Disturbo ossessivo compulsivo: da una logica stringente alla tirannia dell'assurdo.

Pubblicato il 11 ottobre, 2018  / Psicologia e dintorni
Disturbo ossessivo compulsivo

Il disturbo ossessivo compulsivo è uno di quegli ambiti dove meglio si vede l’effetto “magia” dell’approccio breve strategico. Attenzione il termine “magia” non è scelto a caso e il lettore non si confonda, si rierisce all’effetto di colui che vede scomparire in un tempo relativamente breve una patologia invalidante che nella maggior parte dei casi è trattata con psicofarmaci a vita. Sotto l’apparente risultato magico si nascondono tecniche frutto di anni di studio e di ricerca e una metodologia che ha come punto di partenza l’analisi di come un problema si mantiene e si alimenta. Partendo dai princìpi della ricerca azione di Lewin sappiamo che possiamo conoscere il funzionamento di qualcosa solo producendo un cambiamento al suo interno e che la soluzione ci spiega il problema. Sarà possibile intervenire quindi per piccoli passi attraverso effetti-scoperta che costantemente ci indicheranno la bontà degli interventi finchè, in un percorso autocorrettivo, potremmo giungere alla soluzione finale (Nardone, G. ,Portelli, C. 2013)

Cit:”Ciò che è corretto e sano, ripetuto ostinatamente diviene insano e patologico”

Quale logica sta sotto ad una particolare patologia? Attenzione non quale causa, (che ci porterebbe erroneamente ad interpretare a seconda delle nostre conoscenze e valori) ma quale logica? Prendiamo come detto sopra il disturbo ossessivo compulsivo che “schiavizza” un paziente a ripetere un determinato rituale che può essere mentale o di azione. I soggetti riferiscono di essere “obbligati” e di non poter fare a meno di eseguire appunto “compulsivamente” un’azione.

Quello che sembra apparentemente pura pazzìa si regge invece su una logica stringente. Come giudichereste voi una persona che prima di fare qualsiasi cosa durante la giornata è costretta a ripetere in sequenza determinate parole e a controllare tutti gli angoli di una stanza? Oppure come considerereste una persona che ogni tre minuti fosse costretta a lavarsi le mani per paura di essere contaminata? Forse un pazzo, le cui azioni sono mosse da tutto tranne che dalla ragione; una persona disturbata che ha perso il lume.

Se invece osserviamo attentamente come questo disturbo nasce e si alimenta possiamo toccare con mano come da una logica stringente si possa arrivare a comportamenti apparentemente irrazionali e come il problema sia retto da schemi ben precisi.

Prendiamo ad esempio il caso di un paziente obbligato all’igienizzazione compulsiva delle mani. Nel tentativo di sedare un’ansia o una paura di essere contagiato o contagiare altri, si lava le mani, quest’azione ha un effetto rassicurante e per la persona rappresenta la prova del fatto che sta bene e non si è contagiato. Il protrarsi nel tempo e il ripetersi di questa tentata soluzione diventa poi il problema per cui i lavaggi aumentano in numero esponenziale e il soggetto non solo non può più farne a meno, ma i lavaggi arrivano a pervadere tutta la giornata e la vita. L’azione dapprima messa in atto per bloccare una paura, alimenta la paura stessa e la rende sempre più vera, per cui si rendono necessari altri lavaggi e altri metodi di igenizzazione. Il fatto che non sia verificato un contagio è la prova provata e inconfutabile che la contromisura adottata (i lavaggi) funzionano.

I dubbi aumentano, la paura e l’ansia che in un primo momento, grazie al pensiero dell’esecuzione del rituale, dimuniscono, risalgono più forti subito dopo.

Per questo si rende obbligatoria di nuovo la tentata soluzione del lavaggio.

Il problema evolve talmente tanto che in alcuni casi addirittura i pazienti dimenticano quale fosse la paura originaria e sono completamente schiavi dei loro rituali.

La “tentata soluzione”, cioè ciò che con le migliori intenzioni è stato messo in pratica per cercare di risolvere un problema, è diventata essa stessa il problema.

Questo processo crea un’omeostasi disfunzionale in cui per sedare un’ansia devo mettere in atto un rituale la cui esecuzione conferma la veridicità dell’ansia. Come effetto di questa interazione assistiamo ad un progressivo abbassamento della soglia di attivazione dell’ansia finchè anche il più piccolo stimolo, dubbio o pensiero, obbligano il soggetto all’esecuzione del rituale.

Un meccanismo in cui la rigidità della reazione rafforza la realtà percepita.

La maggior parte dei pazienti che soffrono di disturbo ossessivo compulsivo dichiarano che ciò che mettono in atto non ha nulla di razionale ma non possono farne a meno, e invece che essere completamente “scollegati” dalla realtà (cosa che si aspetterebbe un osservatore esterno come accenato sopra) sono molto lucidi e consapevoli di come si presenti la patologia.

Il problema arriva proprio dal fatto che si è seguita una logica stringente e dal tentativo impossibile di sedare un’irrazionale paura con un ragionamento razionale.

La terapia breve strategica grazie ai maestri della scuola di Palo Alto prima, e Giorgio Nardone poi, ha passato gli ultimi quarant’anni a studiare quali fossero le ridondanze (ripetizioni) nelle varie patologie ovvero cosa permettesse loro di mantenersi e alimentarsi attraverso quelle che sono le “tentate soluzioni” messe in atto dai pazienti. In campo psicologico, a differenza delle scienze “pure” l’unico modo per rimanere fedeli a criteri di scientificità è l’abbandono di una logica causa-effetto (che porterebbe solo a formulare ipotesi interpretative) a favore di una metodologia che studi le “regolarità” di un determinato fenomeno. Con questa metodologia la ricerca strategica ha scoperto che indipendentemente dalle variabili come sesso età razza e provenienza geografica, le tentate soluzioni messe in atto dalle persone, sono le stesse per le stesse classi di problemi.

Cio sta a significare che persone che soffrono di un disturbo fobico mettono in atto le stesse tentate soluzioni e persone che soffrono di disturbo ossessivo compulsivo mettono in atto le stesse tentate soluzioni.

A questo punto studiando in migliaia di casi le logiche di persistenza di un problema o di una determinata patologia sono state create delle “contromosse” e “strategie” sottoforma di prescrizioni pratiche di comportamento e di ristrutturazioni, che seguendo la stessa logica del disturbo, fossero volte ad annullarlo e a distruggerlo.

Per tornare quindi al nostro esempio cioè il disturbo ossessivo compulsivo, il lettore potrebbe allora chiedersi quale sia, a questo punto, la logica che regge e che alimenta il problema. La logica che regge e alimenta il disturbo ossessivo compulsivo è la logica della credenza.

LOGICA DELLA CREDENZA

La credenza rappresenta un pensiero inamovibile per cui il soggetto si sente vittima e dal quale è obbligato a difendersi. Si tratta di una forma di conoscenza che il soggetto ritiene assolutamente esplicativa e vera e quindi cardine per scelte, pensieri e azioni. Il più delle volte la credenza è veicolata da comportamenti reiterati e proprio la ripetizione fa sì che la realtà soggetti e percepita come vera diventi assoluta (Muriana, E.; Pettenò, L.; Verbitz, T.; 2006).

La tentata soluzione adottata per sedare o fronteggiare un’ansia o una paura, cioè il rituale dell’ossessivo compulsivo, diventa, nella sua ripetizione, obbligatorio (compulsiva appunto), la tentata soluzione diventa il problema e la patologia costruisce la CREDENZA. Non è accaduto nulla perché ho eseguito quel determinato rituale propiziatorio; per fronteggiare quell’ansia nel futuro sono obbligato a ripetere quel determinato rituale preventivo oppure, per proteggermi da ciò che è successo, devo eseguire quel determinato rituale ripaparatorio.

Le persone sono schiave dell’ossessione e non possono non mettere in atto il rituale compulsivo. Sono in altre parole schiave della stessa credenza che hanno solidificato con un determinato coportamento o meglio, con determinate “reazioni” hanno influito sulle proprie “percezioni” in un gioco a causalità circolare che amplifica se stesso sempre più.

Di nuovo, ciò che potrebbe stupire il lettore non esperto è il fatto che i pazienti sono i primi a riconoscere che ciò che fanno è completamente irrazionale ma non possono farne a meno. Non abbiamo a che fare con persone in preda al delirio ma molto lucide e razionali.

COME INTERVIENE LA PSICHIATRIA?

La vecchia teoria psichiatrica (in un’ottica perfettamente medica) dello squilibrio chimico non regge poiché è vero che in presenza di un disturbo si rilevano livelli diversi dalla norma di alcune sostanze chimiche negli spazi intra-sinaptici, ma l’errore metodologico sta nell’assumere che questo squilibrio debba necessariamente esserne la causa (Bartoletti, Nardone, 2018).

E se invece fosse una conseguenza? Sarebbe come dire che ad un atleta che percepisce dolore ai muscoli e nel quale rileviamo alti livelli di acido lattico, fornissimo una sostanza per eliminarlo o riportarlo ai livelli di una persona a riposo. Come se necessariamente ci fosse bisogno riportare i livelli a quelli rilevati nella media statistica della popolazione. Indipendentemente da questo ragionamento i risultati testimoniano che la “cura chimica” non funziona con il disturbo ossessivo compulsivo anche perché offre principalmente un sedativo che produce i suoi effetti nelle reazioni ma non nelle percezioni. Questo sta a significare ad esempio che di fronte ad uno stimolo fobico posso essere sedato nelle reazioni ma non cambia la mia percezione fobica di quella cosa o di quella situazione.

COME INTERVIENE LA TERAPIA BREVE STRATEGICA

Premesso che il problema si regge sulla logica della credenza come possiamo intervenire? Come possiamo rompere una credenza? Pensate di avere di fronte a voi una persona con una forte credenza strutturata, come potreste riuscire a farle cambiare idea rispetto a quel particolare argomento? Forse la risposta più immediata si riferirebbe al cercare di ”convincere” di far ragionare e di far capire attraverso argomentazioni logico-razionali delle vostre idee. Il soggetto che soffre di questo disturbo però già riconosce l’irrazionalità che guida le sue compulsioni e il lettore sicuramente avrà già sperimentato la poca efficacia nel tentare di tranquillizzare, attraverso argomentazioni razionali, un individuo in stato ansioso o impaurito. Già i grandi oratori e persuasori dell’antichità conoscevano l’importanza di “far sentire” piuttosto che di convincere razionalmente.

Come direbbe S. Agostino non c’è nulla nell’intelletto che non sia prima passato per i sensi. Se affrontassimo il disturbo attraverso una logica razionale inevitabilmente ci scontreremmo con la sua fondante irrazionalità. Si rendono necessarie perciò una serie di nuove esperienze volte a cambiare le percezioni relative ad uno stimolo fobico o in questo caso relative all’irrefrenabilità e inevitabilità della compulsione. Nello specifico del disturbo ossessivo compulsivo si rendono necessarie una serie di esperienze volte a rompere la rigidità schematica di azione imposta dalla compulsione.

Questo è reso possibile attraverso la creazione di uno specifico “contro-rituale” calzato sulla logica del problema e sulla specificità del paziente volto a sfruttare la forza dell’ossessione contro l’ossessione stessa. La soluzione è rappresentata da strategie volte a far cambiare al soggetto le proprie tentate soluzioni disfunzionali facendo sì che attraverso le esperienze concrete possa cambiare la percezione delle cose che lo costringevano a reazioni patologiche.

E’ possibile in questo modo aggirare anche le resistenze al cambiamento che rappresenterebbero un ostacolo insormontabile se usassimo solo logiche razionali. In questo caso (ad esempio di compulsione numerabile) si rende necessario un contro-rituale (cioè una prescrizione di esecuzione specifica del rituale) che aumentando progressivamente è vòlta a saturare l’ossessione (Nardone, G., Balbi, E. 2008).

Il contro-rituale da un lato lascia spazio al soggetto di “sfogare” la propria compulsione (abbassando le resistenze e aumentando la compliance alla terapia), dall’altro ne assume il potere poiché dovrà essere eseguito nella quantità numerica prescritta. Il soggetto “scopre”, con effetto dirompente, che seguendo la prescrizione del terapeuta, non è più in balìa dell’ossessione finchè la compulsione è controllabile, violabile e proprio per questo non più obbligata (Nardone, G., Balbi, E. 2008).

Quindi se posso non eseguire, non è più compulsione. Per piccoli passi ad effetto scoperta si arriva a minare la credenza sulla quale il disturbo si reggeva ovvero si produce un cambiamento su quella che era la rigida percezione per cui c’era l’impulso alla compulsione. Il paziente assume il potere a discapito dell’ossessione e si rompe l’effetto credenza perché nulla di catastrofico succede.

A seconda delle varie tipologie di compulsione viene creato o un contro rituale o una “ritualizzazione del rituale” sempre calzando la logica del problema e l’originalità del caso specifico, volti a cortocircuitare il disturbo stesso.

PRENDIAMO LA CREDENZA, LA ESASPERIAMO IN UNA DIREZIONE FINCHE' LA INTRAPPOLIAMO E FACCIAMO USCIRE LA PERSONA DALLA TRAPPOLA.

Riferimenti bibliografici:

  • Bartoletti A., Nardone G. (2018) - La paura delle malattie-Ponte alle Grazie
  • Nardone, G.,Portelli, C. (2013) - Ossessioni, compulsioni, manie. Capirle e sconfiggerle in tempi brevi, Milano: Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G., Balbi, E. (2008) - Solcare il mare all'insaputa del cielo. Lezioni sul cambiamento strategico e le logiche non ordinarie: Ponte alle Grazie
  • Muriana, E. ; Pettenò, L. ; Verbitz, T. (2006) - I volti della depressione: Ponte alle Grazie