Dalle illusioni e dai sogni alla realtà

Pubblicato il 7 novembre, 2015  / Psicologia e dintorni
Dalle illusioni e dai sogni alla realtà

L'influenza delle prime esperienze affettive

Essere adulti significa essere responsabili delle azioni che sono nostre, tuttavia il peso dei desideri e delle difese che ci siamo creati per vivere quando eravamo piccoli ed inermi, può, in qualche modo aver creato il nostro copione che rivive, mettendo limiti alla nostra libertà di determinazione.

L'influenza del passato la si sente sopratutto nei momenti di debolezza, fragilità e sono le esperienze dei primi anni che possono rivivere inconsciamente, attraverso atteggiamenti e comportamenti del passato. Esse preparano il terreno per ciò che avverrà e per come l'individuo esperimenterà gli eventi futuri.

Le perdite e le separazioni premature della nostra infanzia, possono alterare il modo in cui affronteremo in seguito le perdite inevitabili della vita.

Per esempio, temendo la separazione si ripete, senza volerlo, la propria storia, il nostro passato in altri ambienti, con altre persone.

La teoria freudiana, pur considerando che il patrimonio ereditario è inalterabile e l'eredità evolutiva difficilmente modificabile, afferma che sono le prime esperienze di vita che determinano il modo in cui l'eredità genetica troverà espressione nella personalità di ciascuno.

Pertanto, le primissime esperienze di vita dell'individuo sono della massima importanza per ciò che egli sarà nella vita e la sua storia iniziale determinerà in gran parte il modo in cui sperimenterà gli eventi successivi. Esse preparano il terreno per ciò che avverrà e, quanto più precoci saranno, tanto più estesa sarà la loro influenza. Dunque, mentre la storia genetica crea le potenzialità dell'individuo, dalla storia personale infantile dipende la forma che tali potenzialità assumeranno nella sua vita.

E' in questo senso, che Freud parla dell'esistenza dell' impulso a ripetere nella natura umana, che in termini tecnici chiama “coazione a ripetere”, che ci obbliga a trasferire il passato, i nostri più antichi desideri, le nostre difese nel presente.

Ripetiamo il passato, riproducendo le condizioni più precoci, anche se queste possono essere particolarmente difficili. In altre parole ripetiamo nuovamente il passato, poi lo facciamo di nuovo, nella speranza che l'ultima volta il finale sia diverso.

Quanto più ripetiamo esperienze dolorose, quanto più rifiutiamo di seppellire i nostri fantasmi, continuiamo a rivendicare ciò che non possiamo avere. Dobbiamo rinunciare a quella speranza, dobbiamo abbandonarla perchè non possiamo ridiventare bambini che eravamo e ottenere ciò che volevamo tanto disperatamente.

Ora abbiamo bisogni che possiamo soddisfare in modi diversi, in modi migliori, in modi che possono creare esperienze nuove. Ma, fino a quando ci concediamo di abbandonarci a quel passato, siamo, siamo costretti a ripeterlo.

Vi sono delle vere patologie legate a situazioni di sofferenza, difficoltà, mancanza sentite nei primi anni dello sviluppo che possono interferire e mettere limiti nel modo in cui si affronterà la vita e le sue perdite inevitabili.

Dalle illusioni e dai sogni alla realtà.

Crescere significa accorciare le distanze tra i sogni e le effettive possibilità. Crescere vuol dire abbandonare innocenza e illusioni, significa anche essere responsabili, rispettarli, farcela da soli. In un mondo ove la vita non è leggera e dove raramente è quella che dovrebbe essere.

Crescere significa abbandonare i più cari sogni della nostra infanzia e capire che non si possono realizzare. Crescere significa avere la capacità e la saggezza di ottenere ciò che vogliamo nei limiti imposti dalla realtà, una realtà costruita, in parte, sull'accettazione delle nostre perdite necessarie vissute nelle tappe delle età precedenti.

Per quanto si sia adulti, i desideri impossibili della nostra infanzia continuano ad insistere per avere gratificazione e i nostri sogni a occhi aperti, le nostre fantasie, sono dei modi per gratificare questi desideri. Le fantasie possono garantirci la soluzione magica, nelle fantasie possiamo fare quello che vogliamo. Le fantasie di grandezza, le fantasie sessuali, le fantasie di violenza possono far arrossire, sentire in colpa e temerne il significato.

La psicanalisi considera che tutti noi abbiamo impulsi contro i quali dobbiamo lottare ogni giorno.

Queste spinte e desideri si manifestano sotto forma di fantasie che tendono ad esprimere ciò che nella via sociale abbiamo civilizzato, addomesticato. Queste fantasie ci fanno conoscere la persona che cerchiamo di non diventare: esigente,infantile.

La psicanalisi dice anche che, se la maggior parte della gente potesse sentirsi meno colpevole, imbarazzata delle proprie fantasie, potrebbe trovarvi una liberazione e un sollievo, giudicandole come surrogati di ciò che dobbiamo necessariamente perdere, usandole per esprimere quello che non osiamo vivere nella vita quotidiana.

La gratificazione attraverso la fantasia è, a qualche livello, realmente possibile, ma dobbiamo essere in grado di vivere in un modo adulto, dobbiamo essere in grado di vivere con la realtà.

Crescere non è poi così male, pensando che vuol dire diventare adulti “sani”, più saggi e capaci.

In quanti adulti sani possiamo sentirci validi, genuini, amabili, con una nostra identità e unicità.

Possiamo lasciare ed essere lasciati e sopravvivere per conto nostro, pur essendo capaci di impegni e di intimità, stabilendo legami affettivi a vari livelli di intensità,ben diversi dalla dipendenza.

Possiamo, dunque, riconoscerci come agenti responsabili e forze determinanti della nostra vita, tollerando l'ambivalenza e guardando la vita da più di una prospettiva.

In quanto adulti maturi sappiamo perseguire i nostri piaceri, e cercare tutte le nostre gratificazioni nella vita reale, grazie alla raggiunta capacità di adattabilità ma anche affrontare e vivere i nostri dolori. Possediamo infatti una coscienza e una capacità di pentirci e perdonarci e la consapevolezza che siamo semplicemente limitati, ma capaci di distinguere tra realtà e fantasia e di accettare la realtà. Accettare la realtà significa che siamo giunti a patti con le nostre limitazioni e anche quelle del mondo e che al posto dei nostri desideri infantili sappiamo stabilire compromessi e obbiettivi accessibili a noi. Riusciamo a riconoscere che la natura limitata di ogni rapporto reale non può compensarci per le nostre delusioni, sofferenze e perdite del passato e non ci può offrire l'assoluta sicurezza e l'amore incondizionato.

Ma il problema è che è molto difficile diventare adulti, perché i desideri infantili, che si colgono nelle fantasie e nei sogni, esercitano un grande potere al di là della nostra consapevolezza, creando aspettative impossibili riguardo al nostro lavoro e ai nostri affetti e a noi stessi.

Per crescere ci vuole tempo, ci vuole tempo per equilibrare sogni e realtà per imparare che la vita è fatta di legami imperfetti.

Legami imperfetti

nell'amicizia.

nel matrimonio.

Entrando nel mondo, oltre ai legami fisici,cerchiamo di stringere dei puri legami di amicizia.

Un tempo credevamo che fossero amici solo quando l'affetto e la fiducia erano assoluti, quando sentivamo di poter rivelare i segreti più reconditi e quando saremmo corsi in aiuto l'uno dell'altro. Ma crescere vuol dire abbandonare questo modello e imparare che si tratta di legami imperfetti, perché l'amicizia, come tutti i nostri rapporti, è segnata dalla nostra ambivalenza: amiamo e invidiamo- amiamo e siamo in competizione

I nostri sentimenti contraddittori: amore/odio nascono con le prime e importanti figure della nostra vita e vengono trasferiti sui figli, il marito, le amicizie.

Sebbene i nostri sentimenti poco amichevoli, in gran parte, siano tenuti lontani dalla consapevolezza, fa parte del destino degli uomini soffrire della maledizione dell'ambivalenza.

Freud sosteneva che tutti i rapporti d'amore sono, nel profondo amore sessuale, Tranne per la persona amata prescelta, questo scopo è di norma deviato, represso. Questo significa che le amicizie uomo/uomo, donna/donna contengono elementi erotici inespressi, inconsci.

L'amicizia si differenzia da un rapporto fondamentale perché non comporta la rivelazione del proprio carattere e dei bisogni basilari in maniera spesso primitiva e regressiva.

Tuttavia nessuna coppia può gratificare totalmente i bisogni reciproci. Così anche se l'amore degli amanti è rosso, mentre l'amicizia è rosa, questa ci salva da una vita monotona e spesso può offrire quello di cui l'amore degli amanti manca.

Nelle amicizie adolescenziali usiamo gli amici per scoprire, consolidare e confermare quel che siamo. Ci servono da modelli con i quali identificarci, ci permettono di essere noi stessi e ci accettano come siano. Esaltano la nostra autostima perchè pensano che noi siamo a posto, perché ci occupiamo di loro e, poiché essi si occupano di noi, essi arricchiscono la nostra vita emotiva.

Tuttavia, con la maggior parte degli amici formiamo dei legami imperfetti.

Le amicizie intime richiedono la rivelazione del nostro sé privato e cioè: dei nostri sentimenti, pensieri, desideri, delle nostre paure e dei nostri sogni. L'intimità produce una crescita che dura tutto l'arco della vita, perchè essere conosciuti afferma e rafforza il senso del Sé.

Oltre ad aiutarci a crescere e a dare aiuto e conforto, le amicizie intime ci proteggono dalla solitudine, perché per noi è estremamente importante occuparci degli altri e non sentirsi soli.

Ma la capacità di stabilire amicizie intime richiede un interesse verso le altre persone, empatia, fedeltà e impegno. Richiede soprattutto l'abbandono di alcune fantasie sull'amicizia ideale. Due persone, due adulti non saranno mai perfettamente d'accordo. Anche gli amici migliori sono amici a pelle di leopardo. Vogliamo che gli amici condividano con noi passioni e valori, ma, in realtà potremmo avere amici con i quali dovremmo essere indulgenti e che dovremmo perdonare, a volte, se ci tradiscono.

Tuttavia, nonostante l'ambivalenza e le altre limitazioni, le amicizie che creiamo potrebbero essere più forti, più confortanti e esuberanti, a volte, di quelle create dalla carne.

Nel matrimonio.

I nostri amici son meno che perfetti, ma accettiamo le loro imperfezioni e siamo orgogliosi del nostro senso di realtà. Invece quando si tratta di amore dobbiamo imparare ancora, con difficoltà, come abbandonare certe aspettative.

L'analista Otto Kerneberg dice che l'amore romantico adolescenziale è l'inizio cruciale normale dell'amore adulto. Freud ci ricorda che persino il rapporto più profondo d' amore non è scevro di ambivalenza e che anche il più felice dei matrimoni ospiterà una parte di sentimenti ostili.

Lo psicologo Israel Chrnysostiene che non si può negare che gran parte dei matrimoni sono percorsi da profonde tensioni distruttive nascoste o visibile e propone di definire il matrimonio medio come un rapporto teso e conflittuale per la cui riuscita serve “un saggio equilibrio di amore e odio”. Portiamo nel matrimonio una moltitudine di aspettative romantiche.

L' antropologo Malinowski considera il matrimonio come “il sogno e più romantico che deve calarsi in una relazione ordinaria e funzionale. ”persino quando ci si sposa con una visione realistica di come dovrebbero andare le cose, nel matrimonio, la persona con la quale lo stiamo condividendo, e incapace di far fronte ad alcune, a volte a tutte, le nostre aspettative.

L' inimicizia nasce perché le nostre aspettative non soddisfatte diventale metafore di tutto quello che manca al nostro matrimonio. Questo succede perché portiamo con noi, nel matrimonio, i desideri inconsci e i compiti non ultimati dell'infanzia e, sospinti dal passato, avanziamo al matrimonio della richieste, senza esserne consapevoli e, a volte odiamo il nostro compagno per l'incapacità di soddisfare questi antichi, impossibili desideri. Nell'amore coniugale cercheremo di recuperare l'amore dei nostri primi desideri, di trovare nel presente le figure del tempo andato: l'amore incondizionato della madre dell'infanzia, il genitore inconquistabile della passione edipica.

Scrive l'analista Kubie “ fino a quando la gente non impara a distinguere tra gli obbiettivi ottenibilicoscienti e quelli irraggiungibili e inconsci, il problema della felicità umana, nel matrimonio e altrove, rimarrà irrisolto”.

Ci sono degli obbiettivi inconsci che i matrimoni soddisfano:

nei matrimoni complementari le richieste del marito e della moglie si incastrano perfettamente e soddisfano i bisogni psichici dei partner : tra capace e incapace- tra mamma e bambino Sono “coppie complici”, ma ogni cambiamento sia interno che esterno può rappresentare una minaccia all'equilibrio delicato del loro rapporto collusivo.

Le persone che hanno particolarmente bisogno di negare in se stesse quelle caratteristiche che desiderano poter esprimere, ma che non possono,m potrebbero scegliere queste cose in vece sua. Facendo in modo che nel nostro partner ci siano parti di noi, il matrimonio potrebbe avere problemi,ma restare intatto. In questi casi di complementarietà, però, appena affiorano le divergenze riguardo ai bisogni essenziali, si corrono dei rischi.

Due partner, incatenati a un matrimonio patologico potrebbero stare assieme per sempre, mentre coppie più complete e più sane, capaci di cambiare e crescere, potrebbero rompere gli assetti che le uniscono. La spinta allo sviluppo umano può anche contribuire a determinare tensioni nel matrimonio.

A causa delle diverse strade prese dai bambini e dalle bambine, ma anche di alcune differenze innate, si giunge ad una serie di convinzioni e di esperienze grandemente dissimili, in campo dei rapporti umani. I bambini, nel processo di formazione della loro personalità devono rompere, più delle bambine il legame con la madre, mentre le bambine possono identificarsi più intimamente con la madre, i ragazzini, invece non possono farlo se vogliono essere maschi.

Così, l'intimità diventa confortevole per le donne, mentre diventa una minaccia per gli uomini.

Il bisogno femminile di condividere i sentimenti, si scontra con la riluttanza dell'uomo a lasciarsi coinvolgere così tanto. Gli uomini inseguano l'autonomia; le donne desiderano l'intimità.

Queste differenze sessuali possono dar luogo a tensioni nel matrimonio.

L'amore adulto

Nel corso del normale sviluppo verso forme adulte d'amore, l'elemento narcisistico diminuisce. Iniziamo a vedere la persona com'è in realtà, inserendo nel rapporto la capacità di prendersi cura, di sentirci colpevoli se causiamo dolore, di provare rimedio al danno e offrire conforto.

E se l'amore crescerà fin a diventare duraturo, questa conoscenza ci porterà faccia a faccia con le nostre delusioni, i nostri cattivi sentimenti, ma ci porterà anche gratitudine per sentirsi conosciuti, capiti. Liberati dalla cecità dell'amore, però, dovremmo constatare che anche altre persone potrebbero ispirare una gratitudine simile, che anche altri matrimoni potrebbero gratificare i nostri bisogni, forse anche meglio. E, infatti, ogni tanto potremo provare desiderio per altri rapporti, desiderio che se vogliamo che il nostro rapporto d'amore duri nel tempo, dobbiamo abbandonare,ma, in realtà, desideri e rinunce potrebbero aggiungere ulteriori ricchezze al nostro amore maturo.

Col tempo si dovrà affrontare la consapevolezza di quello che non potremo mai aspettarci dal nostro compagno. Queste aspettative perdute sono perdite necessarie, ma su queste perdite possiamo lottare per amare al meglio delle nostre scarse capacità. E possiamo, attraverso l'amore e l'odio, conservare quel legame altamente imperfetto conosciuto come matrimonio, dove cari compagni, sono anche cari nemici, ricordando ancora che non c'è amore senza ambivalenza.

Sentimenti familiari

Somiglianza e identificazione con i genitori

Attorno ai vent'anni acquisiamo questa seconda famiglia nella quale siamo adulti responsabili. Possiamo anche immaginare di iniziare una famiglia dal nulla, ma non possiamo staccarci così facilmente dalla nostra prima famiglia, quella d'origine, da quella intricata ragnatela di rapporti che ci lega, anche se imperfettamente l'uno all'altro.

La nostra famiglia è stato l'ambiente in cui siamo diventati persone a sé stanti.

Siamo intimamente legati a questa famiglia, ma continuiamo a lottare per distaccarci e per imparare a guardare il mondo con i nostri occhi invece che con quelli dei nostri genitori.

Sebbene si mantenga il legame, ci sono cose che bisogna abbandonare per diventare padroni della nostra casa.

Vi sono infiniti ruoli che i genitori possono appiccicare ai figli. Una madre non autonoma e dipendente potrebbe scambiare i ruoli, facendo della figlia la madre. Un marito insoddisfatto del matrimonio potrebbe assegnare alla figlia il ruolo di sostituto della moglie.

Alcuni genitori potrebbero imporre al figlio il ruolo di Sé ideale, spingendolo ad essere ciò che loro vogliono essere. Ma anche se degli studi dimostrano che i bambini sanno esattamente quali ruoli sono stati loro assegnati inconsciamente dai genitori, forse possiamo misurare la salute di una famiglia dalla libertà che concede di non accettare “l'assegnazione.”

Nel costruire una vita per conto nostro sfidiamo i miti e i ruoli familiari, ma lasciare la famiglia non diventerà una realtà emozionante finchè non smetteremo di guardare la realtà con gli occhi dei nostri genitori e ci sentiremo obbligati ad essere come i genitori ci vogliono. Quando,invece,ci sentiremo liberi di esplorare e sperimentare allora si aprirà una porta verso un nuovo livello di conoscenza. Ma aprire queste porte fa,a volte, paura.

Non tutti riescono, non tutti possono. Il punto è, che sia vero oppure no, temiamo che essi non ci approvino o non vengano in nostro aiuto se prendiamo la nostra strada.

Separarci da loro non è un ripudio, ma una libera scelta, la scelta di cercare la “nostra strada” e non la “loro”.

Possibili somiglianze e identificazioni con i nostri genitori nell'età matura

Dai vent'anni in avanti ci creiamo una vita indipendente, o così crediamo, dai nostri genitori, ma verso i trent'anni scopriamo molte somiglianze con i genitori, acquisite nonostante la nostra volontà e inconsciamente.

Riconoscendo queste identificazioni coi i genitori, potremo iniziare ad evitare di ripeterle.

Potremmo scoprire di essere più tolleranti con quelle parti del padre e della madre che ritroviamo “in noi” e anche con le persone reali che sono “fuori di noi”. Perchè, se a vent'anni ci focalizzavamo su ciò che ci differenziava da loro, adesso ci sintonizziamo sulle caratteristiche comuni e potremo giudicarli di meno. Diventando noi stessi genitori, possiamo capire cosa hanno passato i nostri genitori e non possiamo più incolparli come un tempo potevamo farlo con facilità. Essere noi stessi genitori può servire per ricucire alcune ferite della nostra infanzia.

Essere noi genitori può avere anche una funzione riconciliante, dando ai nostri genitori una parte migliore da interpretare come nonni. Dopo i trent'anni possiamo desiderare di ricollegarci con le nostre “radici” e considerare come molte cose buone, come il talento, la coscienza morale o qualsiasi altra cosa sono nostre perché apparteniamo alla nostra famiglia.

Nel mezzo della nostra vita, tra i trentacinque e cinquant'anni impariamo che molte speranze sono irrecuperabili ed è il tempo di accettare, che non le avremo mai. Capiamo anche quanto sia stato limitato il loro potere di amarci e capirci in modo “perfetto”, di evitare dolore e solitudine.

Abbandonando le nostre vane aspettative come genitori e figli e coniugi e amici, impariamo ad essere grati anche per i loro legami imperfetti.

IL TEMPO CHE PASSA - IMMAGINI CHE CAMBIANO

  • nell'età matura
  • nella terza età
  • nell'età matura

I cambiamenti e gli eventi della nostra storia personale ci percepiscono e ci ridefiniscono e nei diversi stadi della nostra vita dovremmo abbandonare un'immagine precedente e andare avanti. Nel corso di questi cambiamenti superiamo il mondo pre-adulto e quindi passiamo al mondo dell'età adulta, assumendo :

Dopo i vent'anni i primi impegni lavorativi, creandoci uno stile di vita o un matrimonio.

Verso i trent'anni rivedendo le nostre scelte, per aggiungere, modificare,escludere le cose che mancano stabilizzandoci, oltre la trentina, nel lavoro, nella famiglia, negli amici raggiungendo, a circa quarant'anni quegli anni che ci portano al periodo dell'età di mezzo, che per molti è “la crisi dell'età di mezzo”

La vita comincia a quarant'anni, così dicono: stiamo migliorando, non invecchiando, ma prima di raggiungere il versante positivo dobbiamo conoscere la tristezza dell'età di mezzo, perché poco per volta perdiamo, abbandoniamo e lasciamo andare la visione giovane di noi sessi (il nostro giovane Sé).

Il declino della bellezza giovanile è più doloroso per le donne che non per gli uomini, questo è un' incubo della età di mezzo che spesso diventa realtà. La bellezza è legata all'attrattiva sessuale di una donna, se questa attrattiva è importante per la conquista di un compagno, allora l'assalto dell'età sulla bellezza potrebbe essere visto con ansia e la paura di essere abbandonate o, comunque, come perdita, una perdita di potere e di possibilità.

“La maggior parte degli uomini sperimenta l'invecchiamento con dispiacere e con preoccupazione, ”ma scrive Sontag,” la maggior parte delle donne la sperimenta in modo ancora più doloroso: vergognandosi”. E potremo cominciare ad accorgersi che questo è un periodo della vita in cui si deve continuamente rinunciare a delle cose, una dopo l'altra.

Mentre le nostre passate realtà cominciano a decadere ci domandiamo chi siamo e cosa cerchiamo di essere se gli obbiettivi che ci siamo proposti abbiano un qualche valore e se stiamo per osare ci rendiamo conto che è meglio cominciare ora, perché abbiamo cominciato a misurare il tempo che ci resta. L'infanzia e la giovinezza non c'è più e dobbiamo fermarci a piangere le nostre perdite prima di continuare.

Continuare potrebbe essere difficile: potremmo cercare di mantenere lo status quo, resistendo a tutti i cambiamenti, o potremmo, disperatamente, cercare di essere di nuovo giovani.

Ci sono quelli che resistono ai cambiamenti sfidando la realtà del tempo, aggrappandosi ai propri poteri e ai propri indiscutibili modi di fare.

Ci sono quelli che si distraggono con un frenetico attivismo, ma apprendere nuove abilità possono essere esperienze positive, m l'attivismo ha dei costi da pagare.

Può servire per non confrontarsi con l'età di mezzo, impegnandosi in un sviluppo esterno piuttosto che interno, ma può risultare anche molto stancante.

Gli psicanalisti ammettono di non poter dire in anticipo come ciascuno di noi reagirà alla crisi dell'età di mezzo. Ma se ci arriviamo con conflitti importanti non ancora risolti o con delle fasi di sviluppo precedenti non ancora completate, molto probabilmente rivivremo, nelle nostre attuali esperienza, la angosci del passato.

Alcuni vacilleranno e non ce la faranno, ma anche quelli che riusciranno a superare questa fase potrebbero infliggere molto dolore sia a se stessi, sia a quelli che amano prima di poter cambiare e crescere.

Crescere e cambiare nell'età di mezzo potrebbe voler dire rielaborare, accettare o rifiutare gli adattamenti precedenti. Ma indipendentemente dal tipo di approccio che scegliamo, la vita non sarà la stessa. Esternamente o internamente quegli anni esprimeranno le acquisizioni o le perdite della nostra crisi dell 'età di mezzo.

Un altro lavoro da compiere è secondo Roger Gould il superamento della “coscienza infantile”. L'essenza della nostra coscienza infantile è l'illusione di vivere per sempre in uno stato di totale sicurezza e che qualcuno ci avrebbe sempre protetto è irresistibile e difficile da abbandonare.

Con ciò Gould vuol dire che a questa età impariamo che, nonostante ci si comporti bene, dobbiamo morire. Infine abbiamo imparato che non ci sono sicurezze.

Così nell'età di mezzo, avendo imparato che nessuno può tenere lontano i pericoli da noi, siamo più liberi di conoscerci.

Possiamo così permetterci di sapere i nostri sentimenti, senza agirli e metterli in pratica e che i sentimenti che possiamo riconoscere sono più facili da controllare di quelli che neghiamo. E scopriamo che possiamo anche imbrigliare alcuni sentimenti della nostra infanzia. Ci potremo così sentire più forti, più sfumati, onesti e creativi.

L'unificazione di tendenze che sembrano opposte è il grande traguardo di questi anni.

E' comunque un processo che è cominciato nell'infanzia con la lotta per unificare la buona e la cattiva madre, tra l'io buono e l'io cattivo, per bilanciare il desiderio di attaccamento e quello si sentirci separati e liberi.

Dovremo così abbandonare l'immagine di noi che è passata e non possiamo fermare il tempo. Avendo abbandonato il nostro Sé precedente ”senza rughe e immortale”, sentiamo di aver fatto a sufficienza e ci piacerebbe non aver più nulla a che fare con l'abbandonare e il lasciar andare. Ma non è così.

aiuto, aiuto sto invecchiando

Le angosce dell'età di mezzo sembrano, in retrospettiva, una sciocchezza.

La vecchiaia porta molte perdite; sentiremo delle persone che si battono contro di esse.

Ma c'è un'altra opinione che dà maggiore speranza: sostiene che se accettiamo il lutto per le perdite, questo processo ci potrà liberare, ci porterà a libertà creative, ad un ulteriore sviluppo, allacapacità di abbracciare la vita.

La vecchiaia è la peggiore sfortuna, peggiore perfino della morte, sostiene la Beuvoir.

Nessuno negherebbe che la vecchiaia ci può opprimere con una quantità di perdite profonde: la salute, la gente che amiamo, un lavoro e uno stato sociale, un posto nella comunità, il potere di controllo e di scelta.

Il nostro corpo ci notifica il declino della forza e della bellezza, i nostri sensi sono sono meno acuti, i riflessi più lenti e facciamo fatica a concentrarci. Ci sono persone che considerano l'invecchiamento come un oltraggio, una perdita intollerabile , ma di sono altre persone che riescono a farsi un'opinione positiva del problema.

Tuttavia viene detto che dipende anche dal tipo di atteggiamento verso la vecchiaia nel determinare la qualità della nostra vecchiaia. La differenza tra questi due atteggiamenti , scrive il sociologo Robert Park, consiste nel trattare l'invecchiamento fisico come il nostro nemico e padrone oppure nel venire a patti ragionevoli con esso. E' certo che molte persone, che siano sane o ammalate,sprofonderanno nella vecchiaia auto condannandosi ad una morte in vita, mentre altre persone, magari più avanti negli anni, anche malate, vivranno profondamente fino all'ultimo respiro. Ma anche se salutiamo la vecchiaia in salute e con speranze intatte, dobbiamo lottare contro il modo in cui la società considera la vecchiaia. La maggior parte degli anziani viene compatita oppure trattata con condiscendenza o come un peso.

Malcom Cowly considera “Cominciamo invecchiando agli occhi degli altri, poi poco per volta arriviamo a condividerne il giudizio”

Ci sono mutamenti reali che portano a poter arrivare a queste considerazioni: ritirarsi dal lavoro può essere sentita come una perdita che si deve subire, il lavoro sostiene la nostra identità lo definisce sia per il sé privato che per il Sé sociale.

Modi di vivere la vecchiaia.

La vecchiaia può essere attiva o disimpegnata, disturbata o serena, può voler dire mantenere le proprie convinzioni oppure promuoverne di nuove. E' più facile invecchiare se non siamo noiosi e se non ci annoiamo, se abbiamo persone e progetti di cui occuparci, se siamo abbastanza maturi da sottometterci quando ne abbiamo bisogno, a perdite ineluttabili Il processo incominciato nell'infanzia ci può aiutare alasciar andare e ad essere preparati a queste perdite.

Potremo,nello steso tempo scoprire il piacere nel piacere degli altri e arrivare ad una capacità di preoccuparci degli eventi che non sono direttamente in relazione con i nostri interessi personali.

Proprio perché siamo verso la fine possiamo arrivare a sentire di voler connetterci con il futuro, attraverso persone, idee, sperando i nostri limiti personali. Investire nel futuro, attraverso un'eredità da lasciare può aiutare a migliorare la qualità della vita. Questo desiderio di lasciare una traccia- intellettuale, spirituale,materiale- è un modo costruttivo di affrontare il dolore che sentiamo per la perdita di noi stessi.

Naturalmente anche il passato ha la sua importanza; attraverso la memoria possiamo venir sorretti dai bei ricordi della nostra storia personale, che possiamo sempre ripercorrere, creando così un 'integrazione del nostro passato.

Noi siamo responsabili della nostra vita e così anche sella vecchiaia e il modo in cui noi possiamo invecchiare è stato preparato molto tempo prima.

Molti studiosi dell'invecchiamento sono concordi nel dire che la parte principale della nostra personalità tende a restare piuttosto costante nella vita, concludendo che se da vecchi siamo le stesse persone di sempre... solo che lo siamo un po' di più, anche perchè che gli stress più grandi accadranno probabilmente invecchiando.

Ma sebbene il nostro presente venga modellato dal nostro passato, cambiamenti di personalità sono possibili persino a settantanni, ottanta e novant'anni. Nella vecchiaia possiamo cambiare perchè ogni stadio della vita, anche l'ultimo, permette nuove possibilità di cambiamento.

Lo sviluppo normale non ha fine e nel corso della vita nuovi compiti importanti, o delle crisi nasceranno.

La nostra storia precedente è importante nella determinazione e nella capacità di cambiare e di crescere nella vecchiaia. Ma l'età stessa potrebbe promuovere capacità e risorse che non erano disponibili negli stadi precedenti. Ci potrebbe essere più saggezza, maggior solidità e anche più ingenuità verso gli altri e verso se stessi. Ci potrebbe essere anche un cambiamento nel modo in cui percepiamo i tempi difficili della nostra vita nel quale potremmo persino immaginare che le cose possono migliorare. Con flessibilità e con un tocco di ironia, possiamo continuare a cambiare e a crescere nella vecchiaia.

Alcuni psicoanalisti riferiscono che la psicoanalisi ha aiutato i pazienti anziani a recuperare l'autostima, li ha aiutati a perdonare gli altri e se stessi, li ha aiutati a trovare nuovi adattamenti quando la vecchiaia ha reso impossibili quelli passati.

Arrivati ad una veneranda età è alcuni parlano della morte, altri pensano alla morte, alcuni soffrono tanto da desiderarla e altri la negano in modo così efficace da persuadere se stessi che la morte farà un eccezione per loro. Ma non sembra che esistano prove che le persone anziane siano particolarmente ossessionate dalla morte. Inoltre, spesso, è più importante per loro il modo in cui si muore della morte stessa.

Sofocle osserva in una commedia che scrisse a ottantanove anni che:

Sebbene sia giunto a una buona età,

Un uomo a volte desidererà ancora il mondo

Ed è anche vero che morendo, comunque moriamo, e quale che sia il significato della

morte, ci troviamo faccia a faccia con la separazione definitiva.

Bibliografia

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  • Freud Sigmund, Al di là del principio del piacere, Torino, Boringhieri 1985
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