Informarsi è utile, ma continuare a scorrere notizie negative anche quando aumentano ansia e malessere può trasformarsi in un automatismo difficile da interrompere. È il doomscrolling: un tentativo di ridurre l’incertezza che, spesso, finisce per alimentarla.
In breve
- Il doomscrolling consiste nel cercare e scorrere ripetutamente notizie negative, anche quando provocano disagio.
- È favorito dal bisogno di controllo, dalla paura di perdere informazioni e dal bias di negatività.
- Social media, notifiche e scorrimento infinito rendono più difficile interrompere il comportamento.
- Può aumentare ansia, stress, ruminazione mentale e senso di impotenza.
- A lungo andare può interferire con il sonno, la concentrazione e il benessere quotidiano.
- Stabilire momenti precisi per informarsi e riconoscere il proprio stato emotivo aiuta a spezzare il ciclo.
Cos'è il doomscrolling?
Il termine “doomscrolling” (letteralmente “scorrere i disastri”) è un neologismo inglese composto da “doom” (cioè, “rovina”, “disastro”) e “scrolling” (“scorrere il feed”), che descrive un comportamento oggi molto diffuso: quello di seguire incessantemente notizie negative, scorrendo in modo compulsivo contenuti online sul proprio telefono, tablet o computer.
La ricerca digitale di informazioni negative diviene ripetitiva e immersiva e si passa da una notizia all’altra senza riuscire a fermarsi, anche quando si percepisce che ci fa stare male.
Il termine è entrato nel linguaggio comune durante i primi mesi della pandemia del COVID-19, periodo in cui molte persone, costrette in casa, utilizzavano i dispositivi digitali come principale collegamento con il mondo esterno. Durante i periodi di lockdown, infatti, l'uso delle notizie online è aumentato di circa il 35%, mentre quello dei social media è cresciuto di quasi il 47%.
In quel contesto, i feed erano saturi di contenuti negativi: restrizioni, proteste, scaffali vuoti, aumento dei decessi. L'incertezza spingeva a cercare continuamente informazioni, ma nessuna quantità di notizie riusciva davvero a ridurla, generando un ciclo senza fine: cercare, trovare contenuti negativi, continuare a cercarne altri. Il fenomeno si è poi intensificato in corrispondenza di altri grandi eventi globali, come proteste, elezioni presidenziali e guerre.
Anche se inizialmente rappresentava un impulso comprensibile, correlato al legittimo desiderio di rimanere informati, oggi il doomscrolling si è trasformato in una risposta automatica a momenti di pausa o noia, diventando una forma di gestione dello stress inefficace, ma estremamente accessibile. Le notifiche push, i titoli sensazionalistici e la possibilità di aggiornamenti continui contribuiscono a rinforzare il comportamento, spesso in modo inconsapevole. Per questo, è un comportamento che necessita di attenzione: la ricerca costante di aggiornamenti può diventare un’azione difficile da controllare.
Il meccanismo alla base è insidioso: il doomscrolling ci convince che raccogliendo più informazioni ci sentiremo meglio, che leggendo ancora un articolo o guardando un altro video troveremo finalmente una risposta, una sensazione di avere delle certezze o semplicemente un senso di sollievo. In realtà, nella maggior parte dei casi, lascia con una sensazione di impotenza, sopraffazione e sovraccarico emotivo.
Meccanismi psicologici del doomscrolling: perché è difficile smettere e cosa stai cercando davvero
Il doomscrolling non è un semplice vizio digitale: è sostenuto da meccanismi psicologici precisi.
Il principale è il bias di negatività, ovvero la tendenza del cervello a prestare maggiore attenzione agli stimoli negativi rispetto a quelli positivi. In passato questo meccanismo aveva una funzione adattiva, aiutava a rilevare pericoli e a sopravvivere. Oggi lo stesso sistema si attiva davanti a notizie digitali che appaiono allarmanti, generando una risposta di stress simile a quella che si proverebbe di fronte a un pericolo reale.
Il doomscrolling può essere paragonato alla cosiddetta "mean world syndrome" (cioè, “sindrome del mondo cattivo”), un fenomeno descritto negli anni Settanta: l'esposizione prolungata a contenuti violenti o negativi porta a percepire il mondo come più pericoloso di quanto sia realmente. Il risultato è uno stato di allerta costante che, nei periodi di incertezza collettiva come pandemie, crisi economiche o instabilità politica, tende ad intensificarsi ulteriormente.
A questo si aggiunge il bias di conferma: la tendenza a cercare e leggere prevalentemente contenuti che confermano la propria visione del mondo. Per esempio, chi soffre di depressione, o ha un atteggiamento molto pessimista, è particolarmente incline a cercare online notizie che rafforzino una visione negativa della realtà. Il doomscrolling diventa così una forma di auto-sabotaggio emotivo, mascherata da interesse per l'attualità.
Il loop psicologico: scroll, ansia, scroll
Il doomscrolling si struttura come un ciclo auto-rinforzante difficile da interrompere.
Le ricerche mostrano che l'esposizione a contenuti negativi e notizie disturbanti spinge a cercarne ancora, poiché, nel nostro cervello, il sistema limbico rileva una minaccia e attiva la risposta di attacco o fuga.
Il meccanismo funziona così:
L’esposizione a una notizia negativa aumenta lo stress e l'ansia.
Stress e ansia alimentano l'impulso allo scrolling.
Cerchiamo ulteriori informazioni e segnali di pericolo nel tentativo di ridurre l'incertezza.
Ogni nuova notizia alimenta ulteriore disagio.
Diventiamo ipervigili e ancor più ansiosi e il ciclo si ripete in loop.
In questo modo, si sviluppa una maggiore reattività emotiva e una crescente difficoltà a disimpegnarsi dall'informazione, con un incremento della ruminazione mentale e una riduzione della resilienza psicologica. Come ha scritto Brian X. Chen sul New York Times, il doomscrolling è come "annegare lentamente in una specie di sabbie mobili emotive, abbuffandosi di notizie negative."
Per chi soffre già di ansia o depressione, il doomscrolling può diventare una strategia disfunzionale di gestione del disagio: un tentativo di controllare l'incertezza che finisce per peggiorarla.
Perché continui a scrollare anche se sai che ti fa stare peggio: controllo, evitamento, FOMO
Siamo curiosi per natura. Proprio come si rallenta istintivamente passando accanto a un incidente stradale, ci si ferma su un titolo a effetto o su un post costruito appositamente per ottenere clic. Ma ci sono delle ragioni psicologiche più profonde sul perché continuiamo con il doomscrolling anche quando ci fa stare peggio.
Il bisogno di controllo è tra le più comuni: essere costantemente aggiornati dà l'illusione di poter gestire meglio l'incertezza, di sentirsi meno vulnerabili di fronte a eventi che sembrano fuori controllo.
C'è poi la componente dell'evitamento: scorrere contenuti negativi può diventare un modo per distogliere l'attenzione da ansie personali, anche se finisce per intensificarle.
Si aggiunge la FOMO, ovvero la paura di perdersi qualcosa di importante.
Un’altra ragione è il desiderio di distrazione da compiti difficili o emozioni scomode, dato che i social media sono cognitivamente più facili da affrontare rispetto alle sfide reali della vita quotidiana.
Il ruolo dei social media e degli algoritmi
Prima di internet, l'accesso alle notizie era limitato e strutturato: si guardava un telegiornale o si leggeva un giornale. Anche nei momenti di crisi, l'esposizione aveva una fine naturale.
Con i social media la situazione è radicalmente cambiata: lo smartphone è sempre a portata di mano e i contenuti sono disponibili in ogni momento.
I post online sono progettati per catturare l'attenzione e incentivare l'interazione continua, rendendo difficile stabilire un confine chiaro tra uso funzionale e uso compulsivo. Infatti, i meccanismi dello scrolling infinito e della riproduzione automatica fanno sì che la navigazione non abbia mai una fine naturale.
Anche gli algoritmi e le notifiche personalizzate svolgono un ruolo determinante nel perpetuare il doomscrolling. Se si tende a cliccare su notizie allarmanti o negative, le piattaforme interpretano questo come una preferenza e continuano a proporre contenuti simili, rendendo il ciclo ancora più difficile da interrompere.
Impatto sulla salute: segnali concreti
Le evidenze mostrano che più tempo si trascorre in contatto con contenuti negativi, maggiore è il livello di stress percepito. Le statistiche ci mostrano che circa 1 persona su 6, il 16,5% della popolazione, mostra livelli di consumo di notizie sufficientemente elevati da influenzare stress, ansia e salute generale.
Potremmo prendere in mano il telefono in uno stato emotivo neutro e ritrovarci, dopo pochi minuti, più ansiosi, arrabbiati, scoraggiati o impotenti. Il doomscrolling e le emozioni a esso associate riducono la capacità di attenzione, poiché il cervello si abitua a una stimolazione continua, rendendo più difficile concentrarsi su attività meno immediate. Allo stesso tempo, dirigono l'attenzione verso contenuti selezionati che rinforzano il ciclo emotivo negativo.
Uno studio condotto dai professori di psicologia dell'Università del Sussex ha evidenziato che chi guardava notizie negative riportava un aumento dell'ansia, della tristezza e una maggiore tendenza a reagire in modo catastrofico alle proprie preoccupazioni.
Un’altra ricerca, realizzata in collaborazione con l'Huffington Post, ha mostrato che i partecipanti che al mattino avevano guardato tre minuti di notizie negative avevano il 27% di probabilità in più di segnalare una brutta giornata 6-8 ore dopo. Al contrario, chi aveva seguito notizie costruttive e positive riportava una buona giornata nell'88% dei casi.
Non sorprende che, sul piano psicologico, l'esposizione prolungata a contenuti negativi sia associata a peggioramento del benessere mentale, riduzione della soddisfazione di vita, aumento dell'ansia esistenziale, irritabilità e depressione. In alcuni casi si sviluppa una forma di impotenza appresa: la convinzione che le proprie azioni non abbiano alcun impatto sul mondo o sulla propria vita, con conseguente apatia, isolamento e disimpegno sociale. Nel lungo periodo, la costante esposizione a notizie negative erode la resilienza emotiva e mina la capacità di affrontare le sfide quotidiane.
Inoltre, il doomscrolling sovraccarica la memoria di lavoro, lasciando meno spazio per il pensiero produttivo e la risoluzione dei problemi, e distorce la percezione della realtà: chi consuma grandi quantità di notizie negative tende a sovrastimare i rischi reali.
Un effetto sempre più discusso è il cosiddetto popcorn brain: il cervello, così sovrastimolato da continui input digitali, fatica a concentrarsi e a interagire con il mondo reale, che ha ritmi molto più lenti. Di conseguenza, causa mente annebbiata, ruminazione persistente e riduzione del coinvolgimento nel lavoro e nelle attività quotidiane.
La sera è il momento più critico. Scorrere contenuti negativi prima di dormire disturba il ciclo sonno-veglia: la luce blu dei dispositivi e la stimolazione emotiva causata dalle notizie ostacolano l'addormentamento, portando a insonnia e stanchezza cronica, con conseguente peggioramento dell'umore il giorno successivo.
Gli effetti fisici sono concreti e documentati: mal di testa, tensione muscolare, dolori a collo e spalle, perdita di appetito, difficoltà nel sonno e aumento della pressione arteriosa. Essendo un'attività sedentaria, il doomscrolling contribuisce anche a ridurre il movimento, l'esposizione alla luce naturale e il benessere fisico generale.
Chi è più vulnerabile?
Alcune caratteristiche individuali aumentano la probabilità di sviluppare il comportamento del doomscrolling in modo problematico. Infatti, il fenomeno è più frequente in alcuni gruppi della popolazione, come ad esempio i giovani e le persone politicamente coinvolte, ma può colpire chiunque, indipendentemente da età, genere o contesto sociale.
Gli adolescenti e i giovani adulti rappresentano una delle fasce più esposte poiché la corteccia prefrontale, l'area del cervello responsabile del controllo degli impulsi, è ancora in fase di sviluppo in questa età, rendendo più difficile interrompere comportamenti compulsivi. Non sorprende quindi che il doomscrolling sia associato a livelli più elevati di stress e problemi di salute mentale proprio in questi gruppi.
Le ricerche lo associano inoltre a un uso passivo dei social media, tratti ansiosi, traumi pregressi e scarso autocontrollo. Alcune caratteristiche di personalità giocano un ruolo rilevante nella vulnerabilità al doomscrolling. Per esempio, chi presenta alti livelli di nevroticismo è più incline a cercare costantemente aggiornamenti, soprattutto quando si tratta di notizie negative. Al contrario, chi ha un alto livello di coscienziosità tende a gestire meglio il proprio consumo di informazioni, concentrandosi su obiettivi a lungo termine. Anche le persone introverse sembrano ricorrere di più al doomscrolling, come forma di evasione o per evitare il confronto diretto con le proprie emozioni.
Strategie realistiche
Evitare completamente le notizie non è né realistico né utile. L'obiettivo è sviluppare un rapporto più consapevole e intenzionale con esse. Il primo passo è riconoscere il problema e porsi alcune domande mentre si è presi dalle notizie: questa informazione mi è utile? Dopo aver scrollato mi sento meglio o peggio? Questa informazione mi sta arricchendo o solo stressando? Se genera disagio, fare qualcosa di concreto per ridurlo è più utile che continuare con lo scrolling passivo.
Un esercizio utile è rallentare la velocità di consumo: fermarsi e chiedersi se si sta davvero assimilando ciò che si legge, o se si sta solo scorrendo meccanicamente. La mindfulness può essere un alleato importante: essere presenti ai propri pensieri e stati emotivi aiuta a riconoscere il comportamento nel momento in cui si attiva.
Sul piano pratico, stabilire orari precisi per consultare le notizie è una delle strategie più efficaci: la mattina o il primo pomeriggio, per un tempo ben definito, evitando di farlo prima di dormire. Quando arriva l'impulso di prendere il telefono, sostituirlo con qualcosa di concreto: leggere, cucinare, allenarsi, uscire.
Costruire una routine di disconnessione fa la differenza: tenere i dispositivi lontani durante i pasti, prima di dormire e nelle prime ore del mattino. Iniziare la giornata senza guardare subito il telefono aiuta a stabilire un tono emotivo più stabile. Piccoli rituali mattutini, come fare stretching, ascoltare musica o scrivere tre cose per cui si è grati, costruiscono una soglia emotiva più solida.
È utile anche agire sulla qualità dei contenuti: selezionare fonti affidabili, privilegiare articoli completi invece di titoli sensazionalistici, bilanciare le notizie negative con contenuti costruttivi. Qualità batte quantità.
Infine, condividere con persone di fiducia l'intenzione di ridurre il doomscrolling può offrire un supporto concreto nel tempo.
Quando parlarne con uno psicologo?
Se il doomscrolling diventa difficile da controllare nonostante i tentativi di limitarlo, o se causa un disagio emotivo significativo e persistente, può essere utile rivolgersi a un professionista della salute mentale. In particolare, se questo comportamento interferisce con il sonno, le relazioni, la concentrazione o il benessere quotidiano in modo continuativo, allora merita attenzione professionale.
Un percorso psicologico può aiutare a identificare le funzioni che il doomscrolling sta assolvendo, spesso legate a gestione dell'ansia, bisogno di controllo o evitamento emotivo, e a sviluppare strategie personalizzate più efficaci.
Domande frequenti
Che cos’è il doomscrolling?
È la tendenza a scorrere in modo ripetitivo notizie negative online, continuando anche quando provocano ansia, tristezza o agitazione.Perché è così difficile smettere di scorrere?
Le notizie negative attirano maggiormente l’attenzione e possono dare l’illusione che informarsi ancora aiuti a controllare l’incertezza.Il doomscrolling è un disturbo psicologico?
No, non è una diagnosi clinica. Può però diventare un comportamento problematico quando causa disagio o interferisce con la vita quotidiana.Come si può ridurre il doomscrolling?
Può essere utile limitare le notifiche, scegliere orari precisi per informarsi ed evitare le notizie prima di dormire.Quando può essere utile parlarne con uno psicologo?
Quando il comportamento è difficile da controllare e compromette il sonno, la concentrazione, le relazioni o il benessere emotivo.
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