articoli di psicologia del Dott. Francesco Isotti

risposte dello specialista Francesco Isotti

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Post operazione ernia ombelicale e bulimia

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Buonasera Fabiola, i disturbi dell'alimentazione meritano la giusta attenzione clinica e un adeguato trattamento terapeutico. Dire se quel giorno che giustamente teme arriverà oppure no è francamente impossibile (sarebbe un'illusione avere una certezza in positivo o in negativo); possiamo parlare di ipotesi e aspettative più o meno calcolate che ci portano sicuramente a mettere in conto che la sua situazione potrebbe non essersi risolta in maniera definitiva. Quel che invece è certo, è che lei in questo momento sta dimostrando di avere delle risorse e che queste la stiano aiutando parecchio: vale sicuramente la pena aiutare queste risorse a svilupparsi ulteriormente, facendone delle strategie abituali che la tengano al sicuro da qui in avanti! Auguri!...

Dipendenza affettiva - narcisismo - abuso sostanze

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Gentile signora, per la diagnosi di Disturbo da Stress Post-Traumatico è necessario che sia presente (oltre a determinati sintomi) un "evento traumatico", termine con cui generalmente ci si riferisce a un evento che veda la nostra esposizione (diretta o indiretta) a situazioni in cui è stata presente una seria minaccia per la nostra salute, sicurezza e integrità (fisica o psichica). Difficilmente il tradimento in una relazione affettiva può configurare un'opzione di questo tipo, ma non intendo mettere in discussione la diagnosi del collega. Appare invece probabile che nella sua storia personale siano presenti dei ripetuti traumi relazionali (che, pur non concorrendo alla diagnosi i PTSD, sono dolorosi e lasciano tracce ed eredità profonde, spesso subdole e di difficile individuazione) che abbiano contribuito a formare il suo stile emotivo, cognitivo e comportamentale - relazionale, che ora le sta provocando tanta sofferenza. Dirle se sia necessario un cambio di terapeuta non è sicuramente tra la competenze che possiamo esprimere noi professionisti che leggiamo la sua domanda, ma è mio dovere (nonché piacere) consigliarle di parlare di questo dubbio con il suo terapeuta attuale, senza evitare di affrontare un argomento tanto delicato quanto fondamentale come la tenuta della relazione terapeutica! Auguri!...

Il mio compagno è Crossdresser?

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Buonasera Sara, credo che il primo passo per avere una risposta soddisfacente sia mettere a fuoco in maniera precisa quale sia la domanda....

Vivere con un padre e i suoi figli

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Buongiorno Ela, la preoccupazione che esprime è legittima e comprensibile: sembra che i confini, impostati in questo modo, la facciano sentire in qualche modo esclusa. Le domande che pone meritano la giusta considerazione perché possono essere la porta di accesso a dinamiche profonde, legate al suo personale modo di essere....

Problema con i miei genitori

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Gentile Veronica, capisco che la situazione vissuta possa essere davvero dolorosa e portare tante domande e tanta confusione. Il suo desiderio/bisogno di fare qualcosa per loro è comprensibile, ma allo stesso tempo potrebbe rappresentare un vicolo cieco in cui si scontrerebbe con sentimenti di impotenza e delusioni. La questione va affrontata nella sua complessità, con la consapevolezza che è coinvolta lei stessa e il suo benessere! Auguri di buona giornata e, se le può interessare, mi contatti per un consulto!...

Difficoltà nel chiedere aiuto

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Buongiorno U. , Incomincio sottolineando quanto capisco che la situazione possa metterla in una difficoltà tremenda, a partire dai risvegli vissuti con così tanta angoscia. Una visita psichiatrica potrebbe esserle utile per impostare una cura farmacologica che la aiuti a tenere regolati il più possibile i sintomi. Su una cosa però bisogna essere chiari: senza un percorso di psicoterapia (fatta con medico psichiatra psicoterapeuta oppure con psicologo) i farmaci da soli difficilmente "risolvono" una situazione dolorosa, specialmente se, come dice lei, è presente da una vita. Si tratta di lavorare su aspetti personologici profondi, arrivando a favorire il cambiamento di tutte quelle azioni/reazioni automatiche, emotive cognitive e relazionali, che rappresentano le difficoltà che sperimenta. Non si perda d'animo e abbia fiducia nella possibilità che una speranza ci sia! Se vuole, sono a disposizione. Cordialmente e con l'augurio di una buona giornata Francesco Isotti...

Frequentare una ragazza Asperger

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Buonasera, Credo che la cosa più importante da sottolineare è che con il termine "sindrome di Asperger" si fa riferimento a una categoria, se così possiamo chiamarla, estremamente ampia ed eterogenea di casistiche sintomatologiche e personologiche. Spesso, i tratti trasversali e comuni ai soggetti con questa (ex) diagnosi sono lievi, soprattutto dopo una certa età ovvero al completamento delle tappe del neurosviluppo e della personalità, restando in secondo piano rispetto ai tratti unici e identitari del singolo soggetto. Come ha potuto notare, capita che (come tutte le altre persone) anche i soggetti con diagnosi di Asperger abbiano delle comorbilità (adhd nel suo caso) e questo vada a rendere ulteriormente complessa e a volte complicata la relazione, affettiva e non, con le altre persone. Questo però non deve far ritenere che non valga la pena entrarci in relazione! La relazione con un'altra persona è una cosa assolutamente dinamica e ogni volta nuova, non totalmente categorizzabile e prevedibile a priori. L'importante è emozionarsi e riuscire a vivere le proprie emozioni, perché è solo da loro che riceviamo il vero senso delle nostre esperienze, affettive e non. Che sia con una "ragazza Asperger", bipolare o quant'altro, possiamo costruire una felicità conune. Una vita priva di difficoltà e di sofferenze non esiste e non la troveremo nemmeno con la persona più armonica e flessibile che esista, ma non è di questo, per fortuna, che abbiamo bisogno! In conclusione, non trovo motivo per sconsigliare una relazione come la descrivere, facendole tutti i migliori auguri di trovare la dimensione giusta per lei così da vivere una vita piena, gioiosa e soddisfacente! Buon anno Francesco Isotti...

Consiglio per lo studio

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Buonasera Nicola, Quanto detto dalla sua amica ha sicuramente un valore. La questione è probabilmente più profonda, identitaria, e lambisce la motivazione tanto quanto altri aspetti della sua personalità. Credo, da quanto mi dice, che "dall'esterno" lei possa derivare l'immagine di sé e la definizione delle sue emozioni, prima ancora che la motivazione. Il lavoro da fare in questo caso prevede l'abilità di demarcarsi dal contesto, imparando a mettere a fuoco le emozioni "dall'interno", costruendo pian piano un'immagine di sé stabile nel tempo e meno suscettibile al giudizio esterno, che le restituirà un senso di adeguatezza e le permetterà di districarsi negli eventi della vita avendo se stesso come faro. Se vuole, mi contatti: sono a disposizione per una consulenza e un eventuale percorso! Buona serata, Francesco Isotti...

Non riesco ad andare avanti, torno sempre dal mio ex

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Buongiorno Francesca, le sue parole trasmettono con forza quanto ciò che sta vivendo sia faticoso e confuso. È del tutto comprensibile, in questa fase, sentirsi agitata, avere pensieri ricorrenti e oscillare tra il desiderio di tornare con lui e il timore che tutto si ripeta. Molto spesso, nelle relazioni affettive che lasciano un segno profondo, ciò che ci lega non è solo la persona in sé, ma anche il significato che quella relazione ha avuto per noi, per il nostro senso di identità e per il modo in cui ci siamo sentiti visti, valorizzati o messi in discussione. Anche quando sappiamo razionalmente che il legame è stato problematico, può restare forte il bisogno di riprovarci, di “aggiustare” qualcosa, o di ottenere una conferma che ci rassicuri sul nostro valore. Ciò che può davvero aiutarla, ora, è provare a osservare con maggiore consapevolezza il modo in cui ha vissuto questa relazione: quali stati mentali ha attivato in lei, quali emozioni ha fatto emergere, quali aspettative e timori le ha suscitato. A volte, senza accorgercene, entriamo in cicli relazionali ripetitivi che sembrano offrirci vicinanza, ma in realtà ci espongono a vissuti dolorosi, come il senso di rifiuto, l'incertezza o la perdita di controllo. Le relazioni importanti parlano di noi, e possono diventare anche un’occasione per conoscersi meglio, soprattutto se affrontate in uno spazio in cui si possa comprendere a fondo il proprio funzionamento emotivo e relazionale. In questo senso, credo che il disagio che sente in questo momento possa essere un segnale prezioso: forse non solo una mancanza dell’altro, ma anche un bisogno suo di essere ascoltata, capita, sostenuta. Un percorso psicologico l’aiuterebbe proprio a fare questo: ricostruire il significato delle sue esperienze, riconoscere i bisogni affettivi più profondi e sviluppare una maggiore libertà nel modo in cui vive le relazioni. Le auguro di trovare presto un po’ di chiarezza e sollievo!...

Lasciata dopo 3 anni dal nulla

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Buongiorno, Dal suo racconto mi arriva tutta la confusione e la sofferenza che sta vivendo. È comprensibile sentirsi smarrita di fronte a una rottura così improvvisa, soprattutto dopo anni di relazione e senza un confronto chiaro che ne anticipasse le motivazioni. In momenti come questo, può essere utile spostare l’attenzione da ciò che è accaduto all’esterno a ciò che sta accadendo dentro di lei. Che significato ha per lei questa relazione? Che bisogni affettivi soddisfaceva, e quali forse restavano in secondo piano? A volte, senza accorgercene, entriamo in equilibri relazionali dove alcuni aspetti rimangono impliciti, e solo nel momento della rottura emergono con forza. Anche il suo desiderio di mantenere un legame a ogni costo, così come la fatica ad accogliere emozioni come la rabbia, sono elementi importanti. Più che giudicarli, può essere utile guardarli con curiosità: cosa le raccontano su di sé? Le danno informazioni su cosa significa per lei amare, essere lasciata, restare in relazione? Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio sicuro per dare senso a queste domande, distinguendo il dolore della perdita da possibili vissuti di inadeguatezza, e aiutarla a riconoscere i suoi schemi relazionali, i bisogni più profondi e le modalità con cui tende a gestirli. Le auguro che, anche da questa esperienza, possa nascere uno spazio nuovo di ascolto e cura verso di sé!...

confusione mentale ed emotiva

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Gentile Giorgio, le sue parole trasmettono una profonda sensibilità e un forte desiderio di comprendere quanto accaduto, non solo nella relazione ma anche dentro di sé. La disponibilità che ha mostrato nel mettersi in discussione e nel crescere è un aspetto prezioso, così come l’attenzione con cui ha cercato di affrontare questo momento doloroso. Può accadere, soprattutto in persone che hanno vissuto esperienze relazionali difficili, che proprio nei momenti di maggiore stabilità emergano dubbi, paure o confusione. La solidità del legame può attivare vissuti ambivalenti, proprio perché entra in contrasto con modelli relazionali precedenti, meno sicuri o più disorganizzati. Dal punto di vista psicologico, sembra che la sua ex compagna stia attraversando una fase in cui fatica a comprendere con chiarezza ciò che prova. Le emozioni — l’amore, la tristezza, il bisogno di allontanarsi, la paura di farle del male — sono intense e in conflitto tra loro, e questo rende difficile orientarsi. In queste situazioni è frequente oscillare tra il desiderio di vicinanza e la paura dell’intimità, tra il sentire qualcosa e il dubitarne subito dopo. Anche il suo bisogno di capire e di restare vicino a lei è del tutto comprensibile. Ma è importante che possa ascoltare anche se stesso: come sta, oggi, in questa relazione che sembra ruotare attorno alla sofferenza e alla confusione dell’altro? Quanto spazio c’è per i suoi bisogni emotivi? Il tempo di pausa che vi siete dati può essere utile, a condizione che diventi per lei un’occasione attiva: un tempo per riflettere su cosa la lega a questa relazione, su quali immagini e aspettative porta con sé, e su come si sente quando l’altro si ritrae. È possibile che la sua ex compagna abbia bisogno di un percorso personale per chiarire e integrare ciò che sta vivendo, ma non è detto che questo la porterà a riavvicinarsi. Forse, più che chiedersi se ha senso sperare, potrebbe chiedersi se questa speranza, oggi, la sostiene o la trattiene. Le auguro di riuscire a prendersi cura di sé con la stessa sensibilità e dedizione che ha mostrato verso di lei! Se dovesse sentire il bisogno di uno spazio più protetto per esplorare questi vissuti, un percorso psicologico potrebbe offrirle un valido sostegno....

Sogni

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Gentile Anna, le parole che ha condiviso esprimono una complessità emotiva molto autentica, che spesso accompagna i momenti di passaggio importanti nella nostra vita. Quando qualcosa che desideriamo profondamente inizia davvero a concretizzarsi, non è raro che, accanto alla gioia, emerga anche la paura. Dentro ciascuno di noi convivono motivazioni diverse: da una parte, il desiderio di esplorare, crescere, costruire qualcosa di proprio — è il sistema motivazionale dell’autonomia, che ci spinge verso il mondo. Dall’altra, un bisogno altrettanto profondo di sicurezza, continuità e protezione, che ci fa desiderare la familiarità della quotidianità. Il conflitto che Lei descrive — tra voler andare e voler restare, tra mostrarsi e nascondersi — è una manifestazione viva di questa tensione tra curiosità e paura. Non si tratta di una contraddizione patologica, ma piuttosto di un'espressione del fatto che si sta avvicinando a qualcosa di importante. E ciò che conta davvero attiva emozioni forti, talvolta ambivalenti. Anche il bisogno di piangere può essere il modo in cui il corpo e la mente cercano di dare forma e spazio a ciò che ancora non è del tutto definito. Forse non Le manca nulla. Forse è solo il momento di imparare ad accogliere anche la possibilità di stare bene, di lasciarsi andare alla realizzazione senza doverla controllare o spiegare subito. La felicità, come la paura, va attraversata. E a volte richiede coraggio anche solo accettare che qualcosa stia andando per il verso giusto. Un cordiale saluto, Francesco Isotti...

Tradimenti, gravidanza e confusione

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Gentile M., quello che sta vivendo è un momento estremamente complesso e delicato, non solo per la scoperta del tradimento, ma anche per la vulnerabilità in cui si trova ora: una gravidanza, un licenziamento, e l’assenza di una figura che avrebbe dovuto esserle di supporto. La sua sofferenza è più che comprensibile, e la sensazione di essere afflitta, svuotata e impaurita è il segnale di quanto stia cercando, con le forze rimaste, di restare in piedi nonostante tutto. Dal racconto emerge una relazione segnata da instabilità, allontanamenti, mancanza di affidabilità e dinamiche che sembrano averla lasciata spesso sola a gestire il peso emotivo. È importante riconoscere che non sta affrontando solo un tradimento, ma il crollo di un’illusione di sicurezza che — pur fragile — aveva cercato di mantenere viva. Il bisogno di confronto che ha espresso è naturale, ma a volte l’altro si sottrae perché incapace, o non disposto, ad assumersi una vera responsabilità relazionale. Il fatto che si sia già rivolta a una psicoterapeuta è un segno di coraggio e di consapevolezza. È comprensibile che ora non senta benefici immediati: quando si è nel pieno del dolore, è difficile sentire sollievo. Ma continui a concedersi quello spazio, se può. A volte la terapia non dà subito risposte, ma prepara il terreno per ritrovare una direzione, anche dentro la confusione. Le suggerirei, in questo momento, di orientarsi il più possibile su ciò che può nutrire le sue risorse: piccole azioni quotidiane di cura, una rete di persone affidabili, e la possibilità concreta di ricevere un sostegno anche pratico. Sta portando avanti una gravidanza in un contesto molto difficile, ma non è sola nel dover affrontare tutto questo: può e deve chiedere aiuto, anche ai servizi territoriali, se necessario. Infine, se posso permettermi: provi a non chiedersi cosa avrebbe potuto fare di diverso per “salvare” quella relazione. La responsabilità della coerenza, della sincerità e della presenza spettava anche all’altro. Ora, più che mai, ha diritto di mettere se stessa — e la vita che porta con sé — al centro. Un caro saluto, Francesco Isotti...

Usata e poi gettata via

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Gentile C., le sue parole sono intense, dolorose, ma anche profondamente lucide. Sta descrivendo con grande chiarezza l’esperienza di un legame che, pur offrendo momenti di intimità mai vissuti prima, si è costruito su un terreno instabile, pieno di ambivalenze, mancanze, distorsioni del rispetto reciproco. La sofferenza che esprime non è solo quella per la fine di un rapporto, ma quella più profonda di chi ha sperato di essere finalmente riconosciuta, accolta, amata — e si è invece ritrovata a ripercorrere dinamiche già vissute, che feriscono laddove c’è già una ferita aperta. Il dolore che racconta ha radici antiche, e lei lo sa: lo sta esplorando in terapia, con fatica e coraggio. È comprensibile che il cambiamento sia lento, e che oggi si senta ancora travolta da sensazioni di inutilità, vergogna, disvalore. Chi ha imparato troppo presto a lottare per essere visto, spesso continua a farlo anche in età adulta, rincorrendo briciole affettive con una dedizione che gli altri nemmeno comprendono. Il punto, però, non è quanto ha “dato” o quanto “doveva fare di più”: il punto è che nessuno dovrebbe dover elemosinare amore. Nessuno dovrebbe vedersi rimandato, nascosto, sostituito senza spiegazioni e poi sentirsi dire che è “troppo”, mentre chi si è reso indisponibile si assolve con leggerezza. Quello che sta vivendo è l’onda lunga di un’esperienza relazionale che ha toccato esattamente i suoi punti più fragili. Ma questo non definisce il suo valore. Non è “lei” che non basta: è il modello relazionale che non la rispecchia, non la nutre, non la riconosce. È normale sentirsi svuotati, confusi, incapaci perfino di immaginare un piacere personale — come un hobby, un desiderio, uno slancio — quando la mente è completamente assorbita dalla ferita del rifiuto. Ma proprio qui può nascere un nuovo spazio: non più per “farsi vedere” a ogni costo, ma per iniziare a vedersi da sé. Non è facile. Ma è possibile. Continui il lavoro con la sua terapeuta: non per trovare subito risposte, ma per ricostruire un punto fermo dentro di sé. Le relazioni che ci feriscono non ci definiscono. E il fatto che oggi riesca a mettere tutto questo in parole, è già un inizio. Con rispetto e vicinanza, Francesco Isotti...

Transfert verso genitore

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Buongiorno Morena, dopo un abuso nell’infanzia può accadere che vissuti di paura, rabbia o sfiducia influenzino anche altre relazioni significative, compresa quella con un genitore. Parlerei però con cautela di un vero e proprio “transfert” dell’abuso verso il padre: non è possibile stabilire una relazione causale così diretta. Nel rapporto con il padre possono avere un peso molti elementi: la qualità della relazione, quanto fosse percepito come disponibile e protettivo, i suoi comportamenti e il significato attribuito successivamente alla scoperta delle altre relazioni. È inoltre importante non ricondurre automaticamente al trauma ogni desiderio di distanza. Dopo esperienze di abuso può essere più difficile riconoscere come legittimi i propri bisogni e confini, arrivando talvolta a colpevolizzarsi o a considerare problematico anche un sano desiderio di autonomia. Più che chiedersi se sia “normale” volersi distaccare dai propri genitori, può quindi essere utile comprendere che significato abbia oggi quella distanza per quella specifica persona e quali bisogni esprima....