I risvolti psicologici del Covid-19

Stili psicologici individuali e modalità di reazione al Coronavirus

Pubblicato il 17 marzo, 2020  / Psicologia e dintorni
coronavirus

In questo lasso epocale contingente di comprovata anomalia, in cui siamo obbligati a fronteggiare una concatenazione di richieste congiunte, imputabili all'intervento di una situazione infettiva, che va ad interessare a cascata i piani -sanitario, -sociale, -lavorativo e familiare della nostra sfera esistenziale, alle persone viene chiesto parallelamente di:

  • sostenere una percezione di pericolo per un tempo non definito, una gestione ed autoregolazione della correlata emozione di ansia,
  • operare un adattamento significativo a livello lavorativo (riduzione delle ore di servizio da espletare e/o modificare le stesse in modalità di smart working),
  • plasmarsi alle neo richieste familiari,
  • riadattarsi ai ridotti spostamenti, incluse le restrizioni nell'impiego dei trasporti pubblici (cornice di promiscuità e di rischio maggiorato).

Tutte le richieste sopra menzionate costituiscono una fonte di stress psicologico.

A fronte di suddetto stress, riaffiorano tratti di personalità, meccanismi di difesa e funzionamenti psicologici stabilmente strutturati in noi, vale a dire acquisiti ed automatizzati.
La neo-problematica riattiva, di fatto, aspetti pregressi e di funzionamento psichico che pescano in un substrato di personalità già funzionante, (tradotti in modalità di reazione e nella propensione peculiare in ciascuno di noi di fare fronte ai problemi); in tal senso, più probabilmente un soggetto tendente a sviluppare ansia, riattiverà il proprio medesimo meccanismo (di accensione dell'ansia). Si intenda questo individuo come avente un substrato di personalità, o un funzionamento psichico orientato a vivere con frequenza più elevata stati di ansia, per quantità e/o per qualità dell'ansia sperimentata.

Similmente, un individuo che si sia strutturato adottando un meccanismo paranoide, tenderà, anche a fronte di questa situazione stressogena corrente, ad attivare un funzionamento di pensiero di tipo paranoideo.
Il soggetto che impiega una modalità di pensiero paranoide è propenso con frequenza significativa a vivere e percepire lo stato circostante e/o gli individui che lo abitano, permeandovi interpretazioni ostili nei propri riguardi o attribuzioni di significato di tipo paranoide o malevolo.

In questo nostro frangente temporale si rilevano talune manifestazioni cliniche, al pari osservabili di sovente anche in strada, nelle piazze, o entro gli esercizi pubblici (sino a che il decreto governativo più recente non avesse disposto la loro ulteriore chiusura).
La frustrazione e la rabbia suscitate dalla richiesta adattiva allo stimolo esterno (da intendere quale richiesta di cambiamento), vengono dirette sull'oggetto bersaglio: il cinese, ritenuto responsabile, causa e fonte della situazione disagevole in essere.
"Per me è tutta colpa dei Cinesi. I Cinesi sono s******, l'ho sempre detto anche prima! Stro***... stro**** non salutano, non ti guardano quando passi".
In gergo clinico l'elemento 'cattivo' è posto fuori di me, al di fuori di questa stessa mia cultura (occidentale) e tanto più egli è "diverso", tanto più è facilmente attaccabile.
Questo meccanismo obbedisce alle leggi inconsce secondo cui avverto il bisogno inconsapevole di dirigere su un elemento la colpa, l'origine, la causa del disagio corrente.

Altre volte, la rabbia viene direzionata verso le istituzioni, figure governative regolarmente accusate di inefficacia, inabilità, fiacchezza, inettitudine:
"Se si fosse fatto in un altro modo adesso l’avremmo sfangata", “Se si fosse gestita da subito con maggiore restrizione oggi non saremmo a questo punto”, “Se avessero chiuso le frontiere prima”  eccetera eccetera… il senso di difficoltà e la frustrazione individuale sono inaccettabili, di conseguenza, la psiche si costruisce soluzioni che avrebbero potuto “evitare” tale richiesta emotiva corrente, ci si immagina scenari alternativi per sollevarsi dal disagio e dall’irritazione attuali, certamente “la figura politica preposta”, magistralmente permeata da una pennellata di onnipotenza, (prima che i dati emergessero, vale a dire in epoca antecedente a quando gli elementi di realtà delineassero un quadro su cui esaminare una strategia di intervento), “i sapienti, gli scienziati”, avrebbero potuto agire diversamente per evitare, oggi, il disagio e la fatica psicologica che io sto avvertendo.

Alcuni soggetti avvertono un genuino e autentico sentimento di catastrofismo, che avviluppa irreparabilmente ogni residuo margine di aggancio ad una abilità di ragionamento logico-razionale:
"Oddio, moriremo tutti. L'umanità sarà decimata, questa è la fine".

Tendenza a negare:
il meccanismo di difesa della negazione o della banalizzazione si attiva per ridurre o azzerare il sentimento profondo di annichilimento e di effetto scioccante che un evento stressogeno porta con sé.
La negazione o il ridimensionamento, che inizialmente la grande maggioranza dei soggetti opera, risponde all'obiettivo inconscio di allontanare la fonte di stress, implicitamente è un 'prendere tempo', un tempo utile psichicamente per meglio elaborare la richiesta.
(Necessariamente, il meccanismo della negazione risulta funzionale ed opportuno in una sola fase iniziale, essa dovrebbe auspicabilmente lasciare spazio, in seconda istanza, all'acquisizione di consapevolezza della cornice di realtà).
Successivamente all’azione del meccanismo di negazione, dunque, subentra per la stragrande maggioranza degli individui l’accettazione, ovvero la fase in cui si inizierà -a convivere in maniera non più conflittuale con le nuove condizioni restrittive e -ad adottare indicazioni igieniche e condotte finalizzate al contenimento della propagazione virale.

Assumere talune condotte precise (stare a casa, attuare azioni igieniche, evitare gli assembramenti di persone, rispettare le distanze di sicurezza) consente al soggetto (una volta superata la fase di negazione e di rabbia sopra accennate) di recuperare una sensazione di controllo, sia pure parziale, sul rischio.
Ossia, a fronte di un rischio che suscita in me una emozione di paura terrificante, mediante questi comportamenti, riprendo la percezione rassicurante di poter esercitare un controllo personale sul rischio stesso.

Una percentuale di soggetti, infine, manifesta una propensione all’ipocondria, intesa come la tendenza eccessiva a sviluppare preoccupazione per il proprio stato di salute, destinando attenzioni, tempo ed interesse meticoloso al fine di percepire ogni minimo segnale proveniente dal proprio organismo come un segno inequivocabile di infezione da Coronavirus  (si osservi che segnali organici di eventuale alterazione, modificata funzionalità, oppure normofunzionalità alla quale semplicemente prestiamo più accurato e più diligente ascolto, non configurano già automaticamente la sussistenza di sintomi!).