Le trappole psicologiche dell'All You Can Eat: se le conosci le eviti

Come riportare la consapevolezza alimentare in un contesto senza ( o quasi) regole

Pubblicato il 31 gennaio, 2019  / Alimentazione
all you can eat

Uno dei temi che toccano maggiormente chi ha un rapporto travagliato con il cibo è senz'altro quello della libertà, di scelta e di quantità. In questo senso, i ristoranti e buffet con formula all you can eat sembrano rappresentare un campo minato.

All you can eat: il paradosso delle libertà

Pensiamo alle colazioni in albergo, ai buffet dell'aperitivo e ai locali orientali, dove a fronte di una spesa standard è possibile mangiare in maniera "illimitata". Senza contare i ristoranti italiani che organizzano periodicamente serate "giropizza" o "giropasta" dove i tavoli vengono continuamente riforniti finché i commensali non chiedono lo stop.

Queste sono tutte situazioni in cui abbiamo la libertà di scegliere cosa e quanto mangiare: ma siamo veramente liberi?

"Ho pagato quindi mangio"

La prima trappola è rappresentata dall'idea di dover riequilibrare e possibilmente superare il rapporto prezzo/quantità. Ho pagato 12,50 euro? Bene, cercherò di mangiare una quantità di cibo quantomeno di quell'importo: ciò che riuscirò a ingerire in più sarà tutto guadagno.
La prima evidente pecca di questo ragionamento riguarda la qualità: i locali non sono mense di beneficenza, quindi è normale che mettano a buffet anche prodotti meno costosi ma che riempiono la pancia dei clienti ( e che possibilmente mettano anche sete, così da aumentare le ordinazioni dei drink).

" Ho seguito scrupolosamente la dieta, oggi posso sgarrare!"

Nelle diete è spesso previsto un pasto libero, non un banchetto. Utilizzare l'all you can eat come "risarcimento danni" dei sacrifici settimanali è controproducente a livello fisico e mentale. In particolare, la mente vivrà il resto della settimana come uno strazio in vista del prossimo buffet, in un meccanismo "deprivazione - esagerazione- deprivazione" per cui farà molta fatica a instaurare un rapporto sano con il cibo.

" Gli altri mangiano, perché dovrei fermarmi?"

Il fine principale di un'uscita a cena dovrebbe essere la convivialità: stare insieme, raccontarsi,...alcune persone tendono a rinchiudersi nel loro mondo e a mangiare; altri, viceversa, riversano la loro attenzione nel piatto perché faticano a interagire con il resto del tavolo. Qualcun altro ancora può temere il giudizio altrui e decidere di finire o prolungare il pasto sulla base di ciò che fa la maggioranza.

Ritrovare la libertà con la consapevolezza

Nelle circostanze sopra descritte c'è in comune una perdita di contatto con se stessi: il senso di sazietà viene spostato verso l'esterno. Il tempo inizia a scorrere velocemente, si inizia a ordinare/ mangiare come se qualcuno fosse pronto a toglierci la sedia da sotto e il piatto da davanti. Le quantità di cibo ingerite diventano eccessive in relazione alle tempistiche, con possibili disturbi fisici. La parola d'ordine diventa quindi rallentare.

Vediamo alcune tecniche di Mindful Eating ( "alimentazione consapevole") per imparare a gestire le insidie dei buffet.

"Mangiare" con gli occhi

Il primo impatto con il cibo è visivo: osserviamo i tavoli dei buffet, le foto del menù, il piatto così come ci viene portato a tavola. Prendiamoci 30 secondi prima di iniziare a mangiare, nel corso dei quali focalizzarci sugli aspetti visivi. Cerchiamo di tornare bambini per un istante, recuperando lo stupore per le piccole cose.

Masticare

A scuola ci insegnavano che "la digestione inizia dalla bocca" : masticare correttamente non solo prepara il cibo alle fasi successive ma ci permette anche di concederci il giusto tempo per il pasto. Lasciamo il giusto tempo tra un boccone e l'altro, magari appoggiando le posate sul piatto per imparare.

Assaporare

Che gusto ha il boccone? Il suo sapore è in linea con ciò che mi aveva trasmesso alla vista? Quando siamo assaliti dalla foga spesso ci "dimentichiamo" di gustare il pasto. Impariamo a concederci il tempo dell'assaggio, gustiamo la nostra pietanza poco a poco.
Molti ristoranti hanno introdotto la regola del supplemento di pagamento per i piatti ordinati e non consumati, onde evitare gli sprechi. Ciononostante, non siamo obbligati a mangiare quello che non ci piace: meglio pagare qualcosa in più che sforzarsi. Faremo tesoro di questo "errore di valutazione" per il futuro.

Ascoltarsi

Quali sono i segnali fisici che il nostro stomaco ci invia quando è pieno? Imparare ad ascoltarli significa comprendere qual è il nostro limite di sazietà. Mangiare perché gli altri stanno continuando, ordinare un altro piatto perché lo abbiamo visto passare o fiondarsi al buffet a prendere una pietanza appena arrivata significa ignorare i nostri segnali a vantaggio di stimoli esterni. Domandiamoci se vogliamo quel cibo perché abbiamo veramente fame o se è soltanto uno sfizio o un condizionamento esterno. Possiamo comunque scegliere di consumarlo anche se siamo sazi ma almeno saremo più consapevoli di ciò che stiamo facendo.

Conclusioni

Non è il cibo a essere buono o cattivo in sé: è il rapporto che instauriamo con esso a trasmetterci sensazioni positive o negative. Chi sta vivendo delle difficoltà legate al controllo davanti al cibo può imparare ad esercitare queste strategie in un contesto che reputa più tranquillo e sicuro. Il lavoro con un terapeuta esperto può essere d'aiuto a comprendere le motivazioni e i fattori che scatenano la perdita di controllo, cercando insieme nuove strategie per puntare al raggiungimento di un sano comportamento alimentare.