articoli di psicologia del Dott. Chiara Ilardi

risposte dello specialista Chiara Ilardi

 7  risposte
  Vis. Profilo

Tradimento

Apri domanda

Salve Sig.ra A, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità e coraggio ciò che sta vivendo. Da quello che descrive, emerge un dolore profondo, fatto non solo del tradimento in sé, ma anche della confusione, delle menzogne ripetute e della sensazione di non essere vista né tutelata nel suo malessere. È comprensibile che lei si senta divisa tra la parte razionale, che coglie segnali di una possibile fine, e la parte emotiva, ancora legata alla speranza e all’amore. Questa ambivalenza è molto frequente in situazioni come la sua e non è segno di debolezza, ma di un legame che è stato importante. Il fatto che suo marito non riesca, al momento, a interrompere il contatto con la terza persona e continui a mentirle contribuisce inevitabilmente ad alimentare la sua ansia e a minare ulteriormente la fiducia. In questo contesto, è fondamentale ricordare che il suo bisogno di chiarezza, rispetto e sicurezza emotiva è legittimo. L’avvio di un percorso di terapia di coppia può rappresentare uno spazio protetto e strutturato in cui affrontare tutto questo. La terapia non serve necessariamente a “salvare” la relazione a ogni costo, ma ad aiutare entrambi a comprendere cosa sta accadendo, a dare un senso alle emozioni in gioco e a fare scelte più consapevoli e responsabili. Può essere utile per: - fare chiarezza sulle intenzioni reali di suo marito e sui suoi vissuti, senza ambiguità; - dare voce al suo dolore e ai suoi bisogni, con una mediazione che favorisca l’ascolto reciproco; - definire confini chiari (ad esempio rispetto alla presenza di terze persone) indispensabili per qualsiasi tentativo di ricostruzione; - capire se esistono ancora le basi emotive e relazionali per proseguire insieme, oppure se è più sano pensare a una separazione che tuteli lei e i bambini. Parallelamente, potrebbe essere importante che lei si conceda anche uno spazio personale di sostegno psicologico, per ritrovare un centro interno e capire come prendersi cura di sé, indipendentemente dalle decisioni che verranno prese come coppia. La pace con se stessi nasce spesso dal riconoscere i propri limiti e dal non sacrificare il proprio benessere emotivo nel tentativo di tenere insieme qualcosa che, così com’è, fa troppo male. Non è sola in questo momento difficile e il fatto che stia cercando un modo per stare meglio con se stessa è già un passo significativo. Le auguro che con il giusto supporto, possa arrivare a una maggiore chiarezza e a scelte più rispettose del suo valore e della sua salute emotiva. Un carissimo saluto....

Non mi sento scelta

Apri domanda

Buongiorno Alessia, grazie per aver condiviso con tanta chiarezza e sincerità ciò che stai vivendo. Da quello che scrivi si percepisce quanto questa frase del tuo compagno non sia stata solo una “frase”, ma qualcosa che ha toccato un punto molto profondo e sensibile per te, soprattutto in un momento già delicato di crisi e di valutazione della relazione. È comprensibile che tu ti sia sentita ferita. Non tanto per l’ordine delle persone nominate nella preghiera, quanto per il significato che quella frase ha assunto per te ossia il timore di non essere davvero scelta, di non occupare un posto centrale nella sua vita, di venire dopo la sua famiglia. Quando una relazione dura da molti anni e non evolve nella direzione che una parte desidera anche solo a livello simbolico, come sentirsi riconosciuta o “prima” per qualcuno basta davvero poco per riattivare un dolore già presente. La domanda che ti poni è molto importante ossia se questa frase sia un segnale concreto da valutare oppure se abbia colpito una tua fragilità personale. Probabilmente la risposta non è “o l’una o l’altra”, ma entrambe le cose. Da un lato, sembra esserci una tua ferita legata al sentirti scelta, vista, prioritaria, che merita ascolto e rispetto. Dall’altro lato, il contesto che descrivi una relazione lunga, l’assenza di progettualità condivisa, una famiglia percepita come ingombrante suggerisce che questa fragilità non nasce dal nulla, ma si appoggia a elementi reali della relazione. Per provare a guardare la situazione con maggiore lucidità, può essere utile spostare l’attenzione dalla singola frase a domande più ampie e profonde, come: - In che modo, al di là delle parole, mi sento scelta o non scelta in questa relazione? - Quali sono le dimostrazioni concrete che ricevo (o che non ricevo)? - Cosa significa per me “essere al primo posto” e quanto questo è comunicato chiaramente al mio partner? - Sto restando in questa relazione sperando che cambi qualcosa che, nei fatti, non cambia da anni? Un percorso di sostegno psicologico potrebbe aiutarti molto proprio in questo: non per dirti cosa fare o se restare o andare via, ma per chiarire i tuoi bisogni affettivi, riconoscere le tue fragilità senza svalutarle e capire se questa relazione è in grado di accoglierle. Lavorare su questi temi ti permetterebbe anche di distinguere ciò che appartiene alla tua storia personale (paure di non essere scelta, di venire dopo) da ciò che effettivamente il tuo compagno e la relazione ti stanno offrendo oggi. Inoltre, uno spazio terapeutico potrebbe aiutarti a trovare parole più chiare e autentiche per comunicare a lui come ti senti, senza accuse ma con consapevolezza, e a capire se dall’altra parte c’è disponibilità ad ascoltare e a mettersi in gioco. Sappi che il tuo dolore è legittimo. Non stai “esagerando”, stai ascoltando un segnale interno che chiede attenzione. Merita di essere accolto con rispetto, da te per prima. Resto a disposizione per qualsiasi necessità o approfondimento, con professionalità e vicinanza....

Mancanza di personalità

Apri domanda

Salve Riccardo, capisco le tue parole e posso immaginare la tua difficoltà nel condividerle qui con noi. Non è semplice riconoscere e mettere in parole una difficoltà così profonda, e il fatto che tu lo stia facendo è già un primo passo molto importante. Quando qualcuno dice “non ho personalità”, di solito non significa davvero non avere una personalità. Ogni persona ce l’ha. Più spesso questa espressione viene usata per descrivere la sensazione di non riuscire a contattare i propri desideri, i propri bisogni, le proprie opinioni, oppure la difficoltà a sostenerli nelle relazioni con gli altri per paura di deludere, essere rifiutati o creare conflitto. Essere molto condizionati dagli altri può avere diverse origini: a volte nasce in contesti familiari in cui non c’era spazio per esprimersi liberamente, in cui ci si sentiva accettati solo adattandosi, compiacendo o mettendo da parte sé stessi. In questi casi, con il tempo, si impara a “funzionare” in base alle aspettative altrui, perdendo il contatto con ciò che si sente davvero. Questo non è un difetto di carattere, ma una strategia di adattamento che un tempo probabilmente è stata necessaria. La difficoltà a esprimere i propri bisogni non indica debolezza, ma spesso una forte attenzione all’altro, accompagnata però da una scarsa considerazione di sé. Il problema è che, alla lunga, questo può portare a frustrazione, confusione, senso di vuoto o alla sensazione di non sapere chi si è davvero. Per iniziare a lavorare su questo aspetto, alcuni passaggi possono essere utili: - imparare a riconoscere ciò che provi, fermandoti a chiederti “cosa sento io?” prima di “cosa si aspettano gli altri?”; - distinguere tra il bisogno di essere accettato e il diritto di avere un’opinione diversa; - osservare quali persone o situazioni ti fanno sentire più annullato e quali invece più libero. Inoltre, un percorso di sostegno psicologico può aiutarti molto a ricostruire gradualmente il contatto con te stesso, a dare valore ai tuoi bisogni e a sviluppare una maggiore autonomia emotiva. La terapia non serve a “creare” una personalità, ma a ritrovare e rafforzare quella che già c’è, ma che per vari motivi è rimasta in secondo piano. Sappi che non sei sbagliato e non sei vuoto. Stai semplicemente iniziando a farti delle domande su di te, e questo è spesso il primo vero atto di personalità. Resto a tua disposizione per qualsiasi necessità o approfondimento. Un carissimo saluto....

Aumentare la personalità

Apri domanda

Salve Riccardo, la ringrazio per la fiducia con cui condivide questa parte di se. Quello che descrive non è mancanza di personalità, come forse teme, ma piuttosto una difficoltà ad esprimerla nei momenti di conflitto. È molto diverso. La personalità c’è altrimenti non sentirebbe questo disagio ma sembra bloccarsi quando percepisce tensione o possibile scontro. Il fatto che lei a 35 anni si pone questa domanda non è un segnale di immaturità, ma di consapevolezza. Crescere non significa non avere blocchi, ma iniziare a riconoscerli e decidere di lavorarci. Quello che descrive il tirarsi indietro quando dovrebbe far valere le tue ragioni spesso è legato a: - paura del conflitto o del rifiuto - timore di deludere o essere giudicato - schemi appresi nel passato (ad esempio ambienti in cui esporsi non era sicuro) - difficoltà nell’assertività Il “blocco” di cui parla è molto probabilmente una risposta automatica del suo sistema emotivo: quando percepisce conflitto, attiva una modalità di protezione (ritiro, silenzio, evitamento). Non è debolezza, è un meccanismo appreso. Oltre alla terapia, ci sono alcune cose concrete che può iniziare a fare: 1. Allenare l’assertività in modo graduale. Non partire dalle situazioni più difficili. Iniziare da piccoli contesti quotidiani: esprimere una preferenza, dire “non sono d’accordo” in modo calmo, chiedere qualcosa di semplice. L’assertività è una competenza che si allena, non un tratto fisso. 2. Osservare cosa succede dentro di lei prima del blocco. Si fermi e si chieda: Cosa temo che accada se parlo? Qual è lo scenario peggiore che sto immaginando? Spesso scopriamo che il timore è molto più grande della realtà. 3. Lavorare sulla regolazione emotiva. Quando sente arrivare il blocco, rallenti il respiro (inspira 4 secondi, espira 6). Il corpo va calmato prima di poter parlare. Se il sistema nervoso è in allarme, la voce si spegne. Detto questo, se ha già fatto un percorso terapeutico e sente che non l'ha aiutato a superare questo schema, può essere utile valutare un nuovo percorso di sostegno psicologico. Non tutti gli approcci sono uguali, e non tutte le alleanze terapeutiche funzionano allo stesso modo. La qualità della relazione terapeutica è fondamentale. Un percorso mirato potrebbe aiutarla a: - individuare l’origine di questo schema di evitamento - lavorare in modo esperienziale sulle situazioni di conflitto - fare esercizi pratici di role-playing per allenare l’espressione di te - rafforzare l’autostima e il senso di legittimità personale - trasformare il conflitto da “minaccia” a “confronto possibile” Spesso questi blocchi non si sciolgono solo con la comprensione razionale, ma attraverso un lavoro graduale sul vissuto emotivo e sulle esperienze correttive. La incoraggio a non leggere questa difficoltà come un difetto strutturale della tua personalità. È uno schema, e gli schemi si possono modificare. A 35 anni non è tardi per crescere: è un’età in cui si può fare un lavoro molto solido e consapevole su di sé. Le auguro di trovare uno spazio terapeutico in cui sentirsi compreso e sostenuto nel rafforzare la sua voce. Un cordiale saluto e grazie ancora per la tua condivisione....

Ho perso il rapporto con mia sorella

Apri domanda

Salve Giorgia, Ho letto con attenzione quello che hai scritto e, da psicologa, credo che prima ancora di chiederci chi tra te e tua sorella abbia ragione sia importante fermarci su "quanto questa situazione stia facendo stare male te". Da quello che racconti, non sembri semplicemente arrabbiata con tua sorella ma sembri arrivata a un livello di esasperazione tale per cui hai iniziato persino a limitare la comunicazione con lei per paura delle sue reazioni. E questa, a mio avviso, è la parte più significativa del tuo racconto. Vivere una relazione nella quale senti di dover continuamente pesare le parole, modulare il tono e rinunciare a dire ciò che pensi per evitare che l'altra persona reagisca male può diventare molto logorante nel tempo. Allo stesso tempo, proverei a fare attenzione a non trasformare tua sorella in una “persona fragile che non sa reggere nulla” e te stessa nella “persona forte che deve sopportare”. Potrebbero esserci semplicemente "due modalità molto diverse di vivere il conflitto" e provo a spiegarti. tu sembri avere una comunicazione più diretta e assertiva, mentre lei potrebbe avere una maggiore sensibilità al confronto e vivere il disaccordo come qualcosa di molto più minaccioso. Il fatto che tua sorella pianga facilmente o reagisca in maniera intensa non significa necessariamente che lo faccia per manipolare o per ottenere qualcosa. Potrebbe essere il suo modo, magari poco funzionale, di gestire emozioni che non riesce a regolare facilmente. Ma comprendere la sua difficoltà "non significa che tu debba accettare qualsiasi comportamento o camminare sulle uova intorno a lei". Hai diritto ad essere arrabbiata. Hai diritto a dissentire. Hai diritto a dire che qualcosa non ti piace. Quello su cui forse vale la pena lavorare è "come esprimere tutto questo senza arrivare al punto in cui la rabbia prende completamente il sopravvento". L'episodio che racconti oggi ne è un esempio. Posso comprendere perfettamente che, dopo tanti episodi accumulati, tu sia esplosa. Però dire a tua sorella che starebbe bene soltanto con persone “apatiche e prive di emozioni” non è più una critica a un comportamento ma diventa una definizione della persona. E quando si è già dentro una dinamica conflittuale, questo difficilmente permette all'altra persona di ascoltare ciò che stiamo realmente cercando di comunicare. Potrebbe essere più utile, in un momento di calma, riuscire a dirle qualcosa come: “Io non voglio litigare continuamente con te e non voglio nemmeno sentirmi costretta a stare in silenzio per paura delle tue reazioni. Vorrei poter avere con te opinioni diverse senza che questo significhi necessariamente ferirci. Anche io devo imparare a comunicare meglio quando sono arrabbiata, ma ho bisogno che anche tu possa accettare che io sia diversa da te.” Questa, potrebbe essere una direzione molto più costruttiva. E c'è un altro aspetto che non sottovaluterei è il fatto che tu sia arrivata a dire “la prenderei a sberle”, tutto ciò mi fa pensare a quanto sia alta la rabbia che stai accumulando. Non lo interpreto come un giudizio su di te, ma come un segnale che questa situazione sta superando le tue capacità attuali di gestione. Quando senti che la rabbia arriva a quel livello, la cosa più importante è interrompere il confronto, prendere distanza e riprendere eventualmente il discorso quando sei nuovamente in una condizione di maggiore calma. Non credo, però, che la soluzione debba necessariamente essere “sopportarla” oppure “tagliarla fuori dalla tua vita”. Esiste una possibilità intermedia come "imparare a mettere dei confini nella relazione." Un percorso di sostegno psicologico potrebbe essere utile proprio per questo. Non avrebbe l'obiettivo di stabilire se tua sorella sia “sbagliata” o di insegnarti a sopportarla meglio. Potrebbe invece aiutarti a comprendere più profondamente "che cosa si attiva dentro di te nelle interazioni con lei, perché alcune sue modalità ti fanno arrivare a una rabbia così intensa, quali sono i tuoi limiti e come comunicarli senza sentirti in colpa". All'interno di un percorso si potrebbe lavorare, ad esempio, sulla gestione della rabbia e della frustrazione, sull'assertività, sulla comunicazione dei propri bisogni, sulla capacità di stabilire confini e anche sulle aspettative che hai nei confronti di tua sorella. Potrebbe aiutarti a distinguere ciò che puoi effettivamente modificare nella relazione da ciò che, invece, non dipende da te. E soprattutto potrebbe offrirti uno spazio nel quale "non devi proteggere nessuno, non devi scegliere le parole per evitare di far stare male qualcun altro e non devi dimostrare di avere ragione" ma puoi semplicemente capire cosa sta succedendo a te. Perché forse il punto non è riuscire a rendere tua sorella una persona diversa. Il punto è capire se puoi continuare ad averla nella tua vita senza perdere te stessa dentro questa relazione. Il legame familiare è importante, ma non dovrebbe richiedere di annullare continuamente i propri bisogni. E a volte mettere dei confini non significa voler meno bene a qualcuno ma significa provare a rendere una relazione finalmente più sana e sostenibile per entrambe. Spero di esserti riuscita ad aiutare. Resto a tua completa disposizione per eventuali necessità. Un carissimo saluto....

Non so dove andrà a finire

Apri domanda

Buonasera, grazie per aver raccontato con tanta sincerità una situazione che evidentemente ti sta creando molta confusione e sofferenza. Credo che tua madre abbia colto un aspetto importante...in questo momento può essere utile non concentrarsi esclusivamente sul fatto che tu abbia baciato un'altra persona, ma provare a comprendere che cosa è accaduto dentro di te prima di quel bacio e che cosa quel momento ha rappresentato per te. Il tradimento, anche quando si limita a un bacio, non va certamente minimizzato, soprattutto perché tu stessa stai provando un forte senso di colpa. Ma il senso di colpa, da solo, non aiuta a comprendere. Può invece diventare un'occasione per fermarti e interrogarti. Da quello che racconti, da tempo stavi vivendo una relazione nella quale alcuni tuoi bisogni sembravano rimanere insoddisfatti come il desiderio di maggiore intimità, di iniziativa, di condivisione, di esperienze e di vitalità. Contemporaneamente, percepivi nel tuo compagno un progressivo ritiro, che lui collega a una fase di insoddisfazione e umore basso. Questo non significa che lui sia "sbagliato" e tu sia "giusta", né che il suo momento di difficoltà renda meno legittimi i tuoi bisogni. Significa piuttosto che potrebbe esserci una differenza significativa nel modo in cui vivete la relazione e nel modo in cui avete bisogno di esprimere affetto, intimità e socialità. Mi soffermerei anche su una cosa che hai scritto.. quando lui ti ha detto che "non riesci a stare sola" e che "hai sempre bisogno di fare cose", ti sei sentita profondamente ferita perché quelle caratteristiche che per te rappresentano vitalità, curiosità e intraprendenza sono state percepite come un difetto. Forse vale la pena chiederti "quanto ti senti realmente vista e valorizzata per ciò che sei all'interno di questa relazione?" E, parallelamente "quanto riesci tu a riconoscere e accettare il modo di essere del tuo compagno senza cercare continuamente di modificarlo?" Perché una relazione può essere dolce, affettuosa e sicura e, contemporaneamente, presentare delle incompatibilità importanti. Non tutte le crisi significano necessariamente che una coppia debba lasciarsi, ma non tutte possono essere risolte semplicemente aspettando che l'altro cambi. Anche l'incontro avvenuto durante la vacanza merita di essere osservato senza idealizzarlo. Probabilmente quella persona ti ha fatto sentire desiderata, ascoltata, apprezzata e libera proprio in un momento nel quale sentivi la mancanza di alcune di queste sensazioni. Questo può spiegare perché quell'abbraccio e quelle parole continuino a risuonare così intensamente dentro di te. Ma attenzione a non confondere automaticamente l'intensità di un incontro con la compatibilità di una relazione. In quel contesto c'erano novità, vacanza, emozioni, leggerezza e una forte sintonia immediata. Non puoi sapere, sulla base di quel momento, come sarebbe una relazione reale con quella persona. Allo stesso modo, non credo sia utile decidere adesso, sull'onda del senso di colpa, che devi necessariamente lasciare il tuo compagno per ciò che è successo oppure, al contrario, cancellare l'accaduto e fare finta che nulla sia successo. Hai già individuato una strada molto importante ovvero iniziare un percorso psicologico individuale. Un percorso di sostegno psicologico potrebbe aiutarti a comprendere meglio i tuoi bisogni affettivi e sessuali, il modo in cui affronti l'insoddisfazione nella coppia, ciò che ti porta a cercare conferme all'esterno e soprattutto ciò che desideri realmente per la tua vita sentimentale. Potrà anche aiutarti a distinguere una domanda fondamentale "Voglio questa relazione perché la scelgo realmente, oppure perché ho paura di perderla?" Prima di prendere decisioni importanti, concediti quindi uno spazio per ascoltarti. E quando affronterai il tema con il tuo compagno, sarà importante farlo assumendoti la responsabilità di ciò che è accaduto, senza però utilizzare il tradimento come strumento per cancellare o negare le difficoltà che esistevano già nella vostra relazione. Una relazione può essere ricostruita dopo una ferita, ma perché questo sia possibile servono sincerità, responsabilità e disponibilità reciproca a comprendere ciò che non ha funzionato. Non devi avere già oggi la risposta alla domanda "dove andrà a finire". A volte il percorso psicologico serve proprio a questo ovvero non a dirci cosa scegliere, ma ad aiutarci a diventare abbastanza consapevoli da poter scegliere. Se desideri intraprendere questo percorso o per qualsiasi necessità resto a tua completa disposizione per accompagnarti in questo momento di riflessione e aiutarti a fare maggiore chiarezza su ciò che senti, sui tuoi bisogni e sulla direzione che desideri dare alla tua relazione. Un carissimo saluto. Dott.ssa Chiara Ilardi...

Stanchezza mentale

Apri domanda

Buongiorno Riccardo, la ringrazio per aver condiviso ciò che sta vivendo. Da quello che racconta, sembra che stia attraversando un periodo di particolare stanchezza mentale, in cui il cambiamento lavorativo, la difficoltà ad adattarsi a nuove modalità e la preoccupazione per alcuni rapporti personali si stanno intrecciando, rendendo più faticoso affrontare le giornate con serenità e motivazione. Non esiste un approccio psicologico valido per tutti o una soluzione uguale per ogni persona. Può essere utile intraprendere un percorso di sostegno psicologico, all'interno del quale esplorare ciò che sta vivendo, comprendere quali pensieri ed emozioni stanno influenzando il suo modo di affrontare i cambiamenti e individuare strategie più funzionali per gestire le difficoltà quotidiane e le relazioni significative. Un elemento fondamentale è la costruzione di una buona alleanza con lo psicologo, basata sulla fiducia, sull'ascolto e sulla collaborazione. È altrettanto importante la disponibilità a mettersi in discussione, non per giudicarsi o colpevolizzarsi, ma per riconoscere i propri schemi di pensiero, comprendere le proprie reazioni e sperimentare, gradualmente, modalità differenti di affrontare le situazioni. Anche un percorso di gruppo potrebbe rappresentare un'opportunità, soprattutto per confrontarsi con altre persone che vivono difficoltà simili e scoprire prospettive differenti. La scelta tra un percorso individuale e uno di gruppo, tuttavia, andrebbe valutata in base alle sue esigenze e agli obiettivi che desidera raggiungere. Le suggerirei, come primo passo, di concedersi uno spazio in cui poter comprendere meglio questo momento, senza pretendere da sé stesso di avere subito tutte le risposte o di riuscire a cambiare tutto contemporaneamente. A volte, ritrovare motivazione e benessere significa proprio iniziare a comprendere cosa ci sta mettendo in difficoltà, per poi costruire gradualmente nuove possibilità. Le auguro di ritrovare quella serenità e quella fiducia nelle proprie risorse che, in questo momento, sembrano esserle più difficili da riconoscere. Un cordiale saluto....