Quando i social network fanno male

Modi di utilizzo

Pubblicato il 13 maggio, 2020  / Psicologia e dintorni
social network

Vi ricordate il film "Un sogno per domani"? Il piccolo protagonista del film compie delle buone azioni, chiedendo a chi le riceve di compiere a sua volta un importante favore a tre persone differenti. Il risultato, come si può ben immaginare, fu enorme.

Cosa c'entra con i social network? Beh, i social funzionano in base a meccanismi simili, ma su scala enormemente più grande. Tutto ciò, sia  in termini positivi che negativi. Prima di tutto, ciò che pubblichiamo su internet vi rimane anche dopo la sua eliminazione.

Secondo punto, tutto ciò che condividiamo può essere visto e condiviso da una miriade di utenti. A loro volta questi nostri contatti avranno una propria rete di contatti che potranno condividere e pubblicare i nostri contenuti. Sebbene questo sia già molto chiaro ai più, sembra che non vi sia grande consapevolezza al riguardo. Riportare ogni fatto personale, pubblicare foto (soprattutto di bambini), sebbene possa essere simpatico e fonte di orgoglio riconduce ad una serie di dinamiche pericolose. Prima di tutto il fatto di rendersi vulnerabili a profili fake, a truffe e a utenti indesiderati. Secondo, pubblicare un certo contenuto sebbene possa essere dovuto ad un desiderio di approvazione e di visibilità può portare ad una necessità di approvazione sempre maggiore e, quindi, a condividere contenuti potenzialmente più delicati... in pratica, un gatto che si morde la coda.

Secondo uno studio dell'Osservatorio nazionale adolescenza, i nostri ragazzi sono alla forte ricerca dell’approvazione che deriva dai like.

Per 3 adolescenti su 10 è importante il numero dei like ricevuti, mentre si crea rabbia e frustrazione quando i like non arrivano.

Tra i nuovi problemi legati alla tecnologia c’è la FOMO, termine coniato dal ricercatore Andrew Przybylski, dell’università di Oxford. Il significato dell’acronimo è «Fear of missing out» ovvero la paura di essere esclusi. È una problematica in stretta relazione con i social network ed è ciò che ne causa la dipendenza. Il pensiero che nasce è la possibilità di essere tagliati fuori dal mondo «online». Ciò porta ad un costante monitoraggio dei social e dello smartphone per assicurarsi l’interesse dei vari utenti.

Oltre a ciò, si pensi all'effetto assuefazione che tutto ciò può comportare.

Le stragi e gli omicidi riportati dai telegiornali non colpiscono più, almeno non come la prima volta. Questo accade anche con i contenuti pubblicati sui social. L'impatto emotivo viene meno e si crea abitudine. Abitudine che appiattisce ogni evento sulla soglia della normalità. Normalità che, a sua volta, crea pericolosa indifferenza.

Lentamente cominciano a diventare accettabili contenuti sempre più delicati, macabri o scabrosi. Le bestemmie un tempo non circolavano sui social. Ora sono diffuse. Ovviamente sono state prese delle misure a questo riguardo, soprattutto all’interno di gruppi social per cui una bestemmia o un comportamento un po’ troppo spinto prevede l’esclusione e la segnalazione dell’utente al social network in questione.

Le dinamiche descritte, ovvero la paura dell’esclusione e l’effetto di assuefazione, non sono causa diretta dell’utilizzo dei social. Se ci pensiamo bene, risulterà chiaro come tutto ciò sia tipico del funzionamento umano. Chi non ha paura di non essere accettato per come è? Chi non teme di essere escluso da un gruppo o da una rete sociale? Non è molto diverso da chi maltratta un collega al lavoro per timore di essere escluso dal resto dell’ufficio o, peggio, diventare vittima lui stesso. Questo non giustifica molti dei comportamenti cui si può assistere sul web, ma permette una riflessione più ampia.

Infine, il nostro cervello è strutturato in modo tale per cui uno stimolo, per quanto nuovo e coinvolgente che sia, a lungo andare non provoca più nessun effetto. In poche parole siamo strutturati per abituarci a qualunque novità, come un bambino entusiasta alla fine si stanca del suo nuovo giocattolo.

Come possiamo concludere?

Prima di tutto riconoscere le potenzialità e l’effetto di risonanza che i social network posseggono. Utilizzando una metafora, potremmo affermare che i social siano come un sasso lanciato in uno specchio d’acqua: il movimento procurato giunge anche molto lontano dal punto d’impatto.

Secondo aspetto, è importante non considerare i social come una minaccia, ma riconoscerne gli aspetti positivi e crearsi una cultura che ci permetta di prendere consapevolezza dei rischi, delle dinamiche e delle precauzioni necessarie. L’informazione è la difesa più poderosa.