Quella foto in cui tu sorridevi e non guardavi... le "phototherapy techniques".

Ovvero quando le tue immagini entrano nello studio dello psicologo (e non solo)

Pubblicato il 29 maggio, 2014  / Psicologia e dintorni
Quella foto in cui tu sorridevi e non guardavi... le "phototherapy techniques".

Si sono create infinite canzoni sulle fotografie.

Che sia Tiziano Ferro che nell’ansia di perdere l’amata scatta un’altra foto o Francesco De Gregori citato in questo titolo, oggi ovunque rubiamo immagini perché abbiamo mezzi con cui farlo, mezzi che stanno in una tasca - così ogni istante può essere fermato, possiamo avere l'illusione di congelare ricordi e attimi, a imperitura memoria che dimostri che quel giorno (splendido, lieve, feroce, unico) c'è stato, indipendentemente da come lo ricordiamo e rielaboriamo (la memoria è una creativa, più che una reporter).

Io sono una vittima della malia della fotografia da anni – il senso di potenza apparente del dar forma all’istante, dare una qualche bellezza o idea. Possedere il nostro ieri.

Ma mai avrei pensato all'inizio della mia carriera di psicologa che questa passione avrebbe avuto un ruolo importante nella mia attività in studio.

Amando in primis la scrittura, ogni tanto chiedo ai pazienti di scrivere qualche lettera: è atto che libera, intenso, ma non immediato e non per tutti.

L’immagine, invece, è un’altra faccenda.

Da tempo cercavo una “scuola di pensiero”, una realtà già definita e teorizzata che concepisse l'uso della fotografia nel mio quotidiano professionale.

Durante il mio master in Psicodiagnosi, per il mio background artistico, mi sono affezionata, per così dire, al TAT, il Test di Appercezione Tematica, un test dove da disegni si creano storie, si dipanano sfumature, si proietta, come di dice.

Ma qualcuno risultava intimorito da questi stimoli e io speravo in qualcosa di più personale.

Quella foto in cui tu sorridevi e non guardavi... le "phototherapy techniques", ovvero quando le tue immagini entrano nello studio dello psicologo (e non solo)

Quindi oggi può capitare, a chi vieni da me (vivida-mente.com, per pubblicizzarsi un poco), di sentirsi chiedere di portare delle fotografie, piuttosto che di guardarne alcune che già ho; e tutto ciò perché ho scoperto le “Phototherapy Techniques” e mi sono in esse formata (cosa necessaria, non ci si può improvvisare), avendo la fortuna di avere qui a Milano la dottoressa Francesca Belgiojoso (www.studioartecrescita.com), che si è approfonditamente perfezionata in queste tecniche in America, direttamente dalla loro creatrice, la dottoressa Judy Weiser (www.phototherapy-centre.com), psicologa e arteterapeuta.

E scusate le troppe parentesi e nomi.

Per cui ora vi voglio brevemente raccontare come quei visi e paesaggi che avete nei cassetti e nei computer e cellulari possano essere un fortissimo medium che conferma lo stereotipo de “un'immagine vale più di mille parole” – anche se da scrittrice avrei da fare delle considerazioni qui fuori luogo.

La verità è che possiamo ritrovare in quell'attimo cristallizzato nel tempo non poche rivelazioni di noi; la dottoressa Weiser ha codificato queste diverse tecniche, ancora oggi poco conosciute – un lavoro immane di lungo corso, e passo a passo ha costruito delle linee guida che lasciano però spazio all'azione individuale.

Queste tecniche possono essere utilizzate da diversi professionisti (psicoterapeuti, psicologi, arteterapeuti ecc.), ovviamente secondo la propria formazione e le proprie competenze.

Non è fattibile in un articolo piccino tentare di descrivere la complessità e le molteplici sfumature di cui questo mondo è composto, però vorrei che fosse percepibile il messaggio di come sentimenti, pensieri, vissuti e aspetti di noi possono ritrovarsi in un singolo scatto. Non è certo stata questa la prima volta che si è sfruttata una macchina fotografica per sentirsi meglio, e di fatto io sono fermamente convinta che l'arte tutta sia assieme un’irresistibile malattia (talvolta) e un’immane terapia (sempre), spesso una forma di autoguarigione.

Qui però si tratta di qualcosa che finalmente è stato appunto codificato e scandagliato in decenni di esperienza.

Essenzialmente, sono cinque le tecniche in questione:

  • Il Photoprojective, nella quale l’osservazione di scatti proposti al paziente stimolano in lui i suoi vissuti personali, emozioni e pensieri e aspettative e tutto ciò che comporta l’essere umano. E ciò scivola irrimediabilmente sull’immagine, viene “proiettato”, svela;
  • l’uso delle foto scattate e portate dal paziente, che, come le altre a seguire, si prestano a numerosi scopi e richieste;
  • l’utilizzo delle foto del paziente, opera di altri – e quanto conta, anche il fotografo!
  • la richiesta di autoritratti, che siano per l’occasione o già nel portfolio della nostra vita;
  • il lavoro sulle fotografie di famiglia, le fotografie che sono nostra biografia – e qui ci muoviamo in un campo particolarmente delicato in cui non tutti possono camminare sicuri.


Ognuna di queste è un universo di “compiti”, “applicazioni” e possibilità.

Ve lo avevo detto, no, che con un tema così non si può che essere semplicistici?

Perchè poi, a partire da qui, volendo, si possono creare collage o pezzi d’arte che sempre autobiografici sono.

Del resto, perché mai esiste l’Arte, se non per esprimere, decantare ed esorcizzare la nostra individualità e consegnarla al mondo?

Inutile da dire, anche i campi in cui le Phototherapy Techniques possono essere protagonste sono sconfinati: dal setting psicoterapeutico nelle sue varie forme, all’empowerment e nei percorsi di crescita personale, nell’interagire con le minoranze, nelle comunità, nelle scuole, nelle aziende, col singolo... si potrebbe andare avanti a lungo.

Come sono stata rapida... spero mi scuserete.

Volevo solo farvi conoscere l’esistenza di una terra ignota che un giorno potrebbe interessarvi e fare del bene.

Che strano pensare che quei quadretti in giro per casa abbiano tanto spessore.

Che siano sovente rivelatori (li lasceremmo così in vista, sapendolo?).

Che, delle volte, diventano noi e la nostra storia.

Come quella donna di De Gregori, che sorrideva e non guardava.

Come i Green Day che consigliavano di prendere “le fotografie e i fermo-immagine della tua mente e metterli su di uno scaffale dei tempi sani e felici”.

Come il cantante dei The Cure, che decenni or sono ha guardato così a lungo le immagini di una cara e infelice donna, “che quasi credo siano reali”.

Ma questo non era un articolo sulla musica, giusto?
Ah, Santa Arte che porti sempre via.

Adesso alzate pure lo sguardo, perché si poserà per forza su di una fotografia, lì attorno.

Riuscite a scorgere tutto quel che dice?
Perché lì dentro ci sono chiavi e strade e marine interiori.

Universi.

I vostri.