Diventare genitori. Tra aspettative e fantasmi familiari

Genitori e figli
Diventare genitori. Tra aspettative e fantasmi familiari

Diventare genitori rappresenta una delle esperienze più significative e importanti nella vita di una persona.

La scoperta di aspettare un bambino porta con sé una serie di cambiamenti, in molti casi  irreversibili all’interno della coppia, che attraversano la dimensione propriamente fisica della donna, la dimensione psichica di entrambi i partners, ed infine, la dimensione sociale-familare in cui è immersa la futura coppia genitoriale.

I futuri genitori si apprestano a preparare un “nido” confortevole per il bambino, fornendo la loro abitazione di tutto il necessario per il suo benessere; questa preparazione di uno spazio speciale per il nascituro avverrà anche sul piano psichico, attraverso una serie di rappresentazioni mentali, di immagini mentali che madre e padre costruiranno in relazione al “bambino immaginario”.

Si avvia un processo di “nidificazione psichica” (E. Darchis, 1999), una cornice, diciamo, fatta di pensieri consci ed inconsci che rappresenteranno lo scenario familiare, già prestabilito, in cui il bambino sarà inserito.

A costruire questo nido astratto fatto di pensieri, immagini e sogni parteciperanno degli ospiti speciali, i fantasmi inconsci familiari, che viaggiando attraverso le generazioni, ci indicheranno che ruolo avremo all’interno della nostra famiglia, incrociandosi con le esperienza di vita, con le rappresentazioni degli altri.

Ma le differenti immagini mentali  che un uomo e una donna si costruiscono in relazione a come dovrebbe essere una famiglia e l’essere genitori, vengono a strutturarsi lungo un percorso che ha radici lontane nell’infanzia e, in special modo, nell’adolescenza, periodo in cui si pongono le basi per quel sentimento di genitorialità, talvolta emergente successivamente ad un’identificazione positiva con le figure genitoriali.

Il  fondamentale passaggio alla genitorialità può rappresentare un momento di gravi turbamenti psichici.

Cramer (1993) sostiene che il passaggio dall’esser figlio al diventare genitore comporti una fase di “lutto evolutivo”,  in cui il giovane adulto perde lo statuto di figlio identificandosi con i propri genitori.

Generalmente quando i conflitti e i lutti dell’infanzia e dell’adolescenza sono stati elaborati in maniera adeguata, ci si identifica con l’immagine di un genitore buono da cui ci si è sentiti amati, proiettando contemporaneamente sul bambino la rappresentazione del bambino amato che si è sentito di essere.

In altri casi invece, i lutti e le conflittualità del passato possono essere stati non risolti, comportando una condizione di “lutto evolutivo” patologico, in cui “il passaggio del testimone” della genitorialità viene vissuto con intensi vissuti abbandonici, che attivano un comportamento volto a rimuovere i sentimenti di tristezza e di rabbia relativi all’abbandono; facendo si si che il genitore proietti, dunque, sul proprio figlio quell’immagine di bambino abbandonato e bisognoso d’amore, che sente di essere stato un tempo.

Questo “gioco” di proiezioni si potrà, spesso, riconoscere nella realtà di un bambino dispotico ed esigente, portatore di quei sentimenti di rivalsa del “genitore-bambino”, a cui il genitore ora risponde con atteggiamenti masochistici che lasciano intravedere la repressione di quel sentimento di aggressività, necessario per opporre un “No” all’intransigenza del bambino (B. Cramer, F. Palacio Espasa, 1993), dando così vita ad una genitorialità segnata da un umore di tipo depressivo, in cui il genitore si identifica con l’immagine di un bambino non amato e abbandonato da quei genitori (del passato) che, in termini di immagini mentali, sono stati vissuti come esigenti e squalificanti, portatori di un modello genitoriale ideale, con cui il neo-genitore si confronta, risultandone inevitabilmente sconfitto ed inadeguato.