Scaffolding: le strategie per migliorare l’apprendimento

Pubblicato il 9 agosto, 2021  / Psicologia e dintorni
scaffolding


Cos’è lo scaffolding? Significato e definizione

Scaffolding è una parola inglese che significa “impalcatura” o “ponteggio”. Il termine viene usato in ambito psicologico e pedagogico per indicare l’intervento di aiuto di una persona più esperta verso una meno esperta per il completamento di un compito o la risoluzione di un problema. Nello specifico contesto di disturbi di apprendimento, lo scaffolding rappresenta l’insieme di strategie interventistiche messe in atto dal tutor per facilitare l’apprendimento del bambino.
 

Scaffolding e fasi dell’apprendimento

Il termine scaffolding fu introdotto nel 1976 in un articolo di Bruner, Wood e Ross, pubblicato dal Journal of Child Psychology and Psychiatry, dove veniva descritta l’interazione tra un tutor ed un bambino nel processo di costruzione di una piramide tridimensionale in blocchi di legno.

Il sostegno e l’appoggio di un tutor rappresentano una parte attiva del processo di apprendimento dei bambini per la loro evoluzione, grazie al quale possono progressivamente rendersi indipendenti nel compiere l’attività in autonomia: l’esperto fornisce ai più piccoli “una impalcatura che sostiene e struttura il loro comportamento, e che viene un po’ alla volta interiorizzata” (Berti e Bombi, 2001), che si limita al tempo necessario perché il bambino sviluppi le competenze.

Lo scaffolding è una delle 4 fasi del processo dell’apprendimento di una competenza:

  1. Modeling o modellamento: l’esperto esegue l’azione e l’apprendista osserva.

  2. Coaching o allenamento: l’apprendista viene introdotto all’azione ed inizia a sviluppare le competenze con l’appoggio del tutor.

  3. Scaffolding o assistenza: l’apprendista impara a realizzare l’azione guidato dal tutor.

  4. Fading o allontanamento: l’apprendista procede già autonomamente, mentre il tutor riduce il suo aiuto dando solo pochi suggerimenti, ma rimanendo sempre a disposizione in caso di bisogno, in secondo piano, fornendo un appoggio non solo tecnico ma anche cognitivo ed emotivo.

Il fading e lo scaffolding sono particolarmente importanti per lo sviluppo di fiducia e autostima in fase di sviluppo. Un buon tutor seguirà il processo di apprendimento dell’apprendista, grazie alla sua mediazione gli permetterà di sviluppare l’automonitoraggio, l’autocorrezione e l’autostima, e infine smonterà l’impalcatura aiutando il bambino a emanciparsi.

Ecco alcuni esempi di scaffolding spontaneo, che vengono messi in atto in maniera del tutto naturale:

  • l’insegnamento del linguaggio da genitori a figli: inizialmente interagiscono e rispondono ad ogni tentativo di comunicazione, poi smantellano l’impalcatura, lasciano loro spazio, li incoraggiano a esprimersi e mostrare le nuove competenze acquisite;

  • le strategie messe in atto dai genitori per insegnare a camminare o ad andare in bici ai propri figli;

  • nel mondo animale, si possono osservare le strategie di problem solving messe in atto, per esempio, da un cucciolo di gatto per salire su un muretto alto, sotto l’attenta supervisione della mamma gatta.

Nello scaffolding, il tutor non deve necessariamente essere un adulto o un insegnante. Un esempio in cui non sono coinvolti adulti è la peer education, una modalità educativa che si sta diffondendo ultimamente nelle scuole, nella quale un alunno insegna agli altri compagni le nozioni che ha appreso.
 

Come mettere in pratica lo scaffolding?

Il primo passo per mettere in pratica lo scaffolding consiste nel definire il contesto nel quale l’esperto può agire, ovvero la cosiddetta zona di sviluppo prossimale o ZSP. Nel ’90, lo psicologo Vygotskiji definì la ZSP come l’area di competenze potenzialmente acquisibili che un allievo potrebbe raggiungere con l’aiuto di un esperto, che si trova al di là dell’area effettiva di sviluppo che definisce come la zona di competenze effettivamente acquisite dal soggetto.

I concetti di scaffolding di Bruner e di Zona di Sviluppo Prossimale di Vygotskij sono profondamente legati. Praticamente, l’esperto, individuata la distanza tra il livello di sviluppo cognitivo del bambino e lo sviluppo potenziale a cui può arrivare con l’adeguato sostegno, pone al bambino dei “problemi di livello superiore rispetto alle sue attuali competenze, ma non così difficili da risultargli incomprensibili” (Devescovi et all., 2003), fornendogli un tutoraggio che rappresenta l’impalcatura che colma il divario tra le abilità richieste e le competenze attuali del bambino, grazie al quale il bambino può operare e migliorare gradualmente le sue abilità cognitive.

Lo scaffolding viene anche definito come un problem solving di tipo collaborativo: l’esperto tramite l’individuazione del potenziale di sviluppo del bambino propone le competenze da acquisire con collaborazione diretta e fornendo esempi e istruzioni esplicite.

Devescovi (2003) descrive 5 fasi dello scaffolding:

  1. Reclutamento: il tutor cattura l’interesse del bambino, lo motiva e lo sprona.

  2. Riduzione dei gradi di libertà: il tutor spiega il compito in maniera semplice, riducendo al minimo i passi che portano alla soluzione.

  3. Incoraggiamento e sostegno: il tutor deve mantenere alti i livelli di motivazione, in modo che il bambino sviluppi un interesse autonomo.

  4. Indicazione dei punti cruciali: il tutor deve far comprendere all'apprendista quali sono gli aspetti più importanti del compito, in modo tale che possa comparare i suoi risultati con quelli realmente necessari per l’obbiettivo.

  5. Dimostrazione (modeling): il tutor mostra la sua strategia per la soluzione del problema e il bambino grazie a ciò che ha imparato potrà ripetere il modello e perfezionarlo.