articoli di psicologia del Dott. Pietro Artusi

risposte dello specialista Pietro Artusi

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Non riesco a convincere mio padre

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Buonasera. Riformulo un attimo ciò che hai detto, e poi ti faccio una domanda per capire meglio la tua paura. Da come parli di questa tua scelta di vita, sembri entusiasta ed estremamente determinata, ma l'unica cosa che ti frena è la mancanza di approvazione e di sostegno da parte dei tuoi genitori, in particolare di tuo padre. Quello che ti chiedo è: se tu facessi questo passo, a discapito dell'opposizione dei tuoi genitori, cosa pensi che accadrebbe?...

Philofobia?

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Buongiorno Riccardo. Il bisogno di capire porta a cercare risposte, e quando stiamo male abbiamo bisogno di risposte, e di dare un nome al nostro malessere. Il suo tentativo di cercare queste risposte in internet è comprensibile: chi di noi non lo ha fatto o non lo fa, almeno qualche volta? Forse però non è poi così utile, ed essendo internet un mare di informazioni, ci tira verso alcune risposte con la forza delle sue correnti, impedendoci di navigare dove vogliamo. Ora lei ha dato un nome alla sua difficoltà, "philofobia". Premettendo che in anni di studi non ho mai sentito questo termine, magari per mia ignoranza, la invito a riflettere, piuttosto che su "come si chiama questa cosa che ho", a capire "perchè ce l'ho". Sospendiamo le etichette, soprattutto se reperite in internet, e riflettiamo assieme. Descrive alcuni sintomi dell'ansia (sudorazione, tachicardia, agitazione, tremori), e parla anche di panico, che è qualcosa di più dell'ansia, più intenso; il panico blocca, "manda in tilt". Riconduce questi sintomi dell'ansia e questa sensazione di panico al momento in cui conosce una ragazza, che si innamora di lei. Chiediamoci: se l'ansia è un campanello d'allarme, che segnala una minaccia di qualche tipo, allora qual è questa minaccia? Lei cosa teme, rispetto alla conoscenza/relazione con questa ragazza? Qual è il pericolo? Forse il senso di dover soddisfare delle aspettative? O il timore di non saperle soddisfare? Di venire, prima o poi, abbandonato? O di dover rinunciare a qualcosa? Quando si prospetta un cambiamento (ad es. una relazione) che ci provoca ansia, possiamo essere spaventati da qualcosa che perdiamo, oppure da qualcosa che acquisiamo in virtù di quel cambiamento. Quale delle due? è lei, e solo lei, che possiede la risposta. è lei l'esperto di sé stesso....

Non capisco la mamma del mio ragazzo

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Cara Elda, buongiorno. Capisco il suo dispiacere e la sua sensazione di essere spaesata di fronte a un atteggiamento simile, proveniente da una persona che ne ha sempre manifestato uno opposto. Se la relazione con la madre del suo compagno è sempre stata così ricca e positiva, comunque non mi preoccuperei che possa terminare da un giorno all'altro, soprattutto se questa persona ha dato prova di tenere a lei anche durante la pausa nel rapporto col figlio. La invito a riflettere su una cosa, e poi mi permetto di darle un consiglio. L'invito alla riflessione è semplicemente questo: vista la natura positiva della relazione tra lei e la madre del suo compagno, non pensa sia poca una sola occasione per concludere che la mamma non la sopporta o non la accetta più? Non può essere forse che la madre del suo compagno avesse pensieri o preoccupazioni proprie, magari derivanti anche dal figlio, che l'hanno fatta reagire in quel modo spiacevole? Insomma, non le sembra improbabile che la causa dell'atteggiamento "freddo" sia proprio perché davvero non tiene più a lei, da un giorno all'altro? Non potrebbe esserci una spiegazione alternativa, più semplice? Il mio consiglio è di comportarsi come si è sempre comportata con questa signora, cioè di comportarsi da amica, per così dire. Le dica come l'ha fatta stare vederla in quel modo, che le è dispiaciuto, e le chieda se va tutto bene. Dia la sua disponibilità al dialogo, magari con una scusa (es. una commissione, come farsi accompagnare a comprare qualcosa). Sia trasparente e comunichi come si sente, e comunichi il suo desiderio di rivedere questa persona serena come prima....

Un terribile periodo

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Caro Giorgio, perdere il lavoro è doloroso, specialmente se ci si trova costretti a chiudere l'azienda di famiglia. Alla fisiologica sensazione di perdita può in questo caso, ancora più che in altri, sorgere un forte senso di colpa, per non esser stati capaci di portare avanti quello che era stato messo in piedi. Ora, vediamo di usare al meglio questo spazio scritto per lenire un po' le ferite. Tenga presente che questo spazio di Domande e risposte non può sostituire un bel colloquio in studio. Dunque, lei scrive di "sensi di colpa che vengono fuori per qualsiasi cosa". Il senso di colpa si manifesta alle seguenti condizioni: 1) quando riteniamo di aver compiuto un'azione dannosa -o addirittura cattiva- verso qualcuno 2) quando ci riteniamo responsabili di ciò che abbiamo fatto, o come minimo responsabili di non esser stati capaci di evitarlo ("avrei dovuto capirlo" / "avrei dovuto saperlo"). Si domandi, Giorgio: - quant'è la sua responsabilità nell'aver chiuso l'azienda famigliare? Quant'è sul totale, considerando la situazione di crisi globale in cui tutti ci troviamo? E qual è la situazione produttiva della zona di riferimento? è stato un caso isolato, il suo, in Italia o nella zona in questione? è sicuro che sia tutta sua responsabilità, e che non ci sia niente di oggettivamente difficile in questo momento e in questo luogo, nel qui ed ora? - è sicuro che avrebbe potuto evitare ciò che è accaduto? Come avrebbe fatto ad evitarlo, a cambiare le sorti di qualcosa che solo in parte dipendeva da lei? Crede davvero che se avesse potuto evitarlo non l'avrebbe fatto? Spesso ci sentiamo in colpa. Ma sentirsi in colpa non vuol dire essere colpevoli. Non confondiamo la colpa (ci vuole un tribunale e un giudice per questa) col senso di colpa (che viene dal nostro senso di responsabilità, che spesso amplifichiamo)....

Dipendenza da playstation

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Gentile Sabrina, buongiorno. So che lei ha scritto qui in cerca di risposte, ma a volte la risposta consiste nella domanda giusta. PERCHÈ il suo ragazzo ha bisogno di giocare così tanto alla console? In base alla mia esperienza, ho osservato che giocare per 10-12 ore a un videogame può servire a impegnare la mente in una attività priva di worries (preoccupazioni), distraendosi da queste quando sono profonde, oppure può servire a fornire una sensazione piacevole di attivazione mentale e fisiologica per contrastare il vuoto, l'inerzia, l'assenza di scopi. Il suo ragazzo ha 20 anni, immagino siate coetanei. È un momento di vita facile per voi, o sono sorte delle preoccupazioni? Sono apparse decisioni importanti all'orizzonte, come la convivenza o l'università? C'è qualcosa che può preoccupare il suo ragazzo al tal punto da fargli trovare sollievo in una attività così intensa, che anestetizzi eventuali stati d'animo o pensieri negativi? Oppure il suo ragazzo ha degli scopi? Ad esempio ambire ad una certa professione un domani, quindi studiare all'università? Oppure ambire all'indipendenza immediata, quindi trovando subito un'attività lavorativa? Da quando gioca così tanto? è successo qualcosa, prima, che può spiegare questo suo comportamento? Sta per accadere qualcosa, nel futuro immediato o più lontano, che lo può spingere a comportarsi in questo modo? Ci può essere qualcosa di grosso che lui non sa gestire? Resto a disposizione, e mi permetto di darle un consiglio, sempre basato sulla mia personale esperienza clinica: non metta in dubbio ciò che il suo compagno prova per lei. Non credo che preferisca la playstation a lei. Credo che immergersi nel videogaming gli consenta di ottenere qualcosa che non riesce a trovare in nessun altro modo, e credo che abbia le sue ragioni per fare questa immersione, ma dubito che tra le sue ragioni ci sia il non preferire la Play a lei....