Una testimonianza che tocca il cuore e l'anima

Pubblicato il 18 dicembre, 2015  / Psicologia e dintorni
Una testimonianza che tocca il cuore e l'anima

Qualche giorno fa abbiamo ricevuto in Redazione una lettera molto toccante e profonda.
A scriverla è una donna, una Psicologa che un anno fa ha dovuto subire un aborto terapeutico, un immenso dolore di cui ha voluto scrivere.
Ha scritto per se stessa, per coloro che hanno vissuto questa drammatica esperienza e anche per i colleghi psicologi che di questi dolori (e di queste famiglie) spesso si occupano.
La profondità, la forza e la sensibilità contenute in questa testimonianza ci hanno toccato il cuore e l’anima. La speranza dell'autrice è che quanto scritto, insieme a tutto il suo dolore, possano realmente tornare utili a qualcuno.

Voglio raccontare del momento prima…il momento prima..quello in cui è scritta l’intera storia, anche se non lo si sa ancora; è il momento di silenzio, la frazione di secondo in cui capisci.

Non ti hanno ancora detto niente, e tu, distesa su uno stramaledetto lettino, ecografo a portata d’occhio ma non di comprensione, dottori e marito accanto, finalmente capisci. Che qualcosa sta per succedere, che puoi alzare le mani, proteggerti il viso e il corpo, rannicchiarti su te stessa, “No, non sparatemi!non sparatemi!”, la paura che ti gela le budella e la tua anima incredula, come nei peggiori incubi.

Non c’è più niente da fare: in quegli incubi, che da sempre mi accompagnano, in quel maledetto attimo prima, io lo sento, che è finita. Capisco che dovrò morire, che mi spareranno, quegli uomini minacciosi che mi stanno inseguendo; nel terrore mi congelo e mi rassegno, mi ranicchio, e aspetto lo sparo che mi colpirà: poi mi sveglio, di colpo, sconvolta.

Solo che qui, oggi, non mi sveglio, non mi posso svegliare: questo non è un incubo, è la mia vita, la mia realtà.

E non sono io che dovrò morire, ma la creatura che porto in grembo da cinque mesi: e a premere il grilletto sarò io che la amo e la aspetto. E la sogno, la cerco, la immagino, la voglio.

Io le dovrò sparare, e loro mi aiuteranno: questo mi dicono.

“Signora, qui non c’è niente da fare, la situazione è disastrosa e compromessa, la scelta è vostra, ma se non scegliete voi ora, domani, sceglierà la natura per voi, e sarà peggio, più avanti”.

“Non pianga, anzi si pianga, che è il caso” mi dice quella dottoressa dura e ruvida, che però sento accanto, vicina.

Mi vuole aiutare a capire che devo sparare e non ho scelta: e che la vittima è nella mia pancia, nel mio utero fecondo da cui, solo undici mesi prima, è nata la vita, la mia primogenita.

Devo premere il grilletto contro di me e contro qualcuno che non conosco ma che porto dentro, e di cui non so nemmeno il sesso: ero venuta qui per conoscere e per scegliere il colore delle tutine.

E invece dovrò sparare. Dovremo sparare, e lo faremo.

Il giudizio lo lasciamo a chi crede di potersene costituire uno: noi no, noi non abbiamo credo, abbiamo solo noi stessi, e la nostra bambina di 11 mesi, a casa, che ci aspetta.

Una testimonianza che tocca il cuore e l'animaVoglio raccontare del “durante”.…

Mi ritrovo in un centro di salute mentale il pomeriggio stesso; uno psichiatra deve certificare che sono mentalmente incapace di portare a termine questa gravidanza ad altissimo rischio: questo ci chiede la legge.

Non è a rischio la mia salute fisica, quindi, anche se per la mia creatura non c’è speranza alcuna, bisogna dichiarare che sono io, la mamma, ad essere “incapace”, “inabile”.

In uno stanzino che trasuda fumo una giovane psichiatra si vergogna di quel che deve fare, sa che non ho scelta e soffre con me; poi compie il suo dovere. E cancella, con una firma, la mia dignità. Come se il dolore ed il senso di colpa non fossero già, di per sé, devastanti.

Poi l’ospedale, i corridoi freddi, la stanza grigia in cui rimango tre giorni e tre notti, isolata, in attesa che i farmaci che mi hanno dato facciano effetto: in attesa che parta il travaglio e che mi portino in sala parto.

Nelle stanze accanto ci sono le donne che hanno appena partorito i figlioletti, sento i loro vagiti; in quelle stesse stanze mi trovavo anche io undici mesi fa, con la mia bimba appena nata.

La pillola che fa fermare il cuore alla vita che porto nel ventre: la ricorderò sempre, pesante come un blocco di cemento, scendermi nella gola e nello stomaco, e fermare anche una parte del mio cuore.

Ricorderò l’infinito calore di mio marito, sempre al mio fianco in quelle ore.

Ricorderò mia figlia di undici mesi entrare nella stanza e impiastricciare di cioccolato le lenzuola del mio letto triste, colore che tinge la nebbia di sole.

Ricorderò la mia paura e la mia vergogna; e soprattutto, la mia incredulità, in ogni istante la sensazione di straniamento, di trovarmi in un incubo o in panni altrui, e non nella mia realtà.

Ricorderò la dolcezza di ogni infermiera ed ogni medico in quella stanza.

Ricorderò la giovane ecografista, quella che solo due mesi prima, all’ecografia della dodicesima settimana, mi aveva detto che era tutto a posto: la ricorderò sempre, entrare vergognosa e triste nella mia stanza, scusarsi, ed abbracciarmi. Un abbraccio intenso, lacrime che mi uniscono ad una sconosciuta che non ha colpe.

Ricorderò sempre la carezza fattami sulla gamba dalla ginecologa presente in sala parto la notte dell’espulsione, poco prima che mi addormentassero. La mia gamba sinistra ancora sente quella carezza, in quella sala parto: fra tante proprio la stessa sala dove ho dato alla luce la mia bimba, neanche un anno prima.

Espulsione, la chiamano. Non parto.

Espellere una vita, un sogno, un’immagine di noi, di noi famiglia.

Ecco cosa ho dovuto fare.

Aborto terapeutico, si dice. Ma cos’è che va veramente a curare?

Dove sta la terapia se ti senti lacerato a tal punto tra ciò che devi fare, ciò che è giusto, ciò che puoi, ciò che senti, ciò che aspetti. Io non lo so.

Quello che so è che siamo stati, anche, molto fortunati: le persone intorno a noi, i medici, gli infermieri, gli psicologi dell’Ospedale Burlo Garofalo di Trieste ci hanno accompagnato con dolcezza ed umanità estreme nel cammino più doloroso della nostra vita.

Ci hanno guidato, non ci hanno mai giudicato.

Questo, anche questo, segna la differenza tra una tragedia vissuta come insanabile ed una tragedia che possa, un domani, essere integrata nella nostra storia.

Voglio raccontare del dopo… al fine di rendere questo dolore, se possibile, utile o almeno condivisibile.

Usciamo storditi dall’ospedale, sentendoci quasi sollevati: sappiamo però che durerà poco.

Sappiamo che la montagna di dolore è ancora da scalare; quello che non sappiamo però è come faremo.

E soprattutto non sappiamo ancora che ciascuno di noi due scalerà quella montagna con i propri tempi e strumenti, spesso così diversi da quelli dell’altro, e che scivoleremo franando in punti diseguali.

Non sappiamo ancora che questa disarmonia ci ferirà, rischiando di allontanarci.

E che intorno alla nostra montagna ci sarà infinito silenzio.

La morte di un figlio, che è venuto al mondo, ha vissuto, è stato conosciuto e abbracciato, intendo, è un evento infinitamente tragico; tuttavia esso permette alla mamma ed al papà di vedersi riconosciuto un fondamentale “diritto al dolore” per la perdita.

La famiglia d’origine, i parenti, gli amici, riconoscono e rispettano la sofferenza dei genitori, e soprattutto, spesso, ne parlano.

Parlano di quel bambino perduto, un bambino che hanno visto o conosciuto, fosse anche per un brevissimo periodo. Parlano di un bambino che può essere ricordato.

Questo non accade nei casi di famiglie in cui c’è un figlio mai nato: un silenzio assordante sovente circonda la mamma ed il papà.

Di un bambino mai nato non si parla, non se ne può parlare; la famiglia allargata, gli amici, le persone care, non lo nominano neppure. Incitano i genitori ad andare avanti,a dimenticare.

Quanti “ci sarà un motivo se non è potuto nascere, forse non era il momento,così puoi prenderti maggior cura della tua primogenita, dai guarda avanti, avrete altri figli, dimentica” mi è toccato sentire quest’anno. E quanto male ancora fanno.

Questa, oltre ad essere una difesa delle persone che ci circondano rispetto ad un dolore che non conoscono, è anche la conseguenza naturale del fatto che la nostra piccola vita, quella che io sola portavo in grembo, non sia stata conosciuta o vista da nessuno.

Me compresa: io non l’ho mai vista e ho scelto di non vederla nel momento più buio, e di immaginarla solamente, per sempre. Non ho potuto scegliere altrimenti.

Purtroppo, a volte, anche fra la mamma ed il papà, il silenzio può farsi denso e soffocante: come parlare di un figlio che non si è mai conosciuto, che non si è mai potuto stringere fra le braccia? Cosa sono un lutto ed una perdita quando l’oggetto della perdita non è tangibile, ma è un’idea, una fantasia, un’immaginazione?

Io vi posso solo parlare di un dolore difficilissimo da elaborare e metabolizzare, che ritorna ciclicamente, ad ondate sconvolgenti. Difficilissimo da accettare.

E della rabbia e della tristezza che tento di negare a me stessa, per paura; e per proteggere chi mi circonda, in primis la mia primogenita.

Non ho partorito un figlio, ma c’è una figlia mai nata nella mia famiglia.

Oggi sento la stanchezza per la grossa pietra che porto sulle spalle, il peso di una vita, che si è spostato dal mio utero alla mia schiena.

Il peso di una separazione da qualcuno che non ho mai potuto accarezzare, ma che le mie viscere e la mia anima hanno conosciuto profondamente, e sempre ricorderanno. Il peso di una attesa e di una aspettativa mai corrisposte.

Quanto pesa un vuoto? Infinitamente.

Se parlassi con voi, psicologi che vi occupate di così tanti dolori, forse direi:

“Aiutiamo questa mamma a non sentirsi in colpa per avere dovuto “sparare”a quella vita che amava, a quella vita che non è potuta essere una bambina; a non sentirsi difettosa e “rotta”, prigioniera nelle fondamenta del suo corpo e del suo cuore, incapace di generare salute e speranza; aiutiamola a non sentirsi così sola e piena di rabbia per quei “perché” che mai troveranno le risposte in grado di soddisfarli; aiutiamola a rompere con le lacrime, invece che con le recriminazioni, il muro di silenzio quasi omertoso che la circonda. Perché la vita, no, non è questione di merito, e tanto meno lo è la maternità”.

“Aiutiamola a capire che il marito non poteva essere nel suo corpo, quando la malattia è sorta, e quando, invece di partorire la vita, lei ha dovuto “espellere”la morte. E che non ne hanno colpa, entrambi”.

“Aiutiamo il marito e la famiglia di origine a rompere il silenzio con cui credono di proteggere questa mamma, mentre invece la stanno perdendo, rendendola prigioniera come un ragno nella sua rete di rabbia e paura".

"Aiutiamoli a capire che se ne può parlare".

"Aiutiamo questa famiglia a presentificare il peso di quel vuoto, di quell’assenza".

“Aiutiamo quel marito ad esprimere il suo dolore: anche lui ne ha diritto, mentre, per mantenere l’equilibrio familiare, se lo nega".

"Aiutiamo marito e moglie a soffrire insieme per la loro perdita, evitando che l’uno senta solo di dover dimenticare e guardare sempre avanti, o che l’altra si aggrappi al dolore e se ne lasci divorare. Aiutiamoli ad integrare la perdita nella loro vita di coppia".

"Aiutiamoli a capire che la ricerca di un altro figlio non restituirà loro quanto è perduto per sempre, e che essa non è un dovere né un mandato, né un’esigenza per guarire il vuoto che la mamma sente nella pancia".

“Aiutiamo la loro figlia di venti mesi ad essere libera di “dare disturbo” e di essere la bimba che è, invece di essere colei che si preoccupa per mamma e papà e che non fa rumore, sforzandosi di salvaguardarli e tenerli uniti”.

"Aiutiamoli tutti, anche se non so come”.

Queste sono le mie riflessioni, che spero possano tornare utili a chi lavora con famiglie come la mia, e a chi ha vissuto esperienze come la nostra.

Purtroppo non sono lì a discutere su come trattare questa ipotetica paziente. Purtroppo oggi sono io, la paziente.

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