A tavola, se dici «secondo me le cose possono migliorare», c’è sempre qualcuno che ti chiede su cosa basi il tuo ottimismo. Se dici «andrà sempre peggio», spesso puoi continuare a mangiare.
Eppure hai fatto una previsione in entrambi i casi. Solo che la seconda, detta con sufficiente stanchezza, passa per esperienza. Chi si aspetta il peggio sembra uno che ha capito come funziona il mondo. Chi si aspetta qualcosa di buono rischia di sembrare uno a cui il mondo deve ancora dare una lezione.
C’è anche un piccolo vantaggio personale. Puoi dire che un progetto fallirà senza dover confessare che ti sarebbe piaciuto vederlo riuscire. E se fallisce davvero, almeno puoi dire che lo sapevi.
Chi sono i doomer?
Nel gergo di internet, un doomer è qualcuno convinto che le cose abbiano preso una brutta piega e che ci sia poco da fare per cambiarle. Può riferirsi alla propria vita, al clima, al lavoro o al mondo in cui cresceranno i suoi figli. La parola viene dall’inglese doom, che evoca una rovina incombente. Nel 2018 quella figura ha preso volto nel Doomer Wojak, il meme di un giovane col berretto nero e l’aria di chi ha esaurito le sorprese.
Boomer indica in origine chi appartiene alla generazione del baby boom. Doomer descrive una disposizione verso il futuro e si può usare a qualunque età.
Il sollievo di sapere già come va a finire
Una delusione ha una parte che viene prima. Fai spazio a una possibilità, cominci a immaginare come cambierebbero le cose e magari ne parli con qualcuno. Poi la possibilità sfuma e devi rimettere a posto anche tutti quei pensieri. Dopo qualche volta, dire «tanto non se ne farà niente» può sembrare un modo ragionevole di risparmiarsi il lavoro.
C’è qualcosa di rassicurante perfino in una certezza sgradevole. «Non cambierà niente» è una frase con cui si può chiudere la giornata. «Potrebbe cambiare, ma non so quando, né quanto dipenda da me» ti lascia con una faccenda aperta. E di faccende aperte ne abbiamo già parecchie.
Il punto è che il sollievo arriva subito, anche se la previsione è sbagliata. Puoi sentirti meglio appena decidi che una conversazione sarebbe inutile. Per quella sera smetti di cercare le parole, di immaginare la risposta, di domandarti se sia il momento giusto. È facile scambiare la calma che segue per la prova di averci visto giusto.
Quanto futuro c’è dentro un «mai»?
A volte il pessimismo è il risultato di aver guardato bene. Se gli affitti della tua città superano quello che puoi pagare, è probabile che tu conosca i prezzi meglio di chi ti dice «qualcosa salterà fuori». Se qualcuno ti ha promesso più volte di cambiare e ogni volta siete tornati allo stesso punto, hai delle ragioni per regolarti di conseguenza. Sarebbe strano chiederti di ignorarle.
La questione è quanto lontano porti quelle ragioni. «Con quello che guadagno oggi, qui non posso permettermi una casa» è una conclusione a cui puoi arrivare con una calcolatrice. «Non avrò mai un posto mio» è una frase che alla calcolatrice chiede parecchio di più.
Quel mai si fa sentire anche nelle cose di cui parliamo meno. Un amico ti dice che forse si libera una stanza e tu gli rispondi «figurati». Lui pensava di darti un’informazione. Tu gli hai risposto come se aveste già discusso il prezzo, la zona e tutte le ragioni per cui non potrebbe funzionare. Magari davvero non funzionerebbe. Il prezzo, però, è rimasto fuori dalla conversazione.
E il doomscrolling?
Il doomscrolling è l’abitudine di continuare a scorrere notizie e contenuti allarmanti anche quando vorresti fermarti. Puoi farlo per una sera e continuare a credere che molte cose possano migliorare. A volte, però, cerchi aggiornamenti perché vorresti capire quanto è grave una situazione e finisci per usare l’ennesima notizia come risposta a una domanda molto più grande. Uno studio di Satıcı e colleghi ha trovato un’associazione tra doomscrolling e disagio psicologico. Dai risultati resta aperta la domanda su quale dei due venga prima.
Se avessi ragione solo in parte?
C’è una domanda che sembra più onesta di «come faccio a essere ottimista?». Se avessi ragione solo in parte, che cosa mi starei perdendo?
Potresti avere ragione sul fatto che una persona difficilmente cambierà. Nel frattempo, però, potresti aver cominciato a dare per scontato che anche gli altri reagiranno come lei. Ti accorgi di quanto si è allargata quella conclusione quando qualcuno ti chiede come stai e gli dici «bene» con lo stesso tono con cui, altrove, hai imparato a chiudere il discorso.
Quando la sfiducia dura, porta a isolarsi o toglie interesse anche per cose che prima contavano, può avere senso parlarne con uno psicologo. Si può cominciare da un episodio che sembra da poco. Una telefonata che hai smesso di fare. Un invito a cui rispondi sempre di no, anche nelle sere in cui avresti voglia di uscire.
Quanto alla conversazione a tavola, la prossima volta che qualcuno dice «andrà sempre peggio», potresti chiedergli cosa gli piacerebbe che andasse diversamente. È una domanda un po’ indiscreta. Per rispondere deve dirti a che cosa tiene e quello è molto più personale di una previsione sul futuro.
Domande frequenti
- Che cosa significa doomer?
È una parola del gergo online per descrivere chi guarda al futuro con forte pessimismo e ritiene che ci sia poco da fare per cambiare il corso delle cose.
- Che differenza c’è tra doomer e boomer?
Boomer indica in origine una persona della generazione del baby boom. Doomer si riferisce a un atteggiamento verso il futuro, a prescindere dall’età.
- Essere doomer significa essere depressi?
Doomer è un’etichetta informale. Per capire se il pessimismo fa parte di un malessere più ampio contano anche la durata, come ci si sente e quanto sono cambiate le proprie abitudini.
- Che differenza c’è tra doomer e doomscrolling?
La prima parola descrive una visione del futuro. La seconda indica il comportamento di continuare a scorrere contenuti allarmanti anche quando si vorrebbe smettere.
- Quando può essere utile parlarne con uno psicologo?
Quando la sfiducia persiste, rende più difficile stare con gli altri o si estende ad attività che prima davano piacere. Per iniziare il colloquio può bastare raccontare che cosa è cambiato nelle proprie giornate.
Fonti:
- Grupe, D. W., & Nitschke, J. B. (2013). Uncertainty and anticipation in anxiety: An integrated neurobiological and psychological perspective. Nature Reviews Neuroscience, 14(7), 488–501. DOI: 10.1038/nrn3524.
- Abramson, L. Y., Seligman, M. E. P., & Teasdale, J. D. (1978). Learned helplessness in humans: Critique and reformulation. Journal of Abnormal Psychology, 87(1), 49–74. DOI: 10.1037/0021-843X.87.1.49.
- Satıcı, S. A., Gocet Tekin, E., Deniz, M. E., & Satıcı, B. (2023). Doomscrolling Scale: Its association with personality traits, psychological distress, social media use, and wellbeing. Applied Research in Quality of Life, 18(2), 833–847. DOI: 10.1007/s11482-022-10110-7.