fondamentali dell’agire umano.

Ed ecco allora che ci sentiamo travolti dalla confusione che questo passaggio comporta, siamo obbligati a dover riorganizzare un’altra vita possibile. Una vita diversa da quella che avremmo pianificato se ci fosse stata una mamma o un padre o una sorella al nostro fianco.

L’evento morte ci lascia impreparati ad accogliere questo improvviso sgretolamento, incapaci di reagire ad una realtà che è cambiata all’improvviso, e non ci ha permesso un timing per un nuovo adattamento.
Vediamo solo ciò che ci mancherà ma non ciò che quella relazione ci ha lasciato in termini di affetto, di vicinanza, di partecipazione.
Soffriamo per ciò che se ne andato ma non riusciamo ancora ad accogliere dentro di noi ciò che ci ha dato. È questo uno degli scogli più difficili da accettare.
Lutto: l'esperienza della perdita: quel distacco inevitabileL’elaborazione di un lutto risulta essere una tappa importante per la comprensione stessa della propria vita, esso ci porta a scontrarci con la limitatezza dell’esistenza, e di fatto anche con il pensiero della nostra morte stessa.

La psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross ha elaborato un modello a cinque fasi che ci permette di conoscere le dinamiche mentali che caratterizzano questo spiacevole momento della vita.
Poiché il modello è costituito da fasi e non da stadi queste possono anche alternarsi e non essere invece consecutive.

1. Fase della negazione o del rifiuto:

il soggetto non riesce a credere che tutto ciò stia capitando proprio a lui e si sente frastornato. In questa fase alcuni soggetti sognano la persona cara come se fosse ancora viva e quando si svegliano e devono fare i conti con la realtà rimangono scioccati di quanto sta a loro accadendo.

2. Fase della rabbia:

appare il dolore e quindi la rabbia per aver perso la persona amata, il soggetto si chiede perché questa disgrazia sia successa proprio a lui. È in collera con il mondo e di ritorno anche con se stesso.

3. Fase delle auto-recriminazioni:

si incomincia poi con un periodo in cui la persona rimugina su cosa avrebbe potuto fare per cambiare le cose, sulle ultime cose dette, su come avrebbe potuto trascorrere il tempo in compagnia del caro ormai defunto.

4. Fase della depressione:

una tristezza profonda scandisce ogni momento della giornata, il vuoto e la nostalgia rendono difficile compiere le normali azioni della vita quotidiana.

5. Fase dell’accettazione:

è la fase in cui si inizia a comprendere che dopo una fine c’è sempre un inizio e si inizia a ricostruire il proprio Io, la vita non sarà più come prima e questo diventa un fatto ineluttabile. Il soggetto inizia a riprendere in mano il proprio ruolo, familiare, professionale e sociale.

Di fronte alla morte siamo passivi ma per fortuna, non è così davanti alla vita verso la quale, superato il momento dello sconforto profondo, ci riaffacciamo con rinnovata voglia di esistere, di esserci, di ripartire da noi stessi.