Un sintomo per amico

Pubblicato il 13 aprile, 2015  / Psicologia e dintorni
Un sintomo per amico


Non più un nemico da combattere, un disturbatore da abbattere senza pietà e ad occhi chiusi! Al contrario un compagno, un nostro alleato: un amico che ci mette in guardia, che ci chiede di ascoltarlo. Magari di interpretare insieme al terapeuta le sue parole. E una volta che ci avrà detto le “sue ragioni” se ne andrà per la sua strada, salutandoci calorosamente.

Molto spesso si sente parlare di eliminazione drastica dei sintomi: chi ne soffre ricorre a psicofarmaci, chiede una terapia psicologica da combattimento, può affidarsi anche ad altri metodi, a volte “artigianali”, pur di liberarsene, sradicarli, farli sparire e non pensarci più.

Non si può biasimare che agisce così: il sintomo va certamente fatto sparire ma non senza esserci fermati ad ascoltarlo per bene. Prima di eliminarlo è necessario mettersi all’ascolto di quello che ha da dirci. Magari con l’aiuto del terapeuta per interpretare il suo linguaggio. Perché il sintomo ha tante ma tante cose da raccontarci di noi prima di “partire” e tornare da dove è venuto.

Il sintomo è il prodotto di una situazione per noi dolorosa che non riusciamo ad elaborare in modo del tutto cosciente tramutandosi in disturbo “bizzarro” (disturbo d’ansia, depressivo, ossessivo compulsivo ecc).

Un sintomo per amico

E come un mito, un sogno, va interpretato e inserito nel contesto del paziente.

Il sintomo viene a dirci che qualcosa nella nostra vita non va. Ci invita a fermarci a riflettere, metterci in gioco. Una crisi di panico non è fine a se stessa che viene tanto per venire. Dietro c’è una ragione e una storia, una struttura psichica, familiare, relazionale di un certo tipo che ad un certo punto per il paziente non è più funzionale.

Ma perché, ci si può chiedere, semplicemente non mi dico che ho un problema? Perché sviluppare uno o più sintomi?

I sintomi hanno una funzione economica, in termini di economia psichica: in qualche modo cerco di non affrontare la situazione dolorosa che sta alla base, in parte rimuovendola o trovando altri sfoghi favorendo così la formazione del disturbo. Un disagio relazionale, amoroso o affettivo è spesso troppo intenso ed è difficile, troppo difficile, da sopportare. Allora lo accantono ma il problema resta e si tramuta in un sintomo strano, bizzarro ma che tuttavia si può comunque controllare (come la paura di andare in metro o in aereo ad esempio: basta che in metro o in aereo non ci vada o ci vada “sedata”). Se il sintomo mi distrae dal mio reale problema e finché cerco di eliminarlo senza ascoltarlo non evolvo né personalmente né all’interno di certe dinamiche relazionali o familiari invischiate, non permetto a meccanismi non evolutivi di sbrogliarsi e favorire un sano sviluppo del sistema.

Ma il sintomo è anche un modo di dissentire, sottrarsi al pensiero unico dominante sociale: Pietro Barbetta nel suo libro La follia rivisitata, sostiene che la follia è un modo di dissentire dal pensiero unico. E lo sostiene anche Paola Leonardi in Saperi e Sapori delle donne, che scrive di depressione come di una protesta.

Penso per esempio che anche nelle compulsioni o nel disturbo da accumulo il paziente protesti verso chi magari gli impone un modo di essere che non sente suo, rispetto a un pensiero che gli viene inculcato e che non è il suo.

O in genere dissentire rispetto una cultura che non ci appartiene.

Il nostro amico sintomo ci viene a far visita, chiede di bere un thè con i pasticcini assieme a noi perché deve parlarci di cose molto ma molto importanti, vuole trasformarci e farci stare meglio.

Chiede anche la presenza di un altro ospite che può capirlo meglio, il terapeuta.

Approfittiamo di lui. Interpretiamo le sue parole, essendo sempre consapevoli che non ci sono risposte giuste ma vie più funzionali per il migliore sviluppo della persona.