La psicopatologia vista nell’ottica dei BAMBINI NASCOSTI che più o meno sono dentro ognuno di noi … e vogliono crescere

Quando il bambino nascosto ti disturba, non ti fa essere te stesso, ti chiede aiuto e hai bisogno di farlo crescere

Pubblicato il 18 novembre, 2016  / Psicologia e dintorni
La psicopatologia vista nell’ottica dei BAMBINI NASCOSTI che più o meno sono dentro ognuno di noi … e vogliono crescere

In parallelo allo sviluppo biologico del bambino, che cresce e diventa grande fisicamente, c’è il suo sviluppo psicologico. Nelle situazioni di normalità, il bambino cresce e cresce insieme a lui il suo bambino psicologico. Non succedono traumi e blocchi, si superano le fasi dello sviluppo e si è sempre se stessi, fino a quando si diventa adulti.

C’è un buon rapporto tra il proprio inconscio e la propria coscienza.

Se invece per un motivo o un altro questi bambini si bloccano e non crescono più, rimangono piccoli dentro alla persona che da bambina o adulta crescendo ha bambini interni che lo disturbano e lo comandano.

E allora lo psicologo è proprio lì per aiutare questi bambini a crescere. Invece di parlare di inconscio “disturbato”, Alba Marcoli, nei suoi libri, (vedi per esempio il suo primo libro il bambino nascosto, Oscar Mondadori, 1993) ci ha insegnato che ognuno nasce fin dalla nascita con dei bambini che possono diventare nascosti, e che quindi devono crescere dal punto di vista psicologico.

Ho costatato nella mia esperienza clinica che questi bambini esistono eccome e sono tre. Il bambino “abbandonico”, il bambino “edipico”, che è quello legato all’autostima, e il bambino “sessuale”.

Rispolveriamo la teoria della Mahler, della separazione individuazione, e la teoria del complesso edipico di S. Freud.

Il primo bambino, quello abbandonico, cresce se nei primi mesi e anni di vita non succede niente di traumatico, e supera verso il terzo anno la fase simbiotica e si separa dalla mamma.

Il secondo bambino, quello edipico, cresce dal 4-5-6 anno di età, e poi in adolescenza, fino a diventare adulto con una buona dose di autostima e solidità della sua personalità. Vive il conflitto con la figura parentale di riferimento e se lo supera diventa adulto.

E lo stesso fa il terzo bambino, quello sessuale, che se non si blocca acquista l’identità di genere del genitore dello stesso sesso, dopo essersi identificato con lui.

Se però succede nei primi mesi di vita o addirittura nell’utero un trauma, il bambino può interrompere la sua crescita e rimanere bloccato, il primo, e successivamente può succedere anche gli altri due.

Ecco la psicopatologia, quando questi bambini rimangono bloccati e quindi si interrompe la loro crescita e rimangono nascosti sotto la parte adulta grande della persona. Anche la psicopatologia psichiatrica c’è quando questi bambini sono molto forti e per placarli bisogna prendere i farmaci. Il lavoro da fare è prendere per mano questi bambini e farli crescere, fino a quando si reintegrano nella personalità dell’adulto, e non si sentono più, spariscono i sintomi, e l’adulto si riappropia di se stesso, non è più guidato dalla parte bambina, che non gli consentiva di essere se stesso.

Dopo tanti anni di esperienza clinica vorrei condividere la teoria del “bambino nascosto” di Alba Marcoli, che insieme con la teoria della Mahler della separazione – individuazione, sono state la base su cui ho fondato per anni il mio lavoro di psicologo clinico. Io consiglio a tutti di leggere il libro Il bambino nascosto, di Alba Marcoli, Oscar Mondadori, 1993, e gli altri suoi libri. Questo libro è molto importante perché parla del bambino nascosto che c’è dentro ognuno di noi. Come dice la stessa Marcoli, a pag. 8:

“Può essere che a poco a poco possiamo imparare a vedere e ad ascoltare in modo diverso i bambini che ci camminano accanto nella vita e a sfiorare con mano più leggera e rispettosa il mondo fragile e prezioso dei loro sentimenti e delle loro emozioni”.

Nella mia esperienza come psicologo clinico, sia con gli adulti che con i bambini che con gli adolescenti, ho potuto validare la teoria della Marcoli, riscontrando dentro le persone “disturbate” questi bambini interni che devono crescere.

Quando parliamo di inconscio e di psicopatologia noi possiamo a volte spaventare i nostri pazienti. Perché dare l’etichetta di psicotico, nevrotico, borderline, schizofrenico, bipolare, depresso, anoressico ecc. ecc.?

E’ meglio non dare etichette diagnostiche stigmatizzanti, perché di solito sono etichette di mali spesso incurabili o molto difficili da curare. E’ meglio per i nostri pazienti, è più semplice e meno spaventoso, e più prognostico, parlare di un bambino o di più bambini interni che soffrono, che piangono, che stanno male, che a volte gioiscono, a volte anche troppo, che hanno sempre emozioni forti e intense, ma che fondamentalmente possono e devono crescere, lo chiedono loro stessi, proprio perché sono tristi e pieni di paura, perché sono rimasti intrappolati dentro la parte adulta.

Sì, il punto centrale è che devono e possono crescere! Perché sono nascosti dentro di noi e non riescono a parlare, a farsi sentire, si sentono soli, e possono parlare solo attraverso i sintomi, come per esempio le allucinazioni, ma nessuno li vuole mai ascoltare.

Per esempio, come vedremo, nella psichiatria vengono zittiti dai farmaci. I bambini nascosti sono tristi, soli, a volte disperati, cercano sempre di imporre la loro legge, urlano disperatamente e la parte adulta non li sente, o se li sente ascolta i sintomi fastidiosi e li vuole cancellare, zittire, eliminare, specialmente se sono allucinazioni, e cioè se queste voci sono proprio dei pensieri o voci vere esterne che si sentono.

Sì, le allucinazioni, per esempio, non le vuole sentire nessuno, fanno estremamente paura, ma non sono altro che questi bambini che parlano, e se nessuno li ascolta appunto questi bambini non hanno altra possibilità che esprimersi direttamente attraverso le allucinazioni, veri e propri discorsi detti in diretta alla loro parte grande.

Se la parte grande non li vuole ascoltare, loro urlano ancora più forte, per farsi sentire, fino al punto che vengono odiati dalla parte grande della persona, fino a quando la persona decide con l’aiuto dello psicologo di prenderle per mano, di prendere per mano questi bambini, che così sono contenti, la smettono di urlare e si mettono a parlare, a dire quello che vogliono, con calma, perché c’è sempre un motivo della loro esistenza, ogni loro parola ha un senso, bisogna capirlo, dargli significato, e poi elaborarlo insieme a lei, dargli un senso, e fare in modo che questa parte bambina cresca, in modo tale che poi l’adulto si libera dei sintomi.

Ma questo lavoro da soli è difficile, bisogna farlo con lo psicologo. Perché da soli si ha la tendenza ad ascoltare questi bambini interni, e fare quello che dicono, specialmente se sono allucinazioni, piuttosto che comprenderli ed elaborare perché parlano e il contenuto di quello che dicono. E’ difficile accettare che esistono.

C’è sempre un significato nascosto che va oltre le parole che dicono questi bambini. Bisogna comprenderlo e farlo elaborare al paziente. Per esempio spesso nelle allucinazioni e nelle ossessioni la persona è sempre più attenta ai comandi che gli vengono imposti, e cioè ai sintomi, piuttosto che a capire il vero significato di essi, che magari è diverso, anzi il più delle volte è diverso.

Ecco perché c’è bisogno di una persona che ti aiuta, di un terzo esterno che può vedere la situazione dal di fuori. Altrimenti tu caschi nella trappola e nell’inganno e fai esattamente quello che loro ti dicono, convinto che sia la cosa più naturale possibile, perché sei tu che lo pensi. Nel senso che se non ti accorgi che sono entità diverse dalla parte grande che sei tu, ma non solo, che sono bambini piccoli a volte piccolissimi dentro di te, non riuscirai mai a prenderli per mano e a farli crescere.

Il senso profondo di questo articolo è che alla fine tutta la psicopatologia è riducibile a questi bambini che parlano e che chiedono aiuto. Cercherò di spiegarmi meglio. Secondo me non c’è tanta differenza tra i sintomi, tra i più gravi e i meno gravi, tra un qualsiasi comportamento ossessivo o un tipo di depressione, uno stato di panico, un atteggiamento psicotico, autistico o schizofrenico o nevrotico o border-line, anoressico o bulimico, i tentativi di suicidio, tutta la sintomatologia psichiatrica … insomma un qualsiasi sintomo o addirittura un’allucinazione, sia uditiva che di pensiero e se ci fosse addirittura visiva, un delirio, o un atteggiamento stravagante, anche psicopatico, ecc. ecc.! Io non mi spavento, perchè tratto tutti questi atteggiamenti allo stesso modo. Perché alla fine per me è tutto uguale, perchè è tutto riconducibile ad un bambino interno che parla, che ti parla e ti chiede aiuto, che può esprimersi in mille modi diversi, come abbiamo visto, dalla maniera più spaventosa a quella meno spaventosa, ma alla fine è sempre lui! E se si osserva tutta la psicopatologia secondo questa ottica, certamente fa meno paura, anche agli addetti ai lavori, perché c’è anche più speranza per la prognosi.

Io sono anni che sono sempre più convinto di quello che ho appena detto, e non a caso questo articolo è così lungo ed articolato, è frutto di tutta la mia esperienza, del mio lavoro di tutti questi anni, perché io cerco di spiegare tutti gli aspetti senza tralasciarne nessuno, che è quello che cerco di fare con questo articolo, ne è in un certo qualmodo la sintesi. I pazienti guariscono e stanno meglio, e questo è il vero modo di validare questa teoria! Che ripeto non è mia, ma è di Alba Marcoli, che io semplicemente ho preso a prestito.

Paradossalmente questi bambini si presentano con i sintomi che ti parlano e ti urlano dietro chi sono, e sembra che si oppongano totalmente alla loro crescita. Invece non è vero! Bisogna saper cogliere il loro lato sano che vuole crescere, prenderli per mano e aiutarli. Il solo fatto che parlano non solo chiaramente ma anche attraverso i sintomi è un segnale che vogliono mostrare la loro presenza, che ci chiamano, che vogliono in ultima analisi crescere e diventare grandi, ma hanno anche loro paura di crescere, paura di loro stessi!

Ecco perché è necessario lo psicologo che li prende per mano! E aiuta il paziente a prenderli per mano, ecco perché è fondamentale l’aggancio, e cioè il momento iniziale in cui il paziente cede e lo psicologo riesce a fargli iniziare il lavoro di crescita, perché l’ha preso per mano. L’inizio è un tira e molla, il paziente si aggancia, poi può darsi che si stacchi, allora lo psicologo deve avere pazienza, lo stesso paziente deve avere pazienza… lo psicologo lo riprende per mano, fino a quando si consolida l’alleanza terapeutica, e nasce un dialogo a tre, tra la parte adulta del paziente, la sua parte bambina, e lo psicologo. Il paziente è pronto a mettersi le scarpe per camminare lungo la strada della crescita dei suoi bambini e quindi di se stesso. Ma attenzione, è sempre pronto a togliersi le scarpe e a rimettersi le ciabatte, per stare fermo in casa a non fare niente, bloccato! Per questo bisogna stare sempre attenti che il paziente non si sganci! E stare sempre pronti a riagganciarlo se si sgancia!

Ma chi sono questi bambini interni? Bisogna mettere insieme la teoria della Marcoli con la teoria di M. Mahler per poter comprendere bene la genesi e la loro crescita. Innanzi tutto quanti sono? Nella mia esperienza clinica, sia con i bambini che con gli adulti, io ne ho sempre trovati tre, da prendere per mano e da fare crescere.

Il primo bambino interno è quello inizialmente più piccolo. E’ quello depresso, abbandonico, che si sente solo e abbandonato, che potrebbe andare in panico, che ha bisogno costantemente della mamma, o comunque di una “base sicura” (vedi John Bowlby: Una base sicura, Raffaello Cortina Editore, 1988), da cui attingere affetto e nutrimento. Senza questa “base sicura”, perde le forze, si angoscia, ha ansia, non è più lui, e quindi ha bisogno costantemente di ricercare mamme supplementari che lo accudiscono, che lo sostengono, che lo proteggono. Può ricercare questo affetto anche nelle cose, non solo nelle persone, ma questo dipende dal momento che si è sentito solo la prima volta, il momento del trauma, che lo ha portato alla nascita del suo blocco, del suo buco nero, del suo incubo, del suo nodo centrale, del suo nucleo centrale di sofferenza.

Ci possono essere infatti due tipi di questi bambini abbandonati, a secondo del momento della frattura dentro di loro. Per gli addetti ai lavori, per intenderci, il primo è il bambino psicotico, che nel peggiore dei casi può essere anche autistico o schizofrenico. Io più che parlare in questi termini tecnici, come detto, preferisco parlare solo di un bambino piccolissimo che è rimasto piccolo piccolo dentro le persone adulte. La genesi di questa frattura, di questo trauma, anche secondo la mia esperienza, può essere già alla nascita ma addirittura prima, anche nell’utero.

Se il bambino subisce un’ansia tremenda da parte della madre che subisce ad un certo punto della gravidanza un profondo trauma e lo trasmette al bambino, in mille modi, il bambino si paralizza e può rimanere bloccato anche all’interno dell’utero. Se poi è una madre che ha sempre rifiutato la gravidanza e il bambino -magari non volontariamente ma per colpa di qualche bambino non risolto e cioè non cresciuto dentro di lei- il bambino che è nella pancia lo sente e in parte si sente già solo, abbandonato, perché di fatto lo è, perché sua madre c’è e non c’è, è più assente che presente, si deve difendere dai fantasmi che gli incute il bambino, gli ricorda qualcosa di suo di inquietante, glielo mette sempre davanti, e così la mamma lo rifiuta. Se poi c’è un trauma come dicevo che subisce la madre, il bambino perde quei movimenti fluidi che faceva nel liquido amniotico, quell’armonia di base che caratterizzava il suo essere beato e sereno in quello stato unico che è l’essere in due nella pancia della mamma. E’ provato che diminuisce di peso, che si riempie di ansia, che in parte lo paralizza. Sente l’ansia della madre, la sua angoscia, e la subisce.

Sono stati fatti degli studi sui bambini nell’utero le cui madri hanno subito traumi come terremoti o situazioni del genere: il bambino si blocca improvvisamente perché la madre gli trasmette tutta la sua ansia, la sua angoscia.

Sì, sono convinto che c’è un attimo, che è l’inizio della vita psichica, che il bambino percepisce che esiste, quando può percepirsi per la prima volta, e lo fa nella pancia della mamma. Questa è la nascita psicologica del bambino, secondo me.

Solo poi in un secondo momento, che è sempre nella pancia della mamma, il bambino percepisce che non è solo ma che c’è un altro, un'altra casa, che prima identifica con una cosa e poi con una persona, altro da sè. Percepisce che c’è una parete, quella uterina, che lo avvolge, e un cuore che batte, che lui sente, come esterno da sé. E quindi si sente in due.

La Mahler ipotizzava questo inizio della nascita psicologica del bambino più tardi, quando il bambino era uscito fuori dalla pancia della mamma ed era nei primi mesi di vita. Anche S. Freud lo ipotizzava più tardi. Secondo me invece, e l’ esperienza clinica di regressione di alcuni pazienti lo confermano, come afferma la letteratura più recente, il bambino percepisce l’altro anche all’interno dell’utero e il trauma ci può essere anche all’interno dell’utero, almeno un trauma, perché naturalmente ci sono diversi gradi di situazioni traumatiche, dalle più gravi che sono quelle psicotiche a quelle meno profonde. Questi traumi sono tutti riferibili alle diverse paure che il bambino ha subito. Come dicevo, si può diventare anche autistici o schizofrenici, se si provano certi tipi di paure, come vedremo più avanti. Ma, come diceva la Mahler, nulla è compromesso (vedi M. Mahler: Le psicosi infantili, Boringhieri, 1972).

Iniziamo a parlare del bambino abbandonico più piccolo, quello più fragile, quello con le paure più intense, che è per gli addetti ai lavori quello psicotico.

Come abbiamo visto può nascere un inizio di psicosi anche nell’utero, questo secondo me. Oppure può esserci una situazione traumatica alla nascita, altro momento a rischio. Il bambino che è già separato prima di nascere, distingue perfettamente chi è lui e chi è sua madre, la sente, comunicano insieme, comunicano attraverso un loro linguaggio, lui sente la sua voce che lo rassicura, che gli dà pace, serenità, gioia, armonia, amore, vita.

Quindi percepisce ogni minima ansia o angoscia della mamma che se viene traumatizzata, come detto, quando lui è nella pancia lui stesso ne subisce il trauma. Se invece è stato tranquillo, e c’è stato un bel rapporto con lei, tutto fila liscio, ma basta poco, l’equilibrio che c’è è sempre a rischio, anche per le mamme “sufficientemente buone” (vedi D.W. Winnicott: la famiglia e lo sviluppo dell’individuo, Armando Editore, 1968).

Un momento a rischio, forse il primo momento a rischio più eclatante, è il momento della nascita. Sì, quello è sempre a rischio. Anche perché il bambino sente l’ansia e l’angoscia della madre, è un momento di stress sia per il bambino che per la madre, è un momento di passaggio traumatico, è un momento delicato, forse il momento, uno dei momenti più drammatici dell’esistenza (vedi di Otto Rank: Il trauma della nascita, Sugarco edizioni, 1924).

Ci possono essere tante circostanze sfavorevoli di sofferenza per il bambino. Come per esempio bere il liquido amniotico e rischiare di soffocarsi, o non riuscire per troppo tempo a nascere, e quindi rimanere intrappolato, subire dolore e angoscia fino al punto che bisogna ricorrere al cesario (ma prima il bambino ha sofferto, e può pagare in futuro questa sua sofferenza).

Ci sono tante situazioni traumatiche che si possono vivere durante il parto o nei dintorni. Ci sono anche situazioni limite dove la madre può subire una fortissima depressione post-partum perché il bambino esce dal suo corpo e lei si sente sola ed abbandonata (la sua bambina interna che non è cresciuta), e la madre può sparire di colpo e rifiutare il bambino che non sente più suo, appartenente a lei.

Ci sono moltissime varianti che possono portare un bambino a sentirsi solo (vedi Alba Marcoli: Il bambino lasciato solo, Mondadori, 2007). La solitudine è una brutta bestia, specialmente quando si ha bisogno subito di una base sicura, di un sostegno immediato, di un “io ausiliario” che ti avvolge e ti contenga appena nato, una madre che c’è, che è presente tutta se stessa per te.

Se manca, c’è un vuoto, specialmente quando magari c’è stato un rapporto abbastanza buono nel periodo della gravidanza tra la madre e il bambino. Questo vuoto può essere devastante, e portare il bambino fino a sfiorare la morte, e in concomitanza a provare un’angoscia terribile, fortissima, che fa male fisicamente come una lancia che ti perfora il corpo, sì perché c’è proprio un male fisico, corporeo. E lì si rimane segnati per tutta la vita, fino a quando da adulti non si riesce e risentire e rivivere quella tremenda angoscia.

Ma ci può anche essere stato un rapporto non buono tra la madre e il bambino durante la gravidanza, una madre per esempio depressa che non ne vuole sapere di avere un figlio, ma ne rimane costretta, e si ritrova ad avere magari ha una parte bambina che lo rifiuta, che evita il contatto con lui, che non parla insieme al bambino, che lo lascia solo anche in gravidanza. Sono quelle mamme che non ci sono neanche per loro stesse, e di conseguenza non ci sono neanche per il bambino, quelle madri fredde, tristi, distanti da loro stesse, depresse, sole, tristi, angosciate, chiuse nei loro gusci. Se c’è una madre sola, state sicuri che c’è anche un bambino solo! Il problema centrale è sempre fino a che punto il bambino deve subire il suo rimanere da solo ed abbandonato. Ecco perché parlo di bambino abbandonato. La Mahler diceva che i primi mesi sono fondamentali per evitare l’insorgere della psicosi.

Cos’è la psicosi? E’ quando il bambino rimane solo per un periodo più lungo rispetto alla sua capacità di sopravvivenza da solo e quindi una parte di lui “muore”, sparisce nel nulla fino al limite estremo della patologia autistica (autismo), dove c’è come una frattura dentro di lui, un trauma profondo, profondissimo, il bambino è in preda al panico, al mondo persecutore che lo assale e lo distrugge e lo annienta. Più infatti il bambino è psicotico e più il dolore non è solo psicologico ma invade anche il suo corpo, con tutte le sfumature psicosomatiche.

I bambini sono sempre protetti dalla madre, di solito, o da colui o colei che ne fa da suo sostituto, ma nel momento stesso i cui colei o colui vengono a mancare, il bambino si sente effettivamente in pericolo di morire, e una parte di lui dalla paura di morire muore veramente, sparisce dal mondo, o vive il mondo come persecutore, tutti lo attaccano e lo vogliono distruggere e divorare, mangiare, uccidere, e si può arrivare fino alla patologia schizofrenica (schizofrenia).

Il bambino effettivamente se non è accudito muore veramente, perché non è autosufficiente. Se il bambino viene lasciato solo si prende così una fortissima paura di morire, che gli rimane dentro tutta la vita se non riesce a tornare lì a rivivere quella emozione particolarissima primitiva assolutamente arcaica e rivivendola superarla.

Vediamo la stessa Mahler nel suo libro: “la nascita psicologica del bambino, Boringhieri, 1978”, come ne parla, a pag. 47 del primo capitolo:

“… questa frammentazione può avvenire in qualsiasi momento alla fine del primo anno e nel corso del secondo. Può far seguito ad un trauma doloroso e inaspettato, ma spesso segue un evento apparentemente di scarsa importanza, come una breve separazione o una perdita minore. Queste osservazioni ci hanno portato a studiare gli “stati di panico” più attenuati nell’infante normale e nel bambino che inizia a camminare durante la separazione – individuazione e il modo in cui la madre e il bambino, come unità e come individui, li affrontano … “.

Immaginiamo un bambino che è da solo. Dopo un po' cerca la mamma o una sua sostituta. Non la trova. Allora inizia a piangere, ad urlare straziato, diventa paonazzo, si dimena, dopo qualche minuto che non arriva. Se il tempo passa e la mamma non arriva ancora, dal pianto si passa al terrore, all’angoscia più totale, quella paralizzante. Il corpo e la mente non ce la fanno più, e si entra in una zona a rischio. Se la mamma non arriva ancora, dopo anche poco il bambino sfiora la morte, che sopraggiungerebbe realmente se veramente la mamma sparisse e lui venisse lasciato solo in balia di se stesso (vedi Renè A. Spitz: Il primo anno di vita del bambino, Giunti editore, 2007).

Avete immaginato, vi siete immersi in questa situazione tragica, devastante? Avete mai sentito un bambino piangere straziato, inconsolabilmente, che sembra scoppiare, anche quando i genitori sono lì e fanno il possibile per farlo smettere di piangere, perché ne intravvedono il pericolo? Immaginatevi se non c’è neanche il genitore e il bambino è in quello stato! Immaginate che angoscia subisce! Che trauma subisce!

Questa possibile paura che può arrivare fino al terrore è direttamente proporzionale al grado di strutturazione dell’Io del bambino. Se l’Io del bambino non è ancora strutturato e queste paure subentrano imperiose nei primi momenti di vita, o prima, o subito dopo, o nei mesi successivi, entro il secondo anno di età, il bambino diventa psicotico, c’è come un imprinting, che vuol dire che si rompe qualcosa dentro di lui, la sua realtà va a “pezzi”, perde la base sicura, la mamma che lo sostiene, e la solitudine tremenda che ha provato lo porta come estremo tentativo di difesa ad attaccarsi non solo alle persone come se fossero tutte delle mamme ausiliarie, ma anche alle cose.

E cosa fa il bambino? Si fonde con l’oggetto, con la persona, e anche con la cosa inanimata, si fonde insieme perché fondersi è per lui l’unico modo per non perderla più, ma vuol dire anche che si confonde con lei, esce dalla nostra realtà ed entra in una tutta sua, fatta di fantasmi, che possono essere buoni ma anche cattivi, persecutori, che lo attaccano. Prendete per esempio due cerchi sovrapposti. La parte centrale non è né l’uno né l’altro, è la fusione tra i due cerchi, dove c’è solo confusione. Come mischiare latte e caffè. Quel liquido marrone non è né nero né bianco, il nero è sparito, come è sparito il bianco, la mamma è sparita, come è sparito il bambino. E’ una fase dove non c’è più il bambino che sparisce in una sorta di vuoto nero, in una sorta di buco. Il bambino si perde, lì non c’è più. Dove è andato? In un mondo tutto suo!

Ho seguito un bambino autistico per 12 anni, i primi anni era perso nel vuoto, immobile, dentro in questo spazio fusionale “nullo”, dove lui si confondeva e spariva per stare lontano dal mondo minaccioso e pericoloso, per essere auto protetto, per poter vivere in pace. Quando ti guardava il suo sguardo ti penetrava e ti superava, guardava la parete dietro di te! Così tu non esistevi, e non esisteva nemmeno lui …

Questa fusione succede perché come detto il bambino fondendosi con la madre si garantisce che così non la perderà mai più, ma purtroppo perde anche se stesso e il mondo reale circostante. Il mondo così non è più lo stesso, diventa un mondo cattivo, persecutorio, dove tutti “cercano di mangiarti”, di ucciderti, perché tutti sono cattivi, predatori, dove non c’è confine tra il dentro e il fuori del bambino, dove la pelle diventa permeabile, a buchi, dove lo spazio non è più lo spazio reale che vediamo noi persone strutturate, dove anche il tempo è diverso. Lo psicotico vive in una sua realtà tutta sua, piena di fantasmi cattivi, pericolosi.

Per esempio il bambino autistico vive in un mondo tutto suo, una prigione tutta sua, dove si protegge come una lumachina dal mondo cattivo che lo vuole “mangiare”. Lo schizofrenico invece è rimasto intrappolato nel mondo cattivo che lo vuole “mangiare” e sente le voci e i pensieri, che sono lo stesso mondo che è entrato dentro di lui in maniera minacciosa. Lo schizofrenico ci crede assolutamente alla verità delle cose che gli dicono le sue voci, i suoi bambini interni, anche se sono bizzarre, ed è per questo che è difficile tirarlo fuori, perché è immerso nel suo delirio, convinto che non sia delirio ma che sia pura realtà.

Quella è la sua realtà e ne conosce solo una, e ne è intrappolato dentro! Altre persone invece sentono le voci ma hanno una struttura più solida, non sono schizofreniche perché la loro parte grande “tiene”, è forte, sa non cascarci del tutto dentro, dietro quello che gli raccontano le voci, poi magari le voci gli dicono cose meno bizzarre. Ha comunque, se non viene seguito, ha la tendenza a credere alle voci.

Da soli è difficile andare avanti quando si sta così male! Queste persone vivono comunque male perché queste voci le perseguitano, ma riescono comunque bene o male a non ascoltarle e a vivere una loro vita fatta di affetti e di circostanze della vita. Però la qualità della loro vita è scarsa. Queste persone hanno paura di queste voci e le tengono lontane da loro, ma non sanno finchè non vanno dallo psicologo che queste voci sono parti di loro, provengono da loro stessi, da bambini interni, non sono voci esterne di altri, di persone diverse da loro, che a volte identificano con il diavolo, perchè queste voci le fanno disperare per i loro contenuti a volte crudi (parolacce, bestemmie).

Sì, sono sempre i bambini interni che attraverso queste voci comunicano con la persona. Allora bisogna aiutare la persona a diventare paziente, e cioè pronto a fare i conti con queste parti, per farle crescere. Anche i bambini spesso hanno queste voci.

La Mahler nel suo libro “le psicosi infantili” parla proprio di questi bambini schizofrenici che diventano schizofrenici perché hanno subito una fortissima paura di abbandono. O anche dei bambini che sentono le voci ma come dicevo hanno una struttura più solida. Io sono d’accordo con la Mahler che anche la schizofrenia è una malattia curabile, se si può tornare indietro nel tempo, regredire, e si riesce a fare rivivere al paziente, alla sua parte bambina, questa emozione primitiva che lo sblocca. Ne ho la prova clinica.

Questi bambini temono la vicinanza delle persone, perché non hanno un confine ben definito tra loro stessi e le persone che li circondano, e ogni volta che si avvicina qualcuno si sentono penetrati e attaccati, invasi. (Vedi Didier Anzieu: L’Io Pelle, Feltrinelli, 1985). Il loro “Io pelle” è perforato. E allora sono capaci anche di diventare aggressivi, ma per difendersi dai presunti attacchi degli altri “invasori”.

E questa è una tragedia, per sé e per gli altri. Anche il cibo viene visto come qualcosa che profana il proprio corpo, che entra e che fa male, che invade. Sono convinto che i problemi di anoressia e di bulimia nascono da emozioni primitive dei bambini che sono rimasti bloccati a queste paure sempre più arcaiche e profonde.

La Mahler dice anche che si può diventare psicotici fino a 5 anni di età, se si subisce una fortissima angoscia di separazione o traumatica di altro tipo, che è una fortissima paura di venire uccisi, ammazzati. Quando concretamente il bambino tocca da vicino la possibilità di morire, ecco che si rompe qualcosa dentro di lui, muore cioè una parte di lui, e questa parte di lui già morta lo accompagna per il resto della sua vita, finchè non riesce a cogliere per mano il bambino nascosto che la vive quotidianamente questa paura fino a fargliela rivivere, e quindi superare. Anche i casi delle persone border-line, che sono al limite tra la psicosi e la nevrosi, secondo me e secondo la Mahler, hanno tutte origine da questo trauma iniziale.

Bene, adesso parliamo invece del bambino abbandonico che non è psicotico, del bambino cioè che subisce un trauma abbandonico in età più avanzata, quando è più forte, è più strutturato. Basta anche solo stare un po' da soli e piangere da soli disperati per un po', un tempo che aumenta sempre di più e la mamma non arriva, si arriva ad una totale disperazione che ti devasta, ti annienta. Ma se il bambino è già cresciuto e strutturato in parte, questa disperazione è sì lacerante ma gli consente comunque di vivere ancora in una realtà che è quella reale di tutti.

Cosa vuole dire? Che il bambino non si fonde. Che il bambino ha subito anche lui la paura di morire ma ad una età in cui la sua struttura dell’Io, e cioè la sua personalità, era abbastanza forte da non traballare invasa dalla stessa paura. Quindi non c’è stata una distorsione della realtà, un vivere in un’altra realtà parallela alla nostra. No. La realtà rimane quella di tutti, integra, viene comunque vissuta integra, non frammentata, non a pezzi. Ma la paura è comunque forte, fortissima, e il meccanismo è sempre lo stesso, bisogna tornare attraverso la regressione a rivivere quell’emozione più profonda e primitiva, e una volta che si è raggiunta la si supera e con essa spariscono i sintomi, il bambino nascosto cresce finalmente e si integra con quello adulto, e il paziente guarisce.

Questo bambino lo possiamo chiamare il bambino “abbandonico” più vicino al versante nevrotico che psicotico, nevrotico nel senso che è ancorato alla realtà, non nel senso edipico. E’ un bambino nascosto dentro la persona disturbata che ha dei sintomi ma che non sente suoi. Andate a rileggervi in psiocologionline.net le 42 risposte che ho pubblicato, dove ogni volta c’è una persona che si lamenta che non riesce a fare quello che faceva prima, perché sente che ne è impedito da qualcosa dentro di lui che non conosce, che lo frena. E’ sempre un bambino nascosto, io dico alla persona che soffre e che sta male, è sempre un suo bambino nascosto, non è lei, è qualcuno dentro di lei che la sta facendo muovere come un burattino, che ha in mano i fili del suo burattino, che la comanda, che la obbliga a fare come vuole lui.

Il primo passaggio è capire che ci sono dentro questi bambini che bisogna fare crescere, e bisogna dargli un nome. Io invito sempre i pazienti a tenere bene distinta la loro parte adulta da questi 3 bambini interni, la parte adulta del paziente che si deve alleare allo psicologo, in modo tale che insieme lo psicologo e la parte adulta possono prendere per mano il bambino nascosto, i bambini nascosti, e farli crescere.

Il futuro paziente o la persona che chiede aiuto è sempre in preda a questi bambini interni che non conosce ma che lo invadono di sintomi. I sintomi non sono altro che la voce di questi bambini che attraverso i sintomi si rendono presenti e vivi, escono allo scoperto e chiedono aiuto alla parte grande del paziente, a loro “padre” o a loro “madre”.

Io sono contento quando questi bambini parlano attraverso i sintomi, perché finalmente hanno il coraggio di venire alla luce e di parlare, magari dopo essere nascosti per anni, nella loro stanza buia, dove stanno al freddo e tristi, dove piangono in silenzio, non ascoltati, o dove urlano e nessuno li sente. La gente sente solo i sintomi e impara a convivere con essi, ma non ha capito che dietro al sintomo c’è un vero e proprio bambino piccolo nascosto che urla per venire ascoltato! Bene, bisogna dargli voce a questi bambini, amare i sintomi perché sono loro che parlano, i bambini, ed è il loro modo di chiedere aiuto.

Io prima di tutto invito il paziente a capire che non è lui che sta male ma è la sua parte bambina che piange ed ha paura, spesso per paure che non sono reali legate alla realtà contingente, ma sono paure passate che il paziente vede nelle situazioni presenti, che gli ricordano stati d’animo passati, traumi passati, come si diceva all’inizio dell’articolo. Perché il bambino è talmente angosciato e impaurito e desideroso di comunicare con la parte grande del paziente che non ti racconta veramente quello che sta provando, che spesso non sa neanche lui, ma qualcosa d’altro, perché dalla fretta “perde la testa”, e così attraverso il sintomo che può anche essere bizzarro trova il canale più giusto per impressionare e prendere l’attenzione così della parte grande.

Il bambino psicotico per esempio si attacca a tutto, per lui tutti sono la mamma, ogni cosa animata o inanimata, reale o fantasmatica. Tutto è mamma, tutto! E non ci si può staccare da niente, perché staccarsi vuol dire morire, semplicemente morire, e morire non è tollerabile per nessuno, perché l’angoscia della morte tutti la evitano, perché la morte nessuno sa cos’è, è di per sé inquietante, perché non conosciuta, come tutte le cose non conosciute sono inquietanti! Perché possono essere pericolose! Perché sono incontrollabili. Misteriose.

Anche per il bambino diciamo nevrotico abbandonico tutto il mondo è una mamma, ma di solito si limita ad attaccarsi al mondo delle persone, e lascia stare gli oggetti, con i quali non si fonde, perché la fusione è prerogativa solo degli psicotici, o meglio se non vogliamo usare questo termine, dei bambini più piccoli rimasti intrappolati. Il bambino nevrotico abbandonico vede comunque attorno a sé sempre delle mamme che lo devono proteggere, e quindi non è separato ed autonomo, individuato. Lui si accontenta come sostituto della mamma della persona in carne ed ossa, ma senza fondersi con essa, perché il suo Io è più strutturato.

La Mahler parla appunto che al terzo anno di età il bambino deve affrontare, dopo il difficile processo del riavvicinamento alla mamma, il processo di separazione - individuazione, quello definitivo, che lo porta ad essere una persona con la P maiuscola, separata ed individuata dalla madre e dal padre. Se il bambino non riesce a separarsi verso i tre anni, ha ancora tanto tempo per farlo, specialmente in adolescenza, ci può riprovare, ma se non ci riesce nemmeno allora, c’è il pericolo che rimanga invischiato con la madre o con il padre o con entrambi in una relazione simbiotica, che vuol dire che il soggetto non è separato, ma ha bisogno di un sostegno, sempre, perché da solo si sente solo ed ha paura. E’ sempre il bambino psicotico o nevrotico abbandonico che alza la voce e la fa sentire, che vive tutto il mondo a sua immagine, costretto ad avere mamme supplementari ovunque.

Purtroppo succede che chi rimane intrappolato nella relazione simbiotica, e cioè ha bisogno di un partner simbiotico per vivere pseudo-serenamente, se non supera questa fase determinante anche per la sua individuazione – personazione, è costretto a vivere sempre con il bisogno di avere relazioni simbiotiche. In natura, per capirsi meglio, la simbiosi tra esseri animati vegetali o animali è quando qualcuno non può fare a meno dell’altro per vivere, come proprio il bambino nei primi anni della sua vita, che non può fare a meno della mamma. Queste persone sono degli eterni bambini, perché hanno i loro bambini interni che non sono cresciuti, e vedono negli altri, non solo nei loro partner, delle mamme.

Tutto è mamma, tutto è una dipendenza. C’è solo il partner simbiotico col quale esse riescono ad avere una relazione. Queste persone, che sono costrette a volte anche dalla loro parte bambina alla dipendenza da sostanze, dalle droghe o anche solo dalle sigarette, hanno bisogno per sentirsi vitali di attaccarsi a qualcosa che è sempre comunque una madre che li protegge. Un occhio esperto vede subito quando il paziente è ancora incastrato in una relazione simbiotica. Sono quelle persone che ti dicono ogni due secondi: “ti voglio bene”, ma che in realtà hanno al centro della loro attenzione solo loro stesse perché stanno male e non hanno spazio per gli altri, perché stanno troppo male e non riescono ad avere spazio neanche per loro stessi.

Sono quelle persone che hanno bisogno continuamente di sentire che l’altro gli dice “ti voglio bene”, che è un modo per consolidare il legame con loro, per affermare che ci sono. Sono quelle persone che non riescono ad avere rapporti a tre, perché riescono solo a vivere rapporti esclusivi a due. Sono quelle persone gelose e possessive che non possono sopportare che tu vuoi bene ad un altro, perché credono in un’ottica simbiotica che il voler bene ci possa essere solo a due, in un modello madre-bambino, esclusivo madre-bambino, unico e solo. Anche il bambino piccolo vede solo lui e sua madre e basta. E tutti gli altri non esistono. Sono quelle persone che quando il partner parla con un’altra persona stanno male, si sentono di colpo sole ed abbandonate, si sentono devastate, e hanno bisogno di attaccarsi a tutto. Sono quelle persone che provano delle emozioni forti che le inquietano, le fanno traballare.

Sono quelle persone che hanno paura a vivere una vita centrata sull’autonomia, che generalmente oltre ad essere attaccate a chiunque sono attaccate alla loro madre vivente, o se è morta al loro ricordo, e rimangono ferme, depresse. Sono quelle persone che fanno fatica a prendere delle decisioni importanti, che sono sempre incerte, che non sanno mai quello che vogliono, che sono sempre indecise, che vivono sempre sul …. non lo so, ci devo pensare. Sono quelle persone che hanno angoscia per il matrimonio, perché sposarsi vuole dire crescere, staccarsi da qualcuno, dai propri genitori, ed essere veramente autonomi, con una famiglia, un marito, adulti, mentre loro sono rimaste con il loro bambino interno che la fa da padrone. Sono quelle persone che vedono nel marito e nella moglie più un sostegno che un compagno adulto, un sostegno simbiotico.

Sono quelle persone che fondamentalmente non sanno amare. Sono quelle persone che non riescono ad avere dei soddisfacenti rapporti sessuali e amorosi, che hanno sempre rapporti travagliati e conflittuali, che confondono sempre il marito o la moglie con la mamma o con il papà, che temono la vicinanza del partner. Per esempio può capitare che negli uomini ci sia il sintomo dell’eiaculazione precoce, perché il soggetto fa fatica a stare troppo attaccato alla sua donna, si sente come invaso, e allora deve rompere il rapporto, interrompendolo prima.

Ma in realtà non sono quelle persone che pensano tutte queste cose, ma sono i loro bambini interni che li comandano, che li fanno pensare e ragionare così, che li costringono a pensare e a ragionare così, che fanno stravolgere la realtà.

E se sono persone psicotiche, sono persone che sono a rischio di scompensarsi. Che cosa vuole dire scompensarsi? Noi addetti ai lavori lo sappiamo. Invece le persone comuni non lo sanno. Cercherò di spiegarvelo. Chi è intrappolato in una relazione psicotica o simbiotica è comunque sempre con un legame che lo tiene insieme, ha ritrovato una madre che perse un giorno, e ha il suo sostituto mamma. Il legame ce l’ha, ed è contento, anche se la qualità della sua vita è scadente, perché è succube di questo legame, non ne può fare a meno, di questi legami, come detto sia di persone che di cose. Una vera trappola. La mamma c’è comunque. Sempre. E ci può essere tutta la vita.

O almeno il suo surrogato. E userà i suoi figli come supporti simbiotici, i suoi figli gli fanno compagnia, insomma c’è il bambino nascosto egocentrico che è sempre lui al centro dell’attenzione, tutti gli altri vengono dopo. Sono persone che fondamentalmente non sanno bene cosa vuole dire amare come amano le persone adulte, perché l’amore presuppone il vedere l’altro diverso da sé, non essere egocentrici, non avere bisogno dell’altro per sopravvivere, come hanno bisogno i bambini. Sono persone che vogliono bene per essere volute bene, perché da sole come ripetutamente detto stanno male. Come dicevo, anche i figli servono come delle stampelle per stare in piedi.

Intanto una premessa: non spaventatevi perché scompensarsi è veramente molto difficile, bisogna veramente che succeda qualcosa veramente di importante, un trauma veramente forte, e non è detto che neanche con un trauma forte ci si scompensi. E’ molto difficile perché una persona abituata ad avere sempre legami è avida di essi ed è difficile che perso un legame non ne trovi subito un altro. Basta pensare che un legame può anche essere la televisione, una scatola che ti parla in continuazione! Perché come dicevo se non c’è una persona a cui attaccarsi che ti difenda e ti faccia compagnia c’è sempre una cosa, inanimata, o magari un animale. Scompensarsi vuol dire che si rompe di colpo un legame importante, e la persona non riesce più a trovare legami sostitutivi che la compensano, e così perde la mamma “artificiale” che si era creata… e se succede è un bel problema!

La persona improvvisamente torna ad essere totalmente sola in preda a forti paure, fortissime paure e angosce, e il più delle volte deve prendere dei farmaci che la sostengono, che le cancellano tutti i sintomi, tutte le paure e tutte le angosce, ma nello stesso tempo tappano la bocca a chi queste paure e queste angosce le prova e le trasmette alla parte grande, e cioè i bambini interni. Il farmaco è uno strumento micidiale per non fare sentire più i bambini interni, per zittirli, per anestetizzarli, per addormentarli. E’ dare una sberla a questo bambino e dirgli: “adesso stai lì a dormire muto, in castigo, perché ne hai combinate troppe”. E il bambino non sta tranquillo, anzi è costretto alla depressione, perché non può più parlare con il suo papà, la parte grande della persona, chimicamente non può più farlo, perché il farmaco ha creato un muro tra lui e l’esterno. E farà il possibile sempre per non prendere i farmaci, perché è l’unico modo per venire riascoltato. Questi bambini stanno veramente male, intrappolati dentro le persone.

I farmaci sono delle mamme sostitutive che compensano la persona, è una mamma artificiale chimica che impedisce alla persona di andare in panico. Ma attenzione, con una buon lavoro su di sè e una buon lavoro di crescita delle proprie parti bambine rimaste sole i farmaci si possono scalare e non solo la persona si può ricompensare ma può addirittura superare la fase simbiotica e psicotica. L’importante è crederci, e buttarsi dentro, crederci veramente che queste parti piccole possono crescere.

Uscire dalla psicosi è molto difficile, ma è possibile. Pochi ci riescono, ci vuole tanto tempo, ma vi garantisco che è possibile.

Un altro capitolo da aprire riguarda proprio queste persone che hanno questi bambini, queste persone che stanno malissimo perché di colpo generalmente è scoppiato fuori il loro bambino interno, e vanno dallo psichiatra, o sono costretti ad andare. Sono le persone che vanno dallo psichiatra perché prendono farmaci che bloccano le loro parti bambine, perchè il più delle volte sono fuori controllo, e cioè troppo forti da essere gestite dalla parte adulta. Gli psichiatri “ortodossi” dicono che per molte malattie, come la schizofrenia, il disturbo bipolare, la depressione grave fino ai tentativi di suicidio, l’anoressia e via di questo passo, il rimedio non può essere psicologico perché la causa è un disturbo organico, prettamente organico (specialmente gli psichiatri del CPS e dell’SPCD –ospedale psichiatrico-).

Io non sono d’accordo. Per me non esiste nessuna psicopatologia che abbia origini organiche. Secondo me tutte le psicopatologie anche quelle più gravi hanno origini psicologiche. Sono dovute a situazioni di paura traumatiche che ho descritto all’inizio. Per questo motivo gli psichiatri nei vari CPS non credono assolutamente alla guarigione possibile dei pazienti, e li trattano tutti come dei poveri bambini piccoli, riempendoli di farmaci-mamma, per non fare sentire ai loro pazienti le loro emozioni, non si fidano di loro, ne hanno paura, sono gli stessi psichiatri che hanno paura delle emozioni così forti dei loro pazienti, ne hanno paura perché non le conoscono, non hanno mai sentito parlare dei bambini nascosti che esistono dentro i loro pazienti (e dentro anche di loro).

Ci sono dei pazienti che sentono le voci dei loro bambini interni, o meglio i pensieri che loro hanno. Io non dico che non servono i farmaci, anzi, quando i bambini interni sono troppo forti sono assolutamente necessari, quando la persona è bloccata e non può più vivere la sua vita, ma con un buon lavoro introspettivo il soggetto può ridare voce ai suoi bambini interni e farli crescere. Non bisogna mai perdere di vista che ci sono i bambini interni che con i farmaci non possono farsi sentire. E non a caso la persona ha sempre o spesso la tendenza come detto a non prendere i farmaci, perché questi bambini interni lo vogliono, glielo chiedono per parlare con loro. Quindi il lavoro è parallelo, si scalano i farmaci e contemporaneamente si fanno crescere le parti bambine, fino a quando i farmaci non servono più.

L’importante è che lo psicologo sia arrivato ad un punto che è superiore al livello del paziente, e cioè che sia più in alto, e cioè che sia prima di tutto separato ed individuato, e poi che abbia raggiunto una adeguata e stabile strutturazione della sua personalità. Inoltre che non abbia in sé nuclei psicotici non risolti. E cioè in ultima analisi, usando il mio linguaggio, come vedremo, deve avere fatto crescere tutti i suoi bambini interni, tutti e tre. E bene!

Secondo me, tutte le patologie psichiatriche sono trattabili, basta avere il coraggio di parlare con questi bambini che spesso fanno paura, specialmente quelli che hanno talmente voglia di parlare che creano le allucinazioni, e il paziente sente più che voci esterne pensieri che lo guidano, o deliri, quando queste parti irrompono nella coscienza e costringono il paziente a delirare. Gli psichiatri hanno paura di questi bambini, perché il compito di questi psichiatri è quello di garantire sicurezza e la libertà delle altre persone, è lo stato che li mette a fare questo lavoro per difendere gli altri cittadini, perchè delle volte questi bambini ordinano alle persone di fare brutte cose e le persone poi ci credono e commettono danni, anche gravi. Succede poche volte ma succede. Basta accendere il televisore e non si parla d’altro! Perché non c’è la cultura di parlare con queste parti bambine, con questi bambini intrappolati, per la società è meglio tenerli intrappolati, muti, nascosti, lontano dalla coscienza dei pazienti. Ma sotto sotto queste persone piccole urlano e si dichiarono con i sintomi, ma vengono stoppate, proprio perché si ha paura di loro. Invece questi bambini piccoli non sono dei diavoli, ma sono dei veri e propri bambini piccoli, che bisogna prendere per mano e farli crescere, e questo come detto si può fare.

Bene, torniamo adesso a parlare degli altri due bambini interni. Come dicevo all’inizio dell’articolo, oltre ai bambini psicotici e nevrotici abbandonici, che ho ampiamente descritto, ci sono altri due bambini interni da fare crescere, uno che è legato all’autostima, al complesso edipico, l’altro è quello sessuale, che comprende anche l’identità sessuale.

Io nel mio lavoro clinico ho sempre trovato questi 3 bambini da far crescere, prima o poi escono sempre tutti e tre, magari in tempi diversi. Bisogna prenderli tutti per mano.

Andiamo con ordine. Il bambino legato all’autostima è il secondo bambino interno, il secondo perché nasce dopo quello abbandonico. Nel corso dello sviluppo normale del bambino cresce e si sviluppa successivamente, e se tutto va bene poi sparisce, se ne va. Questo è il vero bambino nevrotico, e cioè legato al complesso edipico. Quando ho parlato di bambino nevrotico abbandonico ho utilizzato il termine nevrotico per distinguerlo, dal punto di vista dell’esame di realtà, da quello psicotico. Ma sarebbe stato forse più giusto conservare il termine nevrotico solo per questo bambino che nasce dopo, quello legato al complesso edipico, e quindi all’autostima. Può anch’esso essere un bambino tosto da far crescere.

A volte è difficile perché si confonde con il bambino abbandonico, ma noi esperti sappiamo distinguerlo bene. E’ un bambino che si sente incapace a fare tutto, che continua a chiedersi se è capace o no, che ti chiede sempre: “sono bravo, sono capace?”. Sono quei bambini che apparentemente sono bravissimi, capacissimi, si sentono i più bravi e superuomini, ma che realmente in profondità sono perennemente insicuri, sono fragili, sempre indecisi, sono invidiosi, fanno fatica a mettersi in competizione con gli altri perché la competizione gli crea ansia, e a volte anche angoscia, perchè ogni situazione è per loro un conflitto, quasi vitale, un conflitto che a volte vivono come troppo pericoloso, “mortale”. Sono quelle persone che hanno dentro un grosso buco narcisistico, che vuol dire che non si sentono brave e capaci, e che per compensare questa loro deficienza si devono sentire superiori a tutti e a tutto, e trattano tutti gli altri come se fossero degli incapaci, inferiori a loro. Sono quelle persone che sotto sotto si sentono onnipotenti, narcisi al 100%, ci sono solo loro, tutte le persone nel mondo sono solo da combattere perché sono dei rivali assoluti, sono da distruggere con tutti i mezzi e i modi a disposizione.

Dicevo che queste persone hanno avuto problemi a risolvere il loro complesso edipico con il papà o con la mamma, se sono femmine. Dell’aspetto edipico sessuale parleremo dopo. Adesso mi interessa parlare dell’aspetto narcisistico legato al complesso edipico. Ma cos’è il complesso edipico? Quando si è bambini, il bambino piccolo inizia verso i 4-5-6 anni a competere con il suo papà, quando esce dalla fase simbiotica e vive il terzo, suo padre, come figura da superare. Il terzo vuol dire che esce dalla fase simbiotica a due, e accetta che nella relazione tra lui e la madre entri anche il padre. Il padre rappresenta l’autorità, la persona che gli dà delle regole, delle imposizioni, e quindi la persona da sconfiggere, perché si vuole diventare più grande di lui, è il rivale, come vedremo anche nella conquista sessuale della mamma.

Perché sì, il bambino si innamora della mamma e la vorrebbe anche sessualmente, oramai lo sanno tutti, bene o male, cos’è il complesso edipico Freudiano. Lo stesso la bambina compete con la madre anche perché è la sua rivale sessuale verso il papà. Entrambi desiderano inconsciamente far fuori il loro genitore, ma non tanto che muoia, perché ne rimarrebbero soli, ma proprio che non ci sia, in modo da avere campo libero a disposizione senza il rivale. Se il complesso Edipico non viene superato in adolescenza, il ragazzino vivrà sempre con un’ansia nevrotica, perché tutti saranno sempre persone pronte a combatterlo, come lui vuole combattere loro, cioè proietta sugli altri il suo desiderio di distruggerli e di farli fuori.

Cosa vuol dire proiettare? Vuol dire che ci si aspetta dall’altro che faccia le stesse cose che si vuole fare a lui. E quindi si vive nella costante paura di essere attaccati, e distrutti, uccisi in ultima analisi, che non è niente a che vedere con la paura di essere uccisi del bambino abbandonico, no, quella è più un’angoscia profonda, più che ansia. Bisogna bene imparare a distinguere l’ansia dall’angoscia. L’ansia è qualcosa che deriva di solito dal conflitto con il padre, con l’autorità, è più prettamente del bambino nevrotico legato al complesso edipico, mentre il bambino abbandonico psicotico o nevrotico è più legato ad emozioni profonde come l’angoscia, che si vede attraverso la paura, vive di intense paure. Profonde paure, che gli danno delle scosse interne tremende. Specialmente quello psicotico, la cui angoscia è anche corporea, gli trema il corpo quando viene invaso dalla paura.

L’ansia è localizzata anche in altre parti del corpo rispetto all’angoscia, che di solito è nella parte interna del petto. L’ansia si può manifestare anche con forti mal di testa, quando le cefalee sono pulsanti, e magari un occhio “pulsa”, e si hanno dei forti dolori cerebrali. Bisogna imparare bene a distinguere l’ansia dall’angoscia, perché sono due meccanismi di difesa, due sintomi diversi, che provengono da bambini diversi.

Può essere molto difficile far superare il complesso edipico quando c’è molta onnipotenza, non è assolutamente facile, perché il paziente può mettersi ad attaccare lo psicologo, come se fosse suo padre, nel tentativo di distruggerlo, come avrebbe voluto e sempre cercato di distruggere suo padre. Anche in questo caso bisogna prendere per mano il bambino interno e farlo crescere, il bambino che vorrebbe uccidere lo psicologo, farlo fuori, eliminarlo. Tolto il muro, tolto l’ostacolo. Allora lo psicologo deve permettere al paziente di attaccarlo, di distruggerlo, deve accettare i suoi attacchi, la sua invidia distruttiva, il suo odio feroce, e deve sopravvivere senza attaccarlo a sua volta, distruggerlo a sua volta, eliminarlo a sua volta.

Come lo psicologo con un bambino che non ha superato il complesso edipico, deve giocare con lui, facendolo all’inizio vincere sempre, e per poi riportarlo alla realtà, vincendo anche lui. Il lavoro è un gioco sottile di vincere e perdere, fino al punto che emergono i sentimenti più profondi e le emozioni di ansia e di paura e di angoscia verso la possibile “castrazione” del padre, che il bambino teme come castratore. Che cosa significa? Che il bambino ha paura che il padre gli tolga il suo pene, come attacco finale verso di lui. Invece la bambina ha una forte invidia del pene, perché si accorge che lei non ce l’ha. E se non viene elaborata questa angoscia di perdita la disturba per tutta la vita.

Questa tremenda competizione finisce bene quando il bambino/a o l’adulto capisce che ha i suoi limiti, che non potrà mai diventare come lo psicologo o come suo padre perché sono persone diverse da lui, e imparerà ad accettare tutte le cose belle che ha e a farle valorizzare nella sua vita, e a farle sue, interiorizzarle.

E così non avrà più paura ad affrontare le persone nel mondo, anzi le persone gli saranno da stimolo, perché si vorrà diventare bravi come coloro che sono più bravi di te, senza avere invidia verso di loro. La competizione e la distruzione dell’avversario è una brutta bestia da superare, ma si può, ci vuole un lungo lavoro di accettazione dei propri limiti e di accettazione dei propri pregi, senza avere il senso di colpa, che spesso accompagna il nevrotico.

E adesso siamo arrivati al terzo bambino, il bambino sessuale, che nasce anch’esso verso il 3 anno di età, con l’inizio del complesso edipico e il genere sessuale della persona, l’identificazione di genere. Cosa vuol dire l’identificazione di genere? Che il bambino si identifica con il genitore del proprio sesso e diventa se maschio con una identità maschile sessuale psicologica se si identifica con suo padre, se femmina con una identità femminile sessuale psicologica se si identifica sessualmente con sua madre. Quando si diventa omosessuali vuol dire che qualcosa è andato storto in questo processo di identificazione. Io sono dell’idea che anche l’omosessualità sia qualcosa che non sia tanto di organico ma che è legato all’identità sessuale dell’individuo. Quindi l’omosessualità, come sostengono tanti miei colleghi, è un problema che può essere risolto con un buon lavoro su di sé.

Può succedere che la parte bambina sessuale del paziente si innamora dello psicologo e questo favorisce una certa relazione particolare, il transfert erotico. Naturalmente lo psicologo non cede alle eventuali avance della paziente o del paziente, ma vengono analizzate inconsciamente, e riportate alla luce del sole. Bisogna sempre prendere bene per mano il bambino interno che prova questi sentimenti erotici e capirlo, comprenderlo, fargli capire che la sua meta sessuale più ambita, e cioè il genitore del sesso opposto, è impossibile! Farglielo capire può essere un’impresa! Così il paziente può rivivere direttamente con lo psicologo la relazione sessuale che a livello edipico avrebbe voluto e dovuto risolvere con la sua figura parentale di riferimento. Il lavoro è un sottile gioco di emozioni che vanno capite, comprese ed elaborate.

Adesso abbiamo spiegato quali sono questi bambini interni. Adesso bisogna vedere come si fa a farli crescere.

Bisogna dicevo innanzitutto che il paziente accetti la loro presenza, dentro di loro, come se fossero veramente dei bambini piccoli da fare crescere. Io dico sempre ad una persona che ha per esempio già dei figli suoi, che quello è un bambino vero e proprio che lei ha, che è come se gli fosse nato un altro bambino che non sapeva di avere, un bambino che è rimasto piccolo intrappolato dentro di lui o di lei, e che bisogna che la persona, lei, con la sua parte grande gli faccia da mamma e lo aiuti a crescere, se invece lui con la sua parte grande gli faccia da padre e lo faccia crescere.

Bisogna sempre che il paziente distingua la parte grande e la parte piccola di se stesso. La sua parte grande che funziona, e la sua parte piccola che lo frena e che lo blocca, che lo spaventa. Se non si adopera questa distinzione tra le due parti, non si può far crescere la parte piccola, anche perché lei non si sente riconosciuta, contenuta, amata e capita ed accolta dalla parte grande del paziente. La parte grande del paziente poi si deve alleare con lo psicologo e devono entrambe prendere per mano la parte bambina del paziente, per tirarla fuori dal suo buco nero.

Fondamentale questa alleanza terapeutica tra la parte adulta del paziente e lo psicologo. Perché la parte bambina si deve sentire accolta, inizialmente accettata ed accudita, così può iniziare a parlare senza paura, senza far spaventare il paziente, che la può temere, specialmente nei casi più depressivi quando questa parte bambina può spingere il paziente ad ammazzarsi, può capitare. Spesso il paziente ha paura di sentire questa parte così difficile da ascoltare, a volte, anzi spesso apertamente delirante, o aggressiva o persecutoria. Perché queste parti comandano il paziente e gli vogliono far fare certe cose, che magari sono anni che il paziente fa, credendo di essere lui a volerle fare, ma non è così. Questi bambini interni comandano il paziente e la loro parte adulta ad agire in un certo modo, e a volte il paziente ha paura, ma se è aiutato dallo psicologo la situazione da impossibile diventa più possibile, più accettata.

Delle volte il paziente non sa chi sono queste sue parti interne, addirittura a volte il paziente crede che sia il diavolo, se queste parti sono tanto aggressive distruttive, se bestemmiano, se odiano, se le sentono così distanti da loro. Invece è fondamentale che lo psicologo dia voce a queste bambine interne e le riporti alla realtà della loro reale esistenza, perché non sono che semplicemente bambini interni intrappolati pieni di paura che urlano sbraitano per farsi sentire. Il paziente sono anni che magari ha paura di queste parole che sente interne, che lo condizionano, ha paura di cascare nella provocazione, e di fare cavolate, se gli dà retta. Allora prima di tutto bisogna aiutarlo ad accettare di avere queste parti interne magari così aggressive, poi si incomincia a parlargli insieme e a farle crescere.

Io per esempio invito sempre il paziente a scrivere una o più lettere alla sua parte bambina, al suo bambino interno, ai suoi bambini interni, ed invito la parte bambina, il bambino interno a scrivere lettera allo psicologo o a suo padre o a sua madre. E’ efficace questo metodo di scrivere lettere, perché così viene fuori la parte più autentica del recondito, del bambino interno. E si identifica veramente una persona come esterna a sé.

Attraverso la lettera il paziente riesce a distaccarsi sempre di più da quella parte interna che lo domina, e lo può vedere in faccia, negli occhi, e sentirne la voce più nitida, più limpida. In modo tale che la parte adulta del paziente abbia sempre meno paura della sua parte piccola. Lo psicologo serve proprio da tramite, accoglie la parte piccola e la parte grande con le loro paure e li aggancia. Sì l’importante è agganciare non solo il paziente ma anche la sua parte bambina, e vi assicuro che non è facile, perché il paziente ha sempre paura di questa sua parte piccola, lo inquieta, e cerca sempre di difendersi fuggendo a gambe elevate, questo è il motivo per cui è sempre difficile agganciare il paziente, che è sempre in bilico pronto a scappare, a fuggire.

Bisogna ogni volta accertarsi che il paziente sia bene agganciato, sia convinto del lavoro che deve fare, che non è mai facile, è un percorso ad ostacoli dentro di lui, a volte insidioso, a volte doloroso, a volte triste, a volte pieno di insidie, è una partita a scacchi dove il re cade tante volte ma poi c’è un’altra partita della vita, 3 passi avanti e 2 passi indietro, 3 passi avanti e due passi indietro, e si va avanti così, fino all’adultità, fino a quando ci si libera di questi bambini interni, o meglio, loro diventano grandi e come d’incanto spariscono, si reintegrano nella personalità dell’adulto, e non danno più fastidio perché non impongono più le loro “menate”, a volte assurde, poco attinenti alla realtà.

E così il paziente diventa sempre più forte e sempre più responsabile, perché con la crescita dei suoi bambini supera anche le fasi principali dello sviluppo dell’individuo della Mahler. Quando il bambino abbandonico diventa grande supera la fase psicotica, se è stato psicotico, poi la fase simbiotica, mentre il bambino legato all’autostima, quello edipico, supera il complesso edipico, mentre quello sessuale supera anch’esso il complesso edipico ed acquista una sua identità sessuale ben definita, e finalmente si può permettere di farsi una famiglia ed avere dei figli, che è la cosa più bella della vita (almeno per me e la mia esperienza). Per esempio è molto più naturale per una persona che è stata gay riprendersi la sua personalità sessuale e trovare un partner naturale di sesso opposto da amare e col quale avere dei figli, è una conquista veramente enorme.

Ma spesso l’omosessuale crede che è così perché è stato creato così e non c’è niente da fare, mentre invece è possibile la svolta. Un omosessuale crede che il solo fatto di innamorarsi perdutamente del partner del suo stesso sesso, spesso con quell’amore possessivo e simbiotico, sia la dimostrazione che è fatto così e basta e che si deve accettare. Invece io sono convinto del contrario, e ne ho avuto conferma nella mia clinica.

Quando il paziente cresce con la sua personalità che si rafforza, vuol dire che è in grado di capire anche la sua parte bambina, che finalmente sente sua, anche perché ha avuto il coraggio di darle un nome. Io all’inizio della terapia parlo sempre con il paziente e gli chiedo di dare un nome alla sua parte bambina. All’inizio il paziente generalmente dubita un po', poi mi dà retta e gli dà un nome, così le può dare del tu, se è una bambina, o gli può dare del tu, se è un bambino, e sentirsi così in contatto con lei, più in contatto con lei.

Il lavoro va avanti. Il paziente tira fuori quello che gli viene in mente, le sue emozioni, i suoi pensieri, le sue ansie, le sue angosce, tutto quello che gli “frulla” nel cervello, perché tutto ha un senso, e tutto è riportabile alla sua parte adulta o ad un bambino che ha interno. Fondamentale è distinguere chi è che parla.

E’ più importante parlare di bambini interni piuttosto che di inconscio, perché come dice la Marcoli sono veri e propri bambini interni, reali. L’inconscio è qualcosa di troppo vago, di sconosciuto, e quindi di pauroso, mentre i bambini interni sono figure più tangibili, più reali, più “toccabili”, più da prendere per mano e a volte in braccio come se fossero, e lo sono, bambini veri. Sono anche bambini che ti fanno compagnia. Tutti nasciamo e ci portiamo avanti questi bambini “capricciosi” se non riusciamo a farli crescere al momento giusto, come dice la Mahler. E allora poi dobbiamo fare un lavoro su di noi di crescita non solo di loro ma anche di noi, della nostra parte adulta che si trasforma in maniera direttamente proporzionale alla crescita dei bambini.

Il processo di guarigione finisce quando il paziente vede quasi in maniera magica che i suoi sintomi sono cessati, ma non perché diventano altri sintomi, no, perché sono state elaborate le problematiche interne che hanno portato alla produzione dei sintomi stessi, o meglio si è fatto crescere il bambino nascosto. Il paziente è pronto a riprendere in mano la sua vita, ne ha adesso la forza ed il coraggio, ne è capace, non ha più il bambino interno che ha da urlargli il suo malessere, perché adesso si è calmato, è stato ascoltato ed è stato compreso e capito, e così è potuto crescere, e superare i suoi conflitti che lo tenevano fermo. Sì è capito ed elaborato il vero motivo delle sue urla!

Ad ogni bambino piccolo reale il genitore dà una risposta quando c’è una sua domanda, deve dargli una risposta. Anche i bambini piccoli interni hanno bisogno di avere risposte alle loro domande. E la vita torna a scorrere fluida e libera. Si riesce ad avere finalmente relazioni spontanee e reali, si riesce veramente ad amare una persona, e gli altri in generale. Si diventa come potenzialmente si era in grado di essere se non ci fosse stato il bambino interno che falsificava la realtà. Una persona diventa libera adesso che è se stessa di essere al 100% se stessa, è lei, finalmente lei la padrona della sua casa, è lei, solo lei, e basta, lei autentica. E vi garantisco che è bellissimo essere assolutamente se stessi dopo essere stati governati ed usati per anni! Dopo che si è spariti per anni, nascosti! Dopo per anni non avere potuto usare le proprie potenzialità, l’essere appunto se stessi. Si diventa così veramente persone. Ecco cosa vuole dire personazione e separazione-individuazione. Si diventa non solo separati ma anche individui autonomi, non più soli, con un Io strutturato, che vuol dire che si è ben saldi alla realtà.

Questo lavoro si fa anche nelle persone anziane, che si possono scompensare anche ad un’età avanzata. A qualsiasi età si può fare questo lavoro, non c’è limite di età.

Il bambino interno ti comanda anche il corpo, gli fa fare quello che vuole, e tutta la psicosomatica ci insegna che questi bambini sono micidiali, e come sono micidiali! Attraverso anche il corpo bloccano la persona e la paralizzano, sono pieni di paura, se non sanno come fare ad arrivare alla parte adulta della coscienza del paziente, ed allora utilizzano come tramite anche il suo corpo. Succede sia per i bambini che per gli adulti. Mi è capitato di trattare casi di persone con stati di panico, sia bambini che adulti, o anziani con difficoltà a stare da soli tremende, che portavano a paralisi totali.

La persona non poteva uscire da solo, ma doveva essere sempre accompagnato. In questo caso sono i bambini piccoli che escono fuori, si impadroniscono della parte grande del paziente e attraverso di lui rivivono le loro primitive emozioni più arcaiche. Ecco perché ci vuole pazienza, perché bisogna arrivare a stanare la paura più profonda, e per farlo bisogna regredire al momento più terribile dell’esistenza del paziente, e cioè alla sua paura più tremenda, dalla quale sempre fugge ma che attraverso i sintomi si ripresenta ogni giorno al suo cospetto. E’ una lunga lotta verso la scoperta di se stessi, autentici, del vero paziente, se si chiama Antonio o Federica, del vero Antonio e della vera Federica, di quella autentica, di quella che ha già buttato via gran parte della sua vita senza essere se stessa, e vi garantisco che è veramente brutto non poter essere veramente se stessi e vivere governati da una parte buia che ti impedisce di essere tu, quello che sei!

E’ come ascoltare un disco che sempre salta, che sempre si inceppa, a volte ti viene da prenderlo e buttarlo via, come viene voglia di prendere e buttare via la propria vita, o di interrompere il lavoro su di sé, per quelle persone che sono intrappolate e che non riescono mai ad essere veramente loro stesse!

Ma bisogna lottare, io sono convinto che vale la pena lottare per poter riprendersi se stessi, perché potenzialmente si è nati in un certo modo e le relazioni della vita ti hanno portato ad essere diversi, non autentici, e questo è brutto, molto brutto, non essere noi! Quanti pazienti mi dicono: “non sono più io”, o magari: “non lo sono mai stato”. Bene, la mia è una gioia tirarli fuori, la mia è una missione, come il mio analista ha fatto crescere me io cerco di far crescere i miei pazienti, fino a quando possono essere autonomi e riprendersi la loro adultità, loro stessi, autentici. Fino a quando si separano e si individuano del tutto.

Ci vuole forse un po' più tempo rispetto ad un intervento centrato sul sintomo ma così la persona riesce a guarire del tutto, a liberarsi definitivamente dei suoi fantasmi interni che da una vita lo condizionano.

E così il paziente può riprendere il suo cammino nella vita nel migliore dei modi.

Di conto suo lo psicologo deve cercare di mollare il paziente il più in fretta possibile, ma non sbagliare i tempi, perché lasciare un paziente con una sua parte bambina massiccia è un delitto, non va bene, lo si condanna a non essere mai se stesso autentico. Io devo cercare di tirare fuori il vero Antonio, la vera Federica, quella più autentica, quella che ha alla fine la sua parte bambina cresciuta, quella che riesce dopo essere guarita a vedere veramente la realtà per quella che è, gli altri veramente per quello che sono, il mondo veramente per quello che è.

Così si possono rispettare veramente gli altri, e vedere veramente quello che sono, e vedere veramente il mondo per quello che è, il mondo reale, non più quello fantasmatico o quello distorto dello psicotico. Fare un lavoro su di sé così importante è anche rispettare gli altri per quello che sono, per poterli vedere veramente autentici, e non distorti.

Dicevo che lo psicologo vede, sente quando è il momento giusto per fare crescere il paziente da solo, o meglio quando il paziente è cresciuto e può riprendersi il cammino della sua vita da solo. Lo sente di pancia, lo psicologo. Appena può lo psicologo si deve fidare del paziente, dargli spazio, energia. Mollarlo però al momento giusto è un arte, bisogna cogliere il momento giusto che a volte va deciso insieme, non sempre. Certo che è lo psicologo che ha la prima voce in capitolo, che è quello che riesce naturalmente a vedere meglio la situazione di crescita delle parti bambine del paziente. Ma comunque il processo di crescita è un processo visibile anche al paziente, che vede la remissione dei suoi sintomi, e quindi sta meglio. All’inizio quindi lo psicologo non si concentra specificatamente su questo o quel sintomo, a lui non interessano direttamente i sintomi, non lavora prettamente sul sintomo lo psicologo ad orientamento psicodinamico, gli interessano sì specificatamente le urla del bambino nascosto fatte per chiedere aiuto, ma più che concentrarsi sulle urla a lui interessa il perché ci sono questi urli, la loro causa, e state sicuri che ogni urlo c’è perché c’è un motivo sottostante.

Ci sono persone che stanno anni succube delle loro parti bambine perché ne hanno paura. Questo articolo serve a dargli coraggio, a fargli capire che è possibile guarire, superare le fasi di stop, di blocco di se stessi, ripeto, è possibile, basta avere tanta buona volontà e tanto coraggio, e tanta motivazione. C’è bisogno di una parte sana adulta che è forte, che può crescere anch’essa, quando imparerà a non essere totalmente succube della sua parte bambina.

Questi bambini interni sembrano tanto micidiali, specialmente quando si esprimono con pensieri interni netti e ben definiti, catastrofici, ma quando si impara a conoscerli ci si accorge che sono solo dei piccoli bambini indifesi che non cercano altro che crescere e la possibilità di poter parlare, che cercano solo di essere amati e compresi, e fanno tutto questo casino perché nessuno riesce ad ascoltarli.

Bisogna solo arrivare alla origine delle loro emozioni, principalmente delle loro paure. Io stesso ho fatto una lunga analisi ma alla fine sono arrivato a sentire le mie paure più profonde e a superarle. Questa è una garanzia per tutti. Quando lo psicologo sa cosa vuol dire vivere questo viaggio riuscito dentro di sé, allora è garantito, può aiutare il paziente a vivere anche lui il viaggio dentro se stesso, può dargli fiducia. Lo psicologo lavora così d’istinto con la sua personalità, a volte può essere impulsivo, a volte si può sempre arrabbiare, ma se è stato bene analizzato sa che ogni parola che dice serve per portare il paziente dove è arrivato lui.

E si fida delle sue parole! Se lo psicologo è stato bene analizzato è difficile che proietti i suoi vissuti sul paziente, cioè confonda le sue parti bambine con quelle del paziente. Quando uno psicologo ha le sue parti bambine cresciute ogni parola che dice non la dice ai suoi bambini interni che si sono integrati con la sua personalità da adulto e quindi non ci sono più, ma lo dice solo ed esclusivamente al paziente, solo a lui e basta.

E può ascoltare il paziente nella sua interezza, senza che nulla di suo inrisolto lo disturbi, senza provare emozioni particolari quando sente le emozioni del paziente, che così rimangono solo le sue. Le parti bambine dello psicologo, che hanno già vissuto tutto il percorso di crescita, si alleano con la sua parte adulta perché sono diventate adulte e tutti insieme si prende per mano il paziente. Ma lo psicologo adesso è unitario, unico, non più separato con le sue parti bambine interne che lo comandano, e così può tirare fuori il paziente dal buco dove è finito. E’ in fondo quello che fa il genitore sano con le sue parti bambine cresciute quando deve far crescere un figlio. Tutto quello che dice lo dice in automatico e difficilmente sbaglia, sì difficilmente sbaglia!

Quindi una buona analisi dello psicologo è la garanzia migliore per il paziente, più di qualsiasi altra cosa. L’importante è che i 3 bambini nascosti dello psicologo siano del tutto cresciuti e lui abbia raggiunto gli obiettivi Mahleriani che si diceva: uscita dall’eventuale psicosi, uscita dalla simbiosi, superamento del complesso edipico sia dal punto di vista dell’autostima che della sessualità. Queste 3 tappe è fondamentale che lo psicologo le superi. Altrimenti come si diceva non può portare il paziente dove è arrivato lui.

Non è facile arrivare alle ferite più profonde, alle emozioni di angoscia più profonde, ma vi garantisco che è possibile, e quando ci si arriva spariscono come d’incanto i sintomi e ci si libera definitivamente. Bisogna innanzi tutto crederci e credere al metodo, che cambia, se il paziente è un bambino o un adulto, a secondo della sua psicopatologia, o meglio preferisco parlare del tipo di bambino che deve crescere dentro di lui.

Il metodo più adatto per gli adulti è farli parlare, chiedergli di dire tutto quello che gli viene in mente, che si dice in termini psicoanalitici fare delle associazioni libere. A secondo del paziente va bene una relazione di fronte, vis-à-vis, dove lo psicologo vede il paziente in fronte a sé, vede il suo viso, e il paziente vede il viso dello psicologo, oppure, e forse è il metodo migliore, il paziente si sdraia sul lettino e il paziente lo ascolta. Oppure si può alternare le due situazioni, dipende dai casi.

Invece con i bambini si gioca insieme, e attraverso il gioco si vivono tutte le dinamiche più profonde e più arcaiche, più antiche, si parla con i suoi bambini interni e si capisce come mai danno quei sintomi specifici, e il bambino prende in mano il suo bambino interno e lo fa crescere, proprio come fa l’adulto, si riprende se stesso.

Se siete bloccati nella vostra vita vi consiglio di non perdere tempo, perché la qualità della vita di un adulto con la A maiuscola, con i suoi bambini interni cresciuti, non ha paragoni, non è nemmeno paragonabile a quella di un adulto bloccato con i suoi bambini interni che lo comandano. E lo stesso vale per un bambino che ha suoi bambini interni ancora da far crescere. Ma la persona che sta male non lo sa.

E’ come se una persona non ha mai avuto un figlio: non può sapere cosa vuole dire, e vi garantisco è una cosa incredibilmente bella, assolutamente quando uno lo prova capisce che tutto quello che ha fatto prima nella vita ha un’importanza relativa, perché il figlio è di gran lunga la gioia e l’esperienza più bella! Lo stesso vale se uno guarisce, finchè non è guarito non può sapere come ti cambia la vita avere le parti bambine cresciute! No, veramente non c’è paragone. Si passa dal buio alla luce! Ma se avete paura di crescere perché i vostri bambini interni vi fanno paura, allora chiedete aiuto ad un esperto, che lavori, che abbia come obiettivo la crescita di questi bambini.

Io ci sono sempre per consigli e chiarimenti. Fatemi tutte le domande che volete, sono disponibile a rispondervi, scrivetemi.

Ma soprattutto abbiate fiducia in voi stessi e in quella parte piccolina che vi chiede di aiutarla a crescere.

BIBLIOGRAFIA

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