Difficoltà nel chiedere aiuto
Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e sono praticamente da sempre una persona ansiosa, probabilmente per un'assurda mania del controllo e per aspettative (anche inconsce) che ho da sempre e che mi sono creata io. Sono quindi sempre stata molto riservata, in un mondo tutto mio, rigida, pesante con me stessa e con gli altri. Mi vergogno ad ammetterlo, ma probabilmente questo mi ha portata anche ad essere giudicante, caratteristica che odio e che quindi mi porta a disprezzarmi. Io non voglio essere una persona giudicante e cattiva, eppure forse inconsciamente, lo sono! Dall'esterno forse nessuno lo immaginerebbe, perché mi sono sempre mostrata come una persona dalla mentalità aperta ed è così che io vorrei essere e che sento sia giusto essere, ma nel profondo sento di non esserlo e questo mi provoca dispiacere. Tuttavia, non è proprio questo il motivo che mi spinge a scrivere qui, capisco che non si possa sintetizzare un percorso di miglioramento personale in una risposta su Internet. Il motivo che mi spinge a scrivere qui è che ormai da luglio/agosto ho un'ansia costante e pensieri ossessivi che non mi lasciano praticamente mai, ogni giorno. Ciò che ha fatto esplodere questa situazione è stata, per farla molto breve, la fine di una frequentazione con un ragazzo per cui avevo forse avuto delle aspettative troppo alte, nonostante mi fossi imposta di non idealizzare più le persone e di vivere le situazioni per quello che sono. La frequentazione è finita a causa mia, lui è un ragazzo dolcissimo che si è sempre mostrato molto disponibile. Io purtroppo ho perso interesse per lui o mi sono semplicemente accorta di non provare quello che provava lui e che quindi non fosse il ragazzo giusto per me. Da allora, è iniziato l'inferno. L'ho respinto gentilmente e dicendogli quanto la cosa mi facesse soffrire (per quanto non fosse il ragazzo per me, avevo comunque inizialmente creduto che potesse esserci qualcosa di importante e piacevole). Lui si è mostrato comprensivo ed abbiamo chiuso, ma la cosa non è servita a farmi stare meglio. Provo costantemente un senso di ansia, nausea, specialmente al mattino appena sveglia e forte senso di colpa. Non appena faccio qualcosa che mi diverta o che semplicemente mi piaccia per cercare di distrarmi, non appena faccio un sorriso, arriva il senso di colpa, o non so cosa sia, che è come se mi "dicesse" di smetterla di essere tranquilla, che c'è ancora la situazione di questo ragazzo da "sistemare", ancora qualcosa in sospeso, che magari lui sta male mentre io mi diverto. Da quando abbiamo chiuso, io non sono mai stata capace di lasciare andare veramente, è come se mi fossi auto imposta di lasciare uno spiraglio aperto (nonostante a lui io abbia detto chiaramente che non ci potrà essere più niente), mi continuo a ripetere che un giorno potremmo essere dei semplici amici (anche a lui piacerebbe restassimo amici) che si aggiornano di tanto in tanto o quando ne hanno voglia, anche perché non voglio perdere questa persona che era tutto sommato piacevole. Mi rendo conto che uno non possa programmare una cosa del genere, che anche l’amicizia debba essere spontanea, ma non riesco a togliermelo dalla testa. Ormai passo le giornate in questa ansia, a chiedermi inconsciamente quando succederà, quando potrò riparlargli senza ansia, mi perdo in pensieri che non mi lasciano in pace neanche per qualche ora. So che è tutto ridicolo e non ha senso, razionalmente lo so, ma non riesco a smettere. Ho provato a seguire una psicologa con approccio breve strategico per alcuni mesi, ma purtroppo non è andata bene, non mi sono mai sentita capita al 100% e lo comprendo perché non riesco neanche io a fare ordine in questa confusione mentale. Ho quindi paura di ricominciare tutto da capo con un altro psicologo, non so cosa dire, come iniziare, cosa è importante, cosa no. Ho milioni di pensieri per la testa, non potrei mai pensare di presentarli tutti in seduta, però alla fine sto male perché non riesco a dire tutto, non solo in termini di contenuto, ma anche di forma e mi sembra di andare lì a vuoto perché non sento di essermi “svuotata” e liberata di un peso. Mi sembra sempre di "mascherare" un po' la realtà, ho paura di dire solo “ciò che mi fa comodo”, non riesco ad aprirmi completamente, ad essere me stessa (cosa significa essere me stessa, poi?). Finisco per spiegare in modo semplicistico ed "abbellito" la situazione e quindi alla fine do un'idea diversa di quello realmente ho in testa che è molto più complesso e che non riesco a spiegare. In seduta faccio davvero del mio meglio per spiegarmi, ma non sono mai soddisfatta e sento di lasciare tanti dettagli fuori, dettagli che magari sono importanti. Ho tante idee in testa, contrastanti, penso una cosa e dopo 10 minuti penso l’opposto. Come posso intraprendere un percorso se dopo la seduta, penso l’opposto di ciò che ho detto?
La psicologa che vedevo, dopo alcune sedute, mi ha consigliato di vedere uno psichiatra, ma un po’ per paura ed un po’ per questo fatto di non sapermi spiegare, non ci sono andata. Il mio problema mi sembra troppo banale per essere affrontato da uno psichiatra: se fossi una persona diversa, se fossi una persona normale, avrei risolto tutto senza bisogno di nessuno perché sento nel profondo che questo problema sia in realtà una cavolata che altri non avrebbero minimamente. Ho provato a parlarne alla mia famiglia e ad un’amica di alcuni di questi pensieri associati a quel ragazzo, ma le risposte che ottengo sono molto semplicistiche, tipo “e qual è il problema?”, quindi sicuramente obiettivamente il problema non esiste.
Ho paura di spiegarmi male allo psichiatra, di ingigantire o minimizzare qualcosa, di non dire tutto, di dimenticare qualcosa e di ricevere quindi una diagnosi sbagliata con un medicinale che magari mi dia più problemi di quelli che già ho. Oppure, temo che uno psichiatra mi possa dire che il mio problema non è abbastanza serio per lui e che non si occupa di queste situazioni.
Purtroppo sono una persona che si lamenta tanto e non riesco a fingere in casa. Piango più volte al giorno e la mia famiglia è quindi esasperata, continua a dirmi che se stessi veramente male, avrei già trovato una soluzione. Mi rinfacciano di aver abbandonato la terapia con la psicologa, di non essermi impegnata ed aperta abbastanza, di stare male da mesi e non aver fatto il minimo miglioramento. Quando ho detto di aver lasciato perché mi sono resa conto che quel tipo di approccio psicologico non andava bene per me, mi sono sentita rispondere che allora non avrei dovuto buttare 2 mesi e me ne sarei dovuta accorgere prima.
Al momento non lavoro, quindi passo giornate intere ad arrovellarmi in questi pensieri e nel malessere. Anche fare qualcosa di piacevole è inutile perché mi sento sempre in colpa quando mi rilasso e non riesco a lasciar andare. Non mi sono mai sentita così male e sola per un periodo così lungo di tempo. Sto male al pensiero di essere in questa situazione dall'estate, mi ripeto di dover fare di più ma non riesco, mi torna in mente il ragazzo della frequentazione, tutto mi ricorda lui ed alcune cose di lui mi mancano e vorrei sapere come sta, ma quando ci siamo scritti a novembre per farci gli auguri di compleanno, sono stata anche peggio per motivi assolutamente irrazionali. Inoltre, mi dispiace non sapere cosa faccia, ma questo probabilmente è causato sempre da quella mania del controllo. Vorrei scrivergli a Natale e capodanno per gli auguri, ma so che starò male in ogni caso.
Spesso vengo assalita dai ricordi, o mi tornano in mente i momenti in cui lui mi diceva che con me si sentiva leggero e stava bene ed io mi sento in colpa per averlo fatto stare bene e poi lasciato. Non è la prima volta che devo lasciar andare qualcuno, ci sono stata male, ma poi ho sempre superato normalmente, non capisco perché questa volta non lo voglia accettare.
Lavorativamente parlando, un altro disastro: sono laureata da 5 anni ma sono incapace di fare qualunque cosa. I miei ex colleghi e superiori si dicevano soddisfatti di me, ma io non mi sento mai all’altezza, mi sono sempre sentita inadeguata e fuori posto, anche durante gli studi, pur avendo avuto sempre ottimi voti. Ho sempre avuto l’impressione che i miei risultati siano sempre stati frutto di fortuna, circostanze favorevoli, inganni. Sto provando a fissarmi dei piccoli obiettivi giornalieri, come studiare degli argomenti che potrebbero rivelarsi utili per il mio prossimo lavoro, ma non riesco a concentrarmi. Se prima avevo difficoltà a capire cosa mi piacesse veramente, adesso è praticamente impossibile e brancolo nel buio. Ho anche paura che se iniziassi a lavorare, questo stato d’animo inficerebbe negativamente sulle prestazioni che già sono sempre inibite dalla mia “solita” ansia e senso di inadeguatezza. Probabilmente sono anche svogliata. In questo periodo, sto scoprendo molti aspetti di me che non avevo mai considerato, ovviamente tutti negativi. Non so più chi sia, cosa mi piaccia, non mi piace più niente ed anche fare le cose più piacevoli si rivela un inferno.
Non ho voglia di iniziare un percorso psicologico, ho paura di fare un altro buco nell’acqua e di sentirmi rinfacciare anche questo dalla mia famiglia per poi ripetere a me stessa che non sto facendo abbastanza, che non so spiegare, che se fossi diversa le cose sarebbero andate diversamente, che c’è chi soffre per ragioni vere (lutto, malattia…) ecc.
Ripeto, so benissimo che non troverò la risposta a tutti i miei problemi reali ed immaginari qui, anche perché questa è solo la minima parte di ciò che ho dentro, ma mi rivolgo a chi ha più competenze di me. Se valutassi effettivamente di vedere uno psichiatra, quante possibilità ci sono che non venga capita e che non vada ad aggravare ancora di più la situazione? Pensate che uno psichiatra possa aiutare o dovrei abbandonare l’idea perché non è la persona più adatta da consultare nel mio caso? Mi scuso per il messaggio lunghissimo.