Cosa sono e caratteristiche
Il déjà vu (termine francese che significa letteralmente “già visto”) è un’esperienza psicologica che descrive quella sensazione improvvisa e intensa di familiarità verso una situazione che, in realtà, si sta vivendo per la prima volta.
La prima descrizione sistematica del termine “déjà vu” nella letteratura sembra risalire al filosofo francese Émile Boirac, che nel 1876 suggerì che percezioni dimenticate potessero riemergere in forma attenuata, ingannando la mente.
Durante un déjà vu, è come se la mente riconoscesse persone, luoghi o gesti mai sperimentati prima, generando per un istante la convinzione che quell’evento appartenga al proprio passato. Questa impressione può essere così vivida da far pensare che ciò che si sta sperimentando “sia già accaduto”. La coesistenza di questi due livelli, la sensazione di riconoscimento e la consapevolezza che si tratta di una nuova situazione, crea spesso un momento di disorientamento, una sorta di doppia percezione della realtà. Molte persone descrivono il déjà vu come una sospensione mentale di pochi secondi, un attimo in cui sembra di scivolare fuori dal presente prima di “rientrare” nella scena con maggiore lucidità.
Le sensazioni associate sono varie: alcuni parlano di un ricordo vago e sfuggente, altri di una familiarità travolgente, altri ancora di un senso di estraniamento, come se si osservassero da fuori. Può comparire una lieve inquietudine, perché il cervello segnala una coerenza che non trova riscontro nella logica, e questo contrasto può far percepire l’esperienza come misteriosa, elusiva o paradossalmente “troppo reale”.
Uno degli aspetti più caratteristici è la familiarità impropria: quel preciso momento sembra già vissuto, ma non si riesce a collocare né quando né dove. Per alcuni può perfino essere accompagnato da un’emozione di “appartenenza”, una sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto; per altri, invece, genera spaesamento perché non se ne comprende l’origine.
Il déjà vu ha affascinato non solo psicologi e neuroscienziati, ma anche cinema e cultura popolare, diventando simbolo di mistero e di dimensioni “oltre la realtà”. Nel corso del tempo ha dato vita a numerose spiegazioni non scientifiche: c’è chi lo interpreta come un ricordo di vite precedenti, chi come un segno di connessione con universi paralleli, chi come una premonizione o un avvertimento. Si tratta di interpretazioni culturalmente ricche ma prive di supporto empirico, nate dal tentativo umano di dare significato a un’esperienza così intensa e difficile da spiegare.
Le teorie neuropsicologiche sul déjà vu
Dal punto di vista clinico, il déjà vu è considerato una forma di paramnesia, cioè un’anomalia del ricordo in cui una situazione del tutto nuova viene percepita come sorprendentemente familiare. È un’illusione di riconoscimento, un cortocircuito tra la sensazione di familiarità e l’assenza di un vero ricordo. Su questa descrizione di base si sono sviluppati diversi modelli neuropsicologici, che non costituiscono una teoria unica ma un insieme di ipotesi complementari che esplorano il fenomeno da più prospettive (come memoria, percezione, emozione, attività cerebrale).
Una delle teorie più accreditate vede il déjà vu come un errore nei processi di memoria. La cosiddetta “dissonanza temporale” ipotizza una lieve asincronia tra i sistemi della memoria: l’informazione verrebbe codificata e classificata come familiare troppo rapidamente, quasi “saltando” i passaggi della memoria a breve termine e finendo direttamente nei circuiti della memoria a lungo termine. Di conseguenza, una scena nuova viene etichettata dal cervello come “già vista”, generando un falso ricordo e quella sensazione di familiarità “fuori posto”.
A questa famiglia di ipotesi appartengono anche i modelli del doppio processo e della percezione divisa. In un caso, l’esperienza verrebbe registrata due volte a distanza di frazioni di secondo: la prima elaborazione, poco consapevole, e la seconda, più nitida, vengono vissute come separate, e la seconda viene percepita come già avvenuta. Nel modello della percezione divisa, invece, un rapido sguardo fugace a una scena, magari mentre l’attenzione è distratta, viene seguito da una seconda osservazione più attenta; la mente ricostruisce questi due momenti come se il secondo fosse il “replay” di qualcosa che in realtà sta accadendo ora. In entrambi i casi, lo stesso input viene trattato come se appartenesse al passato.
Un altro gruppo di spiegazioni ruota intorno alla memoria implicita e alla cosiddetta familiarità gestaltica. In alcune situazioni, la scena attuale assomiglia nella struttura generale (ad esempio, disposizione degli spazi, giochi di luce o atmosfera) a qualcosa già vissuto, ma il ricordo originario è sfocato e non accessibile in modo consapevole. Il cervello riconosce questo schema globale come familiare, ma non riesce a “agganciarlo” a un episodio preciso: ciò che emerge è una sensazione intensa di familiarità senza contesto, tipica del déjà vu. Studi sperimentali in realtà virtuale hanno mostrato che ricreare ambienti con configurazioni spaziali simili, pur cambiando i dettagli, aumenta la probabilità di evocare sensazioni tipo déjà vu, a sostegno dell’idea che la mente reagisca alla somiglianza di strutture più che a singoli elementi isolati.
Accanto alle ipotesi cognitive e mnestiche, esistono modelli più marcatamente neurologici. Il déjà vu è da tempo descritto nei pazienti con epilessia del lobo temporale come parte dell’aura preconvulsiva: piccole scariche anomale nelle regioni temporali mediali (in particolare ippocampo e aree paraippocampali) possono generare una forte e improvvisa sensazione di familiarità, spesso non riconosciuta come illusoria. Questo ha portato a ipotizzare che anche nel soggetto sano il déjà vu possa emergere da micro-irregolarità transitorie nei circuiti cerebrali che codificano la familiarità, con una breve attivazione “fuori luogo” dei sistemi deputati al riconoscimento.
Un altro filone sottolinea il ruolo dei fattori associativi ed emotivi. Qui il déjà vu viene visto come un “inganno emotivo”: la situazione presente riattiverebbe inconsciamente il clima affettivo di un’esperienza passata (paura, serenità, imbarazzo, intimità, ecc.), e il cervello scambierebbe questa familiarità interna per familiarità dell’evento esterno. Le strutture limbiche e la corteccia insulare, che integrano segnali corporei, sensoriali ed emotivi, sembrano avere un ruolo centrale in questo tipo di spiegazione.
Infine, alcune letture storiche e psicodinamiche hanno interpretato il déjà vu come espressione di un conflitto tra passato e presente: per la psicodinamica classica, ad esempio, potrebbe rappresentare una proiezione di desideri o nostalgie inconsce sul qui-e-ora, un modo in cui il passato emotivo “colora” l’esperienza presente. Queste prospettive non si oppongono alle spiegazioni neurocognitive, ma aggiungono un livello di lettura simbolico e soggettivo.
Nel complesso, le teorie convergono su un punto: il déjà vu nasce quando, per una frazione di secondo, si disallineano sistemi percettivi, mnestici, emotivi e di controllo frontale. Il risultato è un cortocircuito di familiarità: un errore di riconoscimento che, nella maggior parte dei casi, il cervello stesso “nota e corregge”, lasciandoci con quella strana sensazione di aver vissuto qualcosa che sappiamo di non aver mai vissuto davvero.
Le ricerche scientifiche sul déjà vu
La ricerca sul déjà vu è condizionata da un limite strutturale: il fenomeno è spontaneo, breve e imprevedibile, quindi difficilmente riproducibile in laboratorio a comando. Per questo i primi lavori sistematici si sono concentrati su contesti clinici, soprattutto sull’epilessia del lobo temporale, e su studi di popolazione basati su questionari.
Sul fronte neurologico, studi clinici su pazienti con epilessia del lobo temporale hanno mostrato che il déjà vu può far parte dell’aura pre-ictale: una scarica anomala nelle aree temporali mediali può produrre un’onda di familiarità intensa che il soggetto vive come assolutamente reale. In questi casi, l’esperienza non è solo un “errore riconosciuto”, ma diventa un vero e proprio sintomo, e viene indagata nelle valutazioni cliniche sia come possibile marker di epilessia temporale sia come segnale di altre condizioni neurologiche.
Un passaggio importante è stato lo studio di Brázdil e colleghi del 2012, che ha confrontato un ampio gruppo di soggetti sani che riferivano déjà vu con soggetti sani che non lo sperimentavano. Usando tecniche di neuroimaging strutturale, gli autori hanno evidenziato una riduzione di materia grigia in regioni paraippocampali nei soggetti che riportavano déjà vu. Questo pattern ricorda, sebbene in forma più blanda, quello osservato in alcuni pazienti con epilessia temporale, suggerendo che nei soggetti sani i circuiti della familiarità possano essere più “sensibili” o più facilmente attivabili, pur restando all’interno della normalità.
Su questa linea si colloca anche lo studio condotto dall’Istituto di Bioimmagini e Fisiologia Molecolare del CNR di Catanzaro. Qui sono stati confrontati pazienti con epilessia temporale con e senza déjà vu e soggetti sani con e senza déjà vu, utilizzando EEG e risonanza magnetica avanzata. I risultati indicano che, nei pazienti epilettici, gli episodi di déjà vu sono correlati principalmente ad alterazioni dell’ippocampo e delle aree temporali coinvolte nella memoria a lungo termine, sostenendo l’idea di veri e propri falsi ricordi legati all’attività epilettica. Nei soggetti sani, invece, il fenomeno sembra coinvolgere maggiormente la corteccia insulare e il sistema limbico, aree che integrano percezione, segnali corporei ed emozione. Gli autori propongono quindi che, nelle persone senza patologia neurologica, il déjà vu possa essere meglio interpretato come un richiamo emotivo o un “inganno affettivo”, più che come un difetto strutturale della memoria.
Parallelamente, la ricerca cognitiva sperimentale ha cercato di simulare qualcosa di simile al déjà vu in condizioni controllate. La psicologa cognitiva Anne Cleary e il suo gruppo hanno utilizzato ambienti virtuali tridimensionali in cui diverse scene condividevano la stessa struttura spaziale (ad esempio la disposizione di mobili e punti di riferimento), pur differendo per i dettagli visivi. I partecipanti riferivano più spesso sensazioni di déjà vu quando si trovavano in scene nuove ma configurate in modo simile a quelle già viste, rispetto a scene completamente diverse. Questi risultati sostengono l’ipotesi che una vaga somiglianza strutturale tra ambienti possa attivare la familiarità implicita e contribuire all’esperienza del déjà vu.
Studi di neuroimaging funzionale e di psicologia cognitiva suggeriscono inoltre che, durante un episodio di déjà vu, non si attivano solo le aree della familiarità (lobo temporale mediale), ma anche regioni frontali coinvolte nel controllo di realtà e nella valutazione degli errori. Come sottolineano O’Connor e altri autori, il cervello sembra accorgersi che “qualcosa non torna”: da un lato arriva un segnale di familiarità, dall’altro i sistemi di controllo non trovano un ricordo corrispondente. È proprio questa discrepanza, consapevole, a rendere l’esperienza così peculiare nelle persone sane.
Dati epidemiologici
Il déjà vu è un fenomeno tanto enigmatico quanto comune: le indagini epidemiologiche mostrano che circa il 60–70% delle persone ha sperimentato almeno un episodio di déjà vu, con una maggiore frequenza tra adolescenti e giovani adulti e una riduzione progressiva con l’età, in quanto i meccanismi di verifica e di correzione possono diventare meno efficienti.
Inoltre, l’esperienza è più comune tra individui istruiti, che viaggiano, curiosi e con atteggiamenti socio-culturali aperti, ma non sembra dipendere in modo significativo da genere o etnia.
Déjà vu e salute mentale
Nella grande maggioranza dei casi, il déjà vu è un fenomeno normale, sporadico e benigno: un breve “scarto” del sistema di memoria che compare all’improvviso, dura pochi secondi e scompare da solo, lasciando solo una traccia curiosa nella mente. Di per sé, non è considerato un segno di malattia mentale né di deterioramento cognitivo, soprattutto quando la persona è consapevole che si tratta solo di una sensazione e continua a orientarsi normalmente nella realtà.
Esistono però alcuni contesti clinici in cui il déjà vu assume un significato diverso e può essere inserito in un quadro più complesso. Nell'epilessia del lobo temporale, per esempio, l’esperienza di “già vissuto” può comparire come parte dell’aura che precede una crisi: in questi casi il fenomeno è più frequente, intenso e talvolta non viene riconosciuto come illusorio. Qui il déjà vu diventa un vero e proprio sintomo neurologico da valutare insieme ad altri sintomi.
Alcuni studi suggeriscono anche una possibile associazione tra stati d’ansia elevata e aumento della frequenza del déjà vu: non nel senso che l’ansia “causi” il fenomeno, ma che uno stato di ipervigilanza, stanchezza o stress possa rendere più probabili piccoli errori di riconoscimento e alterazioni della percezione di familiarità.
In una minoranza di casi, esperienze di déjà vu ricorrenti possono inserirsi in quadri dissociativi, in cui la persona sperimenta una sensazione di distacco da sé o dall’ambiente, oppure in disturbi post-traumatici, dove memoria, tempo e spazio possono risultare alterati: anche qui, però, il déjà vu è solo un tassello tra molti altri sintomi.
Nei disturbi neurocognitivi (come alcune forme di demenza) possono comparire distorsioni del riconoscimento e del senso di familiarità, ma in questi casi non si parla più del classico déjà vu “riconosciuto come strano”. Alcuni pazienti, ad esempio, possono essere convinti che tutto sia una replica o che “sono già stati qui” anche quando non è vero, senza mettere in dubbio la propria percezione: la familiarità non è più vissuta come un errore, ma come realtà. Qui non parliamo del comune déjà vu episodico, bensì di un’alterazione più globale dei processi di memoria e controllo di realtà.
Nel complesso, il quadro che emerge dalla letteratura è chiaro: nella popolazione sana il déjà vu è un’esperienza molto diffusa e generalmente innocua, mentre diventa clinicamente rilevante quando è molto frequente o quasi continuo, non più riconosciuto come illusione, o associato ad altri sintomi neurologici o psichiatrici. In questi casi è opportuno un inquadramento specialistico, non tanto per il déjà vu in sé, quanto per ciò che può indicare sul funzionamento globale del cervello e della mente.
Come gestire il déjà vu: consigli pratici
Per la maggior parte delle persone il déjà vu è un episodio curioso più che un problema, ma quando diventa intenso o provoca disagio può aiutare avere qualche strategia per gestirlo. Il primo passo è normalizzare l’esperienza: sapere che è molto comune e non è un segno di “follia” riduce l’ansia che spesso amplifica la sensazione. Anche dirsi mentalmente “passerà tra pochi secondi” aiuta a contenere lo spaesamento.
Può essere utile riconnettersi al presente, osservando dettagli concreti dell’ambiente (colori, suoni, oggetti) e facendo respiri lenti. Le pratiche di mindfulness e rilassamento rendono più semplice lasciare scorrere l’esperienza senza allarmarsi. Se l’episodio diventa fastidioso, spostare il focus su un’attività concreta (parlare con qualcuno, camminare, riordinare) aiuta a interrompere l’effetto di “mente bloccata” sulla sensazione.
Anche uno stile di vita equilibrato (sonno, gestione dello stress, movimento) contribuisce a rendere meno probabili questi piccoli “inceppi” percettivi.
L’atteggiamento è fondamentale: guardare al déjà vu con curiosità piuttosto che paura cambia completamente il modo in cui lo si vive.
Se però gli episodi diventano molto frequenti, generano forte preoccupazione o compaiono insieme ad altri sintomi cognitivi o percettivi, è consigliabile parlarne con uno specialista. Chiedere una valutazione non è un segno di fragilità, ma un atto di tutela verso se stessi: permette di distinguere tra un fenomeno fisiologico e situazioni che meritano un approfondimento.
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