articoli di psicologia del Dott. Roberto Salati

risposte dello specialista Roberto Salati

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Come superare il senso di non essere la prima scelta nella relazione?

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Buonasera Alessio, Quello che ha scritto è un intreccio complesso, e mi sembra che lo abbia già messo a fuoco con molta lucidità lei stesso: una parte che riesce a leggere le scelte dell'altra persona come fragilità, e un'altra che continua a viverle come una ferita al proprio valore. Sono due letture della stessa storia, ed è comprensibile che convivano senza escludersi facilmente — non è un segno di confusione, è semplicemente così che funziona quando qualcosa ha toccato insieme la fiducia e il senso di sé. Colpisce, in particolare, come il bisogno di sentirsi scelto — non genericamente amato, ma scelto senza dover dimostrare nulla — sia rimasto il filo conduttore di tutto il racconto. E colpisce quanto un singolo momento di silenzio, in una situazione che avrebbe richiesto una presa di posizione chiara, possa aver continuato a lavorare così a lungo, diventando quasi una lente attraverso cui rileggere il resto della relazione. Sono dinamiche che raramente si sciolgono solo con la comprensione razionale di ciò che ha mosso l'altra persona: il corpo e la memoria emotiva seguono tempi diversi da quelli della ragione, e restano spesso ancorati a un particolare momento, anche quando la mente ha già fatto pace con il resto. Dott. Roberto Salati, psicoterapeuta...

Problemi di blocco

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Buonasera Teresa, da quello che racconta, sembra che la parte più dolorosa non sia soltanto il cambiamento nella vostra intimità, ma il sentirsi progressivamente meno presente nella vita dell'altro. All'inizio descrive una relazione vissuta con grande coinvolgimento reciproco. Poi è arrivata una separazione lunga, prevista e condivisa, ma che sembra aver avuto un impatto diverso su ciascuno di voi. A volte può accadere che un evento vissuto dalla coppia lasci tracce che nessuno dei due aveva immaginato: non perché qualcuno abbia sbagliato, ma perché ciascuno attribuisce a quella stessa esperienza un significato diverso. Nelle sue parole emerge anche un'altra esperienza, molto profonda: quella di sentirsi invisibile. Quando la persona a cui teniamo appare distante, assorbita da altro o emotivamente meno raggiungibile, è naturale iniziare a chiedersi quale posto si occupi nella relazione. E, nel tentativo di soffrire meno, molte persone finiscono per fare ciò che descrive anche lei: ritirarsi, trattenere ciò che provano, cercare di proteggersi. Spesso, però, questa protezione rischia di aumentare la distanza. Non perché sia una scelta sbagliata, ma perché il bisogno di non soffrire può rendere più difficile mostrarsi proprio nei momenti in cui ci sarebbe più bisogno di sentirsi reciprocamente compresi. Mi colpisce anche un altro elemento: scrive che entrambi desiderate continuare questa relazione. È un aspetto che merita attenzione, perché indica che, accanto alla fatica che state vivendo, esiste ancora un investimento affettivo importante. Forse, più che cercare di tornare a come eravate all'inizio, potrebbe essere utile provare a comprendere chi siete diventati come coppia dopo questi mesi di lontananza e quale significato abbia assunto questa esperienza per ciascuno di voi. Le relazioni attraversano momenti in cui ciò che prima sembrava spontaneo diventa più difficile. Questo non significa necessariamente che il legame sia venuto meno. A volte è proprio quando qualcosa si blocca che diventa possibile conoscere più a fondo se stessi, l'altro e il modo in cui ci si incontra o ci si perde nella relazione. Più che cercare di capire se lui tornerà a essere come prima, credo possa essere utile chiedersi come sta lei dentro questa relazione oggi. Quando ci si accorge di sentirsi invisibili, il rischio è concentrare tutte le energie nel tentativo di recuperare l'altro, perdendo gradualmente il contatto con ciò di cui si avrebbe bisogno. Fermarsi ad ascoltare anche questa parte della propria esperienza può aiutare a comprendere meglio quale direzione desidera dare alla relazione. Le auguro di poter attraversare questo momento con la serenità necessaria per comprendere ciò che è più importante per lei. Un saluto....

Dipendenza affettiva?

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Gentile Benedetta, quello che descrive è una domanda che capita spesso, ed è più giusta di quanto pensi: non "perché sono ancora così", ma "perché questa cosa non se ne va anche se ho cambiato relazione, anche se sto già lavorando su di me?" La risposta, in breve, è che la dipendenza affettiva e la paura dell'abbandono raramente sono legate a quella relazione specifica in cui sono comparse per la prima volta. Sono spesso il segno di come si è imparato, molto prima, a sentirsi al sicuro — o a non sentirsi al sicuro — nel legame con l'altro. Cambiare partner non cambia automaticamente questo, perché il problema non era (solo) quella persona: era il modo in cui una parte di lei ha imparato a temere la perdita, e quel modo di temere si porta dietro, finché non viene compreso e lavorato direttamente. C'è un altro posto in cui vale la pena osservare questa stessa paura, ed è proprio la terapia. Capita spesso che chi porta con sé un timore così intenso dell'abbandono lo viva, prima o poi, anche nella relazione con il proprio terapeuta: un'assenza per ferie, una seduta saltata, possono attivare la stessa allerta che descrive con il partner. Le faccio una domanda, non per curiosità ma perché potrebbe essere rivelatrice: in che momento si trova ora rispetto al suo percorso — è in un periodo di continuità con il suo terapeuta, o per caso c'è una pausa in corso? Se c'è una pausa, e sente che la stessa inquietudine di questi giorni assomiglia a quella che descrive con il partner, è un'informazione preziosa da portare direttamente lì, al rientro. Non so dirle se "passerà" in senso assoluto: non è come una febbre che un giorno finisce. Ma posso dirle che è un lavoro che si può fare, e che spesso cambia molto quando si riesce a guardarlo mentre accade, non solo a ripensarlo dopo. Cordiali saluti...