Le generazioni della terapia cognitivo comportamentale

Pubblicato il 25 maggio, 2018  / Psicologia e dintorni
terapia cognitivo comportamentale

La psicoterapia cognitivo comportamentale (PCC), che negli ultimi 30-40 anni si è sempre più diffusa grazie all’enorme mole di ricerca scientifica a supporto della sua efficacia, è una disciplina estremamente dinamica, tanto che oggigiorno si parla già della sua cosiddetta terza generazione. Ma cerchiamo di fare un po’ di chiarezza a riguardo e di capire cosa si intende.

Negli anni 70 del secolo scorso, primariamente negli Stati Uniti, nasce la prima terapia comportamentale (prima generazione della PCC), basata sugli studi di laboratorio di Watson, Skinner, Bandura, ecc., che avevano descritto i meccanismi alla base dei processi di apprendimento umano, quali il condizionamento classico e operante e l’apprendimento osservativo. E’ così che Wolpe e altri suoi colleghi si proposero di applicare tali conoscenze in ambito clinico, ipotizzando che le risposte emotive problematiche (es. di ansia estrema) fossero frutto di “errati” apprendimenti che si mantenevano nel tempo a causa di comportamenti istintivi ma disfunzionali (rinforzatori).

Ne derivarono tecniche storiche, che hanno rivoluzionato l’efficacia della psicoterapia, consentendo di ottenere eccellenti risultati in tempi relativamente brevi nel trattamento dei principali disturbi clinici, quali la desensibilizzazione sistematica, la token economy, le tecniche di esposizione, quelle di rilassamento, il problem solving, l’attivazione comportamentale, il training di assertività, l’esposizione con prevenzione della risposta, ecc. Tali tecniche sono diventate nel tempo sinonimo di terapia comportamentale e numerosi trial clinici ne hanno dimostrato la grande efficacia, spesso superiore a quella degli psicofarmaci (es. antidepressivi).

Negli anni 80, Aron Beck ed Albert Ellis, psicoanalisti scontenti dei risultati del proprio approccio terapeutico, si sono dedicati all’analisi del flusso di pensieri (cognizioni) che attraversano la mente di coloro che soffrono di disturbi psicologici, alla ricerca delle differenze qualitative fra questi e quelli delle persone “sane”.

Hanno così costruito le teorie cognitive della psicopatologia (seconda generazione della PCC), individuando concetti fondamentali quali quello di pensiero automatico negativo, distorsione cognitiva, credenza disfunzionale e schema maladattivo. Il modello cognitivo del funzionamento mentale ha consentito di sviluppare numerose tecniche di valutazione e trattamento cognitivo, volte a individuare i costrutti suddetti e a modificarlo attraverso il processo di ristrutturazione cognitiva, con indubbi benefici in termini di benessere psicologico. Cambiando certi pattern di pensiero negativo e disfunzionale, infatti, si ottengono modificazioni importanti delle reazioni emotive di ognuno a parità di situazione di vita. Anche le teorie e le tecniche della terapia cognitiva sono state oggetto di una mole enorme di ricerca scientifica che le ha supportate, pur non riuscendo a dimostrare la superiorità di queste rispetto alla terapia comportamentale.

A partire dagli anni 90 comunque la terapia cognitiva e quella comportamentale sono state via via sapientemente integrate per dar vita a quella che oggi tutti conosciamo come psicoterapia cognitivo-comportamentale, che ha consentito di sviluppare protocolli di intervento estremamente validi per i principali disturbi clinici e, più recentemente, anche per i disturbi della personalità. Non a caso, la PCC è diventata in tutto il mondo la terapia di elezione, consigliata spesso come prima scelta di trattamento nelle principali linee guida internazionali sulla salute mentale.

Più recentemente, agli inizi del secolo in corso, grazie anche all’influsso della psicologia orientale e alla diffusione delle pratiche meditative di mindfulness, che professano un approccio verso le proprie emozioni e pensieri negativi volto primariamente alla loro accettazione anziché al loro controllo, si sono affermati i cosiddetti modelli della terza generazione della PCC.

Questi modelli adottano un approccio meno volto a fornire al paziente strategie e strumenti per identificare specifici comportamenti o specifici pensieri/credenze disfunzionali, bensì intervengono primariamente sui processi cognitivi, ovvero su come le persone reagiscono a livello mentale alla comparsa di pensieri ed emozioni negative (considerate entro un certo limite naturali).

Si tenta così di intervenire primariamente a livello metacognitivo, ovvero su come noi stessi ci rapportiamo con ciò che vediamo accadere nella nostra mente. Diventano quindi oggetto dell’intervento tutti quei processi disfunzionali quali il rimuginio, la ruminazione, il tentativo di controllo dei pensieri e delle emozioni, la focalizzazione dell’attenzione sulla minaccia, ecc., considerati fonte di mantenimento della sofferenza fino a generare psicopatologia.

In quest’ottica sono state sviluppate terapie quali l’acceptance and commitment therapy (ACT), la terapia metacognitiva (TM), la terapia cognitiva basata sulla mindfulness (MBCT), la compassion focused therapy (CFT). Si tratta di modelli che hanno sottili differenze tra loro ma si rifanno ai principi suddetti, andando ad arricchire gli strumenti a disposizione del terapeuta cognitivo comportamentale che, pur non rinnegando gli approcci di prima e seconda generazione, potrà in taluni casi preferire adottare modalità più orientate ai processi che ai contenuti, massimizzando le possibilità di aiutare i propri pazienti a star meglio in tempi relativamente brevi.

Ancora una volta, come doveroso in una disciplina scientifica, ACT, TM, MBCT e i vari altri modelli di terza generazione sono stati sottoposti a rigidi studi di efficacia, con risultati eccellenti che incoraggiano allo sviluppo e alla applicazione su larga scala della disciplina.