Antidepressivi, un nuovo nome dato a una cura vecchia come la storia: il placebo

Un business basato su una "falsa" efficacia degli antidepressivi di 2° generazione (gli SSRI)

Pubblicato il 8 maggio, 2017  / Ansia e Depressione
Antidepressivi, un nuovo nome dato a una cura vecchia come la storia: il placebo

Oramai vengono prescritti da medici di base e psichiatri per qualunque disturbo e i più svariati motivi (anche non patologici)

Praticamente quasi tutti li assumono (sono tra i farmaci più venduti dell’intera storia della medicina)

Dietro a quella che è stata definita la “pillola della felicità” girano guadagni di proporzioni esorbitanti per i colossi delle compagnie farmaceutiche

Ma... sono davvero efficaci questi farmaci?

Gli SSRI (gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) esistono dal lontano 1988 con la comparsa del Prozac (la fluoxetina), eppure sono ancora gli antidepressivi d’elezione per il trattamento dei disturbi dell’umore (e non solo), in quanto danno meno effetti collaterali dei loro predecessori (i triciclici), anche se - ovviamente -, a parità di efficacia, sono molto più costosi. La domanda sull’efficacia di questi farmaci ha sempre prodotto risposte contraddittorie, finchè finalmente I.Kirsch, uno psicologo americano, a seguito di numerosi studi sull’effetto placebo (Kirsch, 1978, 1985, 1990, 1997, 2000, 2003), nel 2002 ha pubblicato uno studio che si puo’ dire risolutivo, dopo essersi fatto consegnare dalla FDA (l’organismo americano adibita all’approvazione dei farmaci) tutti gli studi controllati sponsorizzati dalle case farmaceutiche per far approvare gli SSRI.

Ecco cosa è emerso:

Solo nel 18% dei casi il miglioramento è dovuto all’effetto del farmaco e non dal placebo (sostanza inerte di uguale forma, dimensione e colore)

Ma non finisce qui, altri dati sono emersi da questo prezioso studio:

  • In questi casi (del 18%) la superiorità del farmaco rispetto al placebo è quasi irrisoria (ossia di nemmeno 2 punti secondo la scala di misurazione Hamilton per la depressione);

  • Non vi è un aumento dell’efficacia se parallelamente viene aumentata la dose del farmaco SSRI;

  • Contrariamente dal mainstream psichiatrico, il farmaco non è superiore al placebo nei casi più gravi di depressione;

  • La stabilità di risposta non è maggiore rispetto al placebo: cioè all’uso del farmaco non seguono minori ricadute, anzi è risultato vero il contrario;

  • Il 57% degli studi finanziati dalle case farmaceutiche allo scopo di dimostrare l’efficacia degli SSRI fallirono (cioè non riuscirono a dimostrare la superiorità rispetto al placebo).

Questi dati suggeriscono l’ipotesi - a questo punto molto probabile - che quel 18% non fosse altro che l’effetto di un’amplificazione dell’effetto placebo: una volta che compaiono gli effetti collaterali, il paziente si rende conto dell’assunzione di un farmaco e aumenta inconsciamente l’effetto (placebo).

E allora... perchè continuano ad essere prescritti nonostante siano non solo inefficaci, ma anche nocivi?

Perchè i medici e gli psichiatri, consci o meno dello stato di cose, ragionano secondo l’eterna logica del costo/beneficio del farmaco: dopotutto gli effetti collaterali (nausea, diarrea, sudorazione, tremore, disturbi del sonno, disturbi sessuali, alterazioni di peso, ansia, eccitamento maniacale, agitazione, irritabilità, attivazione di idee suicidarie, emorragie, vere e proprie sindromi croniche da uso continuativo di SSRI)... sono ben poca cosa rispetto a quelli prodotti dalla generazione passata, ma soprattutto rispetto ai grandi benefici che questi pseudo farmaci possono fornire attraverso l’effetto placebo, cosa che non potrebbe avvenire in egual misura con un placebo dichiarato esplicitamente. Insomma è vero che questi farmaci non fanno bene, ma non fanno neanche troppo male.

Pensateci, un paziente molto sofferente, afflitto da depressione (e anche qui la definizione del termine aprirebbe un enorme discorso a parte dato che oggi tutto ciò che ha a che fare con certi sintomi, dal lutto al disagio esistenziale, viene etichettato come depressione), si reca dal suo medico di base (o direttamente dallo psichiatra, oggi sempre più farmacista e sempre meno terapeuta), per esigere la cura del suo male attraverso la via più indolore e rapida possibile: la pillola.

Diventa molto facile allora immaginare l’effetto enorme che potrà produrre un placebo spacciato come farmaco di indubbia efficacia, che, come un amuleto ammantato da un’aura magica (basti pensare alla propaganda gigantesca delle campagne pubblicitarie che ne aumentano sensibilmente la suggestione), e alimentato da così tante aspettative, sortirà l’effetto sperato.

In fondo, il medico si toglie di torno il paziente in pochi minuti e questo ritorna a casa altrettanto soddisfatto per aver ottenuto quello che cercava. Ecco spiegato questo perverso equilibrio di parti.

Fenomeno questo ben presente anche nel passato e ampiamente documentato anche dall’antropologia culturale: oggi, invece che lo sciamano o lo stregone, è la figura professionale e “scientifica” del medico ad essere investito culturalmente della carica di guaritore, atto a rispondere alle richieste di guarigione del paziente attraverso uno strumento culturalmente pertinente ai tempi in cui vive.

In fondo questo fenomeno non è altro che uno dei tanti riflessi di una cultura fondata sull’ottimismo esagerato sul farmaco, che trascura totalmente la psicodinamica del sintomo e svaluta il ruolo del fattore interpersonale

Eppoi è chiaro, le case farmaceutiche (il cui scopo è aumentare il fatturato, non di certo aiutare il paziente), sono molto abili nel perseverare questa cultura, e se ne guardano bene dal menzionare tutti quegli studi che non sono riusciti a dimostrare l’efficacia del farmaco, anche perchè, per l’appunto, il più delle volte sono le stesse case farmaceutiche a finanziare gli studi condotti per dimostrarne l’efficacia.

Quindi è ovvio che i ricercatori non pubblicheranno mai nulla che andrà contro gli interessi della stessa casa farmaceutica finanziatrice. E dunque? Cosa rimane tolto il farmaco? Beh, anche se oramai lo é, non é scontato dire che tutta la letteratura scientifica è praticamente unanime nel sostenere che

la psicoterapia per la depressione è indiscutibilmente e sensibilmente superiore ai farmaci

e che il farmaco, alla lunga, possa indurre ad uno stato di dipendenza che predispone alla cronicità dei sintomi e all’aumento di recidive (il ripresentarsi della sintomatologia a distanza di tempo, vedi G.A.Fava, 1995, 2003).

L'efficacia di tali farmaci è infatti puramente sintomatica, tale da produrre un miglioramento parziale e temporaneo delle condizioni generali e non un mutamento della personalità nella direzione auspicata. La provvisorietà dei risultati è dovuta al fatto che tali sostanze non intervengono sulle cause scatenanti il disturbo, né possono essere assunte a tempo indeterminato. (...) C'è leggerezza nella richiesta di psicofarmaci, da parte di pazienti adescati dai vari elisir della felicità, ma ce n'è tanta anche nell'offerta da parte degli operatori.

(...) L'uso riduttivo dello psicofarmaco è una risposta onnipotente perfettamente sintonica con la polarità maniacale adombrata o chiaramente espressa nel disturbo depressivo. È una risposta che evita il cammino, la ricerca psicologica, l'interrogarsi sulla propria identità che la sofferenza depressiva apre. (...) La miseria che toglie respiro alla vita del depresso, che restringe il giro d'orizzonte del suo pensiero, non può giovarsi di altra povertà, quella di una risposta solo farmacologica: si deve prestare ascolto a ciò che la malattia esprime, e preparare uno spazio psichico perché quei contenuti, prima negati, possano essere reintegrati in un diverso e più ricco modo di essere nel mondo.

Aldo Carotenuto, Le lacrime del male