La rabbia: nemica o amica? Il valore delle emozioni

Pubblicato il 21 giugno, 2019  / Psicologia e dintorni
emozioni

Con questo articolo mi propongo di fornire degli stimoli e delle riflessioni affinché vengano superati dei fraintendimenti che spesso le persone hanno riguardo il valore e la funzione delle emozioni. Spesso, anche nei libri di psicologia (!), si riporta frequentemente la dicitura di “emozioni negative” ed “emozioni positive”, dando conferma a una diffusa e comune convinzione che ci siano delle emozioni giuste e delle emozioni sbagliate e che pertanto le emozioni “negative” devono essere immediatamente represse .Non è così! Le emozioni possono essere piacevoli o spiacevoli, coerenti con la situazione o incoerenti, ma non giuste o sbagliate.

Le emozioni nascono come una risposta all’impatto che una situazione ha su di noi. Hanno, quindi, un importante valore di adattamento ambientale perché ci forniscono delle importanti informazioni su come percepiamo o possiamo gestire gli eventi della nostra quotidianità. Quello che può essere definito giusto o sbagliato, negativo o positivo, utile o disfunzionale è la reazione comportamentale, mentale o verbale che si dà all’emozione stessa.

Le emozioni sono pertanto fondamentali per la sopravvivenza fisica e psicologica. La paura ci permette di percepire una situazione come pericolosa e a mettere in atto dei comportamenti adeguati alla salvaguardia. Per assurdo, se non si sentisse mai la paura, non si vedrebbero le minacce che potrebbero mettere a repentaglio la nostra incolumità: pertanto camminare a notte fonda in un quartiere ad alto tasso di criminalità avrebbe lo stesso valore del passeggiare in una via del centro illuminata e con delle persone in giro . Oltre l’incolumità fisica la paura tende a tutelare l’integrità psicologica: la preoccupazione sperimentata da uno studente per l’esame lo spinge a prepararsi in modo dignitoso. La tristezza e il dolore per qualcosa o qualcuno che abbiamo perduto ci spinge a vivere la fatica di tale perdita per poi avere la capacità di riorientarsi e riprogettare la propria esistenza. La gioia ci indica che il nostro presente corrisponde pienamente alla realizzazione dei nostri bisogni. La rabbia fornisce lo stimolo per risolvere delle situazioni percepite come un problema nel riconoscimento dei nostri bisogni. Sulla rabbia mi soffermerò in maniera maggiormente specifica più avanti.

L’emozione è pertanto un fenomeno complesso che comprende una particolare attivazione a livello fisiologico (aumento del battito cardiaco, sudorazione, tensione muscolare, contrazione dello stomaco, ecc.) , la percezione soggettiva dell’evento e la motivazione a uno specifico comportamento. All’interno del fenomeno emozione possiamo includere anche le strategie mentali che si mettono in atto per gestire la reazione emotiva. L’emozione è il prodotto, più o meno consapevole, della percezione di sé, degli altri e della situazione. Per questo l’aspetto emotivo non va confuso con l’istintività o l’irrazionalità perché è proprio da questa confusione che spesso nascono i tentativi di reprimere le emozioni per il timore di non essere altrimenti in grado di gestire la situazione in atto.

Tra le emozioni verso cui si nutrono i maggiori pregiudizi rientra senz’altro la rabbia che viene confusa con l’aggressività: ricordiamoci che la rabbia è un’emozione e l’aggressività è una delle risposte comportamentali. Ma mentre la rabbia ha la funzione di segnalarci che, in una certa situazione, non ci sentiamo rispettati o capiti, l’aggressività è una risposta disfunzionale a questa percezione. La rabbia utilizzata in modo funzionale stimola la tutela della propria dignità e a spingerci a chiarire con noi stessi e con gli altri ciò che ci sta bene e ciò che invece non possiamo tollerare o accettare. Reprimerla considerandola invece un’emozione sbagliata crea degli effetti collaterali disfunzionali e/o dannosi.

Se la si reprime per timore di giudicarsi o di essere giudicati “cattivi” alla lunga implode dentro “regalando” sintomi come emicrania, mal di stomaco, dermatiti oppure alimenta una modalità ossessiva e/o ruminazioni mentali o ancora amplifica sintomi ansiosi e depressivi e relazioni disfunzionali nelle quali si ha la percezione di subire passivamente per poi ingoiare una dose ancora maggiore di rabbia, scatenando un circolo vizioso da cui senza dubbio è necessario uscire. Certamente, dall’altro lato, reagire in maniera scomposta e aggressiva crea degli effetti dannosi nelle relazione e una disabitudine al controllo degli impulsi. Esprimere, invece, la rabbia con chiarezza e fermezza, spiegando cosa non ci piace in un certo atteggiamento e in una certa situazione e perché non ci sta bene, permette di avere delle relazioni autentiche e sane con se stessi e con gli altri.

La rabbia, tuttavia, se non è congruente con i fatti ci spinge ad atteggiamenti verso noi stessi e gli altri che non sono funzionali a gestire il nostro mondo interiore e a giungere alla risoluzione di un’impasse.

Se un’emozione è percepita in maniera eccessiva, con un volume troppo alto, significa che sta coprendo altre emozioni o aspetti di sé negati o repressi.

Infatti gli schemi emozionali sono certamente innati, ma condizionati dalle esperienze individuali. Sin da tempi recentissimi e purtroppo ancora presente in molti contesti è la repressione di alcune emozioni, da parte dell’ambiente familiare e sociale, rispetto ad altre. Ad esempio i pregiudizi di genere hanno attribuito disvalore alla espressione della tristezza nel maschietto con frasi tipo: “Ma che piangi come una femminuccia?” oppure alla bambina che esprime la rabbia attraverso un atteggiamento veemente, le si ricorda che: “Le principesse si comportano sempre in maniera gentile”. Spesso questi input, ripetuti nel tempo, comportano delle convinzioni che per essere accettati e conformi alle aspettative familiari e sociali bisogna adeguarsi anche a livello delle emozioni, con la conseguenza che vengono accolte in sé ed espresse solo le emozioni “permesse” mentre si cerca di cacciare via quelle “proibite” con una trasformazione comportamentale: ad esempio, la donna che quando è arrabbiata si sfoga con il pianto o l’uomo che reprime la tristezza arrabbiandosi con il mondo circostante.

Oppure se une persona, nell’infanzia, ha vissuto in un ambiente violento, può avere spesso come reazione istintiva o la paura di qualsiasi espressione di rabbia che percepisce completamente sovrapponibile all’aggressività oppure adottare lo stesso modello reattivo di fronte a ogni minima frustrazione perché incapace di trovare altre modalità di espressione.

Quando si verificano delle dissonanze tra emozione ed espressione concreta, è importante fare un lavoro psicologico di “decontaminazione”, in modo che ci si possa riappropriare delle energie e potenzialità perdute a causa di schemi percettivi limitanti che impediscono la grande flessibilità di cui ogni persona potrebbe essere dotata per gestire le varie situazioni della vita.