Il percorso che va dall'adolescenza alla maturità

Pubblicato il 7 giugno, 2018  / Psicologia e dintorni
adolescenza

Durante quegli anni compresi tra il sorgere della coscienza e la fine dell'adolescenza dobbiamo diventare la persona grande che si occupa di sé stessa.

Nella fase, precedente all'adolescenza, chiamata latenza, che va dai 7 ai 10 anni, il nostro compito è di acquistare nuove capacità cognitive e una maggiore stabilità, che ci permetterebbero di raddrizzare i nostri bisogni inopportuni.

Nella latenza scopriremo, con stupore e sollievo, che i nostri genitori non sono infallibili e troveremo un nuovo gruppo a cui somigliare e da amare.

Con la tempesta dell'adolescenza, ancora a venire, indirizzeremo le nostre passioni e le energie verso l'apprendimento; è attraverso ciò, che apprenderemo a leggere e ad acquistare un senso di padronanza.

Nella latenza sviluppiamo un senso di operosità.

L'analista Erikson, che descrive gli stadi e le sfide del ciclo vitale, intende la latenza come quello stadio in cui sviluppiamo “un senso di operosità”, considera che i bambini si sentono insoddisfatti o annoiati senza la sensazione di poter fare delle cose e farle bene.

La nostra identità sessuale e la nostra immagine di quello che a questa età si può fare vengono chiarite e confermate dall'appartenenza a quel gruppo che esalta il nostro senso di appartenenza.

Alcuni posso ricordare quel periodo dell'infanzia come difficile, solitario, confuso, eravamo timidi, venivamo lasciati in disparte, altri invece ricordano quegli anni piani di amicizie e di risate.

La latenza finisce verso il dieci anni, poi viene la prepubertà e poi la pubertà, caratterizzata dallo sviluppo sessuale, infine l'adolescenza.

Ma perfino i più ansiosi di crescere hanno desideri segreti di restare nel mondo dorato dell'infanzia.

Nell'adolescenza la normalità viene definita da uno stato di disarmonia e di conflitti. Gli sbalzi d'umore sono caratteristici di questa fase e creano comportamenti incoerenti e imprevedibili.

Lottare contro i propri impulsi e soddisfarli, amare i genitori e odiarli, identificarsi con loro e rivoltarsi contro di loro.

Queste fluttuazioni di estremi indicano che ci vuole tempo prima che emerga una struttura adulta della personalità.

C'è un percorso dell'adolescenza che va dalla pubertà oltre i diciotto anni.

  • nella prima adolescenza ci preoccupiamo dei cambiamenti fisici
  • nella media adolescenza si può iniziare a chiedersi e domandare: chi sono io?
  • nella tarda adolescenza temperiamo la durezza della nostra coscienza.

L'identificazione è uno dei processi centrali, nella adolescenza. Le nostre prime identificazioni tendono ad essere globali, a racchiudere tutto, mentre, con il tempo ci identifichiamo solo in parte e selettivamente.

Le persone con cui ci identifichiamo sono importanti per noi e i nostri sentimenti verso di loro sono intensi. La gran parte delle identificazioni avviene al di fuori della nostra consapevolezza, inconsciamente.

Spesso ci identifichiamo per affrontare la perdita, conservando dentro di noi aspetti, comportamenti di qualcuno che dobbiamo lasciare.

L'identificazione ci può servire per restare “attaccati” e, nello stesso tempo abbandonare.

Le nostre prime identificazioni saranno le più influenti e daranno forma a tutto quello che verrà in seguito.

Farsi strada verso sogni di perfezione è la garanzia per non sentirsi sempre in gamba ed è la garanzia verso un fallimento dietro un altro.

Crescere significa accorciare le distanze tra i sogni narcisisti della nostra infanzia e le effettive possibilità.

E attraverso tutte queste fasi dobbiamo digerire una serie di perdite necessarie, mentre ci separiamo affettivamente dai nostri genitori. Questa separazione, questa perdita dell'attaccamento più intimo della nostra vita fa paura ed è sempre molto triste.

Scrive Peter Blos “L'individuazione adolescenziale si accompagna a sensazioni di isolamento, solitudine e confusione. La realizzazione della fine dell'infanzia crea uno stato di urgenza, di timore, di panico.”

Molti adolescenti cercano di rimanere indefinitamente in una fase transitoria di sviluppo; questa condizione si chiama – adolescenza prolungata.

Per molti adolescenti crescere vuol dire abbandonare innocenza e illusioni. Ma, diventare adulti significa essere responsabili, prendere degli impegni, rispettarli, farcela da soli.

Ma significa anche che non possiamo scaricare su un'infanzia tremenda, sull'ignoranza, sull'innocenza la colpa di azioni che sono nostre, perché se le compiamo, ne siamo responsabili.

Arriva un tempo in cui non ci è permesso di non sapere.

Così, poco prima o poco dopo i vent'anni raggiungiamo la fine dell'infanzia, abbiamo lasciato un posto sicuro e non possiamo tornare a casa.

Ci siamo spostati in un mondo dove la vita non è leggiadra, dove raramente è quella che dovrebbe essere.

Crescere è difficile, ma sapere tutto questo e riconoscere ciò che siamo e ciò che potremmo essere sono le doti principali di un adulto responsabile. La libertà di scegliere che riceviamo lasciando l'infanzia è il peso e il dono che riceviamo lasciando l'infanzia e che portiamo con noi.

COME LE PRIME ESPERIENZE PASSATE POSSONO INFLUENZARE IL NOSTRO PRESENTE

Essere adulti significa essere responsabili delle azioni che sono nostre, tuttavia il peso dei desideri e delle difese che ci siamo creati per vivere quando eravamo piccoli e inermi può, in qualche modo, aver creato “il nostro copione” che rivive, mettendo limiti alla nostra libertà di determinazione.

L'influenza del passato la si sente soprattutto nei momenti di debolezza, fragilità e sono soprattutto le esperienze dei primi anni di vita che possono rivivere inconsciamente, attraverso atteggiamenti e comportamenti del passato.

Esse preparano il terreno per ciò che avverrà e per come l'individuo sperimenterà gli eventi futuri.

Le perdite e le separazioni premature della propria infanzia possono alterare il modo in cui affronteremo in seguito le perdite inevitabili della vita. Per esempio, temendo la separazione, si ripete, senza volerlo, la propria storia, il nostro passato, in altri ambienti, con altre persone.

Esiste un modello che divide la mente in tre istanze:

  • il Super Io, la nostra coscienza, il nostro giudice interno,
  • l'Io il luogo della percezione, memoria, azione, pensiero, emozioni, difese e coscienza di sé,
  • l' Es, il territorio dei nostri desideri.

L' Es, che noi chiamiamo il nostro Sé profondo ha origine, come lo descrive Winnicott, nei nostri primi rapporti tra madre e figlio con risposte che dicono: “Tu sei quello che sei e provi quello che provi”, questo ci permetterà di credere alla nostra stessa realtà, questo ci persuade a mostrare il nostro piccolo, fragile Sé, ma se invece la madre, interpreta i bisogni del bambino o li sostituisce con i suoi, non possiamo avere fiducia di quello che facciamo e proviamo.

Questo può farci sentire aggrediti, ripudiati e non potremmo quindi difendere il nostro vero Sé, costruendo un falso Sé.

Questo falso sé è compiacente, sembra dire “Sarò ciò che vorrai che io sia.”

La sua crescita spontanea è stata differita, si conferma al modello imposto dall'esterno.

Qualcosa è andato storto nello sviluppo di un fiducioso profondo amore per se stessi.

Abbiamo bisogno, prima di esaltarci nella grandiosità, di essere visti come rari e straordinari, abbiamo bisogno di esibirci davanti ad uno specchio che rifletta la nostra ammirazione per noi stessi e abbiamo bisogno di un genitore che agisca come quello specchio. Quando nostra madre e nostro padre possono fare questo per noi, diventano come parti di noi, che possiamo far nostre.

Provvisti di questi ingredienti vitali per la formazione di un Sé, li possiamo poi abbandonare piano piano, li possiamo trasformare in qualcosa di più realistico, di dimensione umana.

E' un amore per se stessi che ci lascia liberi di amare gli altri, ma senza questa dose di narcisismo restiamo staccati ad uno stadio di narcisismo arcaico e infantile.

Gli altri possono allora diventare, per noi, non i compagni di una relazione ricca di sollecitudine reciproca, ma invece mezzi per procurarci quelle parti mancanti di sé.

Così, il narcisista cerca gente pronta ad ammirare, sperando di far propria quella ammirazione.

E' importante però tenere a mente che, a volte, i genitori “sufficientemente buoni” non sono capaci di ingranare con un particolare bambino e, se c'è danno, può essere il risultato di una spiacevole incompatibilità e non di indifferenza, incompetenza o brutalità.

Ma, qualunque sia la causa, la mancanza di queste cruciali esperienze di rispecchiarsi negli occhi della madre portano danno al Sé, cioè, a quella parte più profonda di noi stessi.

LA COAZIONE A RIPETERE

Nella natura umana c'è un impulso a ripetere.

In termini tecnici si chiama “coazione a ripetere”: ci obbliga a ripetere continuamente ciò che abbiamo già fatto, nel tentativo di restaurare uno stato precedente. Ci obbliga a trasferire il passato, i nostri più antichi desideri, le difese verso questi, nel presente. Ripetiamo il passato, riproducendo le condizioni più precoci, anche se queste possono essere particolarmente difficili.

Così quelli che amiamo e il modo con cui amiamo sono rivisitazioni inconsce della prima esperienza, anche quando la rivisitazione ci porta dolore.

Reciteremo le stesse vecchie tragedie, a volte al di fuori della nostra consapevolezza, a meno che non intervengano consapevolezza e una profonda conoscenza di sé.

Ripetere quello che c'è di buono ha un senso, ma è difficile capire la coazione a ripetere quando causa dolore. La coazione a ripetere può essere intesa come uno sforzo per riscrivere il passato. In altre parole lo facciamo di nuovo e poi ancora di nuovo, nella speranza che l'ultima volta il finale sia diverso.

Continuiamo a ripetere il passato, quando eravamo senza risorse e le decisioni venivano prese sulla nostra testa, cercando di governare e cambiare ciò che è già accaduto.

Quando ripetiamo esperienze dolorose rifiutiamo di seppellire i nostri fantasmi. Continuiamo a rivendicare, ad alta voce, ciò che non può accadere.

Dobbiamo rinunciare a quella speranza, dobbiamo abbandonarla, perché non possiamo salire su una macchina del tempo, ridiventando i bambini che eravamo e ottenere ciò che volevamo tanto disperatamente. I giorni per ottenere quelle cose sono finiti, passati, trascorsi. Abbiamo bisogni che possiamo soddisfare in modi diversi, in modi migliori, in modi che possono creare esperienze nuove. Ma fino a quando ci concediamo di abbandonarci a quel passato, siamo costretti a ripeterlo.

BIBLIOGRAFIA

  • Carotenuto Aldo, Le lacrime del male, Milano, 2004
  • Viorst Judith, Distacchi, Milano, 1986
  • Miller Alice, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé, Gravellona Toce, 2012
  • Winnicott D.W., Dalla pediatria alla psicoanalisi, Firenze
  • Freud Sigmund, Al di là del principio del piacere, Torino,1975
  • Freud Anna, Normalità e patologia del bambino, Milano, 1965
  • Jung Carl, Opere, Boringhieri, Torino
  • Klein Melanie, Il lutto e la sua depressione con gli stati maniaco-depressivi, in Scritti, Torino, 1978
  • Mahler Margaret, La nascita psicologica del bambino, Torino, 1978
  • Piaget Jean, Problemi evolutivi, in Problemi sociali dell'adolescenza, Torino, 1979

LETTURE CONSIGLIATE

  • Genitori si diventa, Rosci, Giunti
  • Genitori che amano toppo, Thomson, Mondadori
  • Dalla parte dei genitori, Navarro, Franco Angeli
  • I bambini che si perdono nel bosco, Canevaro, La Nuova Italia
  • Lettera a un adolescente, Andreoli, Rizzoli
  • Lettera a un insegnante, Andreoli, Rizzoli
  • Colloqui con i genitori, Winnicot, Raffaello Cortina