Maternità: scelta o dovere?

Psicologia e dintorni
Maternità: scelta o dovere?

L’istinto alla maternità riguarda senza dubbio tutte le femmine di ogni specie vivente, umani compresi. Prima o poi ogni donna, nell’arco della propria vita, si trova a fare i conti - più o meno consapevolmente- con la propria dimensione “materna”. Tuttavia, se è vero che tale disposizione istintiva potrebbe essere definita “universale”, è altrettanto vero che le sue manifestazioni sono estremamente peculiari e sfaccettate per ogni singola donna.

Sono presenti importanti differenze storiche e culturali connesse al significato di maternità: questo è molto cambiato nel corso delle epoche storiche e anche oggi è molto diverso tra le differenti culture. Per fare un esempio, una donna africana ha un modo di intendere e gestire la maternità molto differente da una donna europea, e ancora diverso da una donna asiatica.

Al di là di queste differenze evidenti anche due donne appartenenti alla stessa cultura ed epoca potrebbero avere una modalità molto dissimile di stare a contatto con questo aspetto della vita, per il semplice fatto che ogni essere umano ha dentro di sé una storia e un mondo unici e irripetibili.

Nonostante le differenze storiche e culturali è tuttavia possibile rintracciare un filo rosso, un comune denominatore che all’interno della nostra organizzazione sociale permette di tracciare degli indicatori profondi, sia di opportunità che di incertezze e paure, che accomunano tutti gli esseri umani. In questo senso, dal punto di vista psicologico, una caratteristica fondamentale connessa all’esperienza della maternità è quella particolare ambivalenza emotiva che genera oscillazioni - sia dell’umore (del sentire) sia del comportamento- relativamente a stati di amore e insofferenza, dedizione e rifiuto, egoismo e generosità, bisogno di accudire e bisogno di trascurare.

Si tratta di una ambivalenza “naturale” ma che nella nostra società viene per lo più rifiutata e negata. Il mondo occidentale infatti tende a definire e connotare l’esperienza materna come “felice” e “generosa” sempre: insomma, detta in altri termini, una mamma per essere adeguata deve essere esclusivamente “buona e dedita”.

Strettamente connesso a questo pregiudizio vi è anche, d’altro canto, la tendenza a considerare la vita femminile come appagata e appagante esclusivamente se “coronata” dal diventare madri, è un meccanismo piuttosto automatico associare ad una donna senza figli il concetto di “incompleto” o dedurre che una donna senza figli sia tale perché infertile piuttosto che per scelta.

Del resto la maternità è stata per migliaia di anni l’unico compito riconosciuto come fondamentale per le donne: riprodurre la specie e allevarla. Ecco quindi che il ruolo materno è stato di conseguenza definito come “senso della vita” e idealizzato, e – nonostante nelle ultime decadi vi siano state profonde trasformazioni sociali connesse al ruolo della donna – ancora oggi diventare madre si lega a concetti profondi di vocazione, sacralità e dedizione.

Questa è la premessa all’interno della quale spesso si formano conflitti importanti e dolorosi nelle donne, silenziosi e non espressi, perché rifiutati dalla persona stessa che li prova. D’altra parte mostrare queste parti di sé, ad esempio non provare nessun desiderio di procreare, oppure, provare per il proprio bambino anche fatica e frustrazione, non è assolutamente facile: significa esporsi ad un senso di inadeguatezza di sé, ad un aspetto di noi che socialmente potrebbe essere etichettato come “contro natura”.

Mentre la realtà è che questi differenti pezzi di noi coesistono e convivono in ogni donna, e sono parte della complessità psicologica della vita, inducendola da un lato a proteggere suo figlio e dall’altro a proteggere se stessa. La cronaca ad oggi ci informa dei casi estremi dove questo avviene, e avviene in modo così forte da diventare visibile: casi in cui la madre arriva a dare la sua stessa vita per quella del figlio o all’opposto a togliergliela.

La psicologia femminile è spesso in gioco o in bilico tra queste due istanze, l’istinto di autoconservazione e l’istinto di maternità. Questa ambivalenza del resto può entrare nel nostro mondo psicologico anche in altri rapporti significativi come quello con il partner, per il semplice fatto che l’Altro assume un potere potente, ovvero quello di esserci oppure di non esserci più, provocandoci felicità o viceversa dolore, e di conseguenza sviluppando in ognuno di noi sentimenti di attrazione e contemporaneamente di rifiuto.

Un figlio inoltre afferma un potere ancora più peculiare e specifico sulla madre, in quanto nasce dal suo stesso corpo, quindi ne è in qualche modo parte e nello stesso tempo è un’altra persona, dall’istante stesso in cui il cordone ombelicale viene tagliato. E, se è vero che qualsiasi altra relazione può sciogliersi, non potrà esserlo quella della madre con il proprio bambino: questo “per sempre” alimenta la complessità emotiva di tale legame.

La componente “negativa” della maternità non è altro quindi che una parte dell’istinto auto conservativo, che viene giudicata “contro natura”, che induce a considerare innaturale ciò che è istintivo e a sentirsi sbagliate e colpevoli quando si avvertono pulsioni che socialmente vengono condannate: ad esempio semplicemente stanchezza, bisogno di avere dei propri  spazi e tempi, bisogno di aiuto nell’accudimento.

Tuttavia se è vero che ci si difende meglio da ciò che si conosce, allora forse la chiave risolutiva è quella di accettare la complessità psicologica di ognuno di noi piuttosto che negarla, accettando e riconoscendo le nostre pulsioni.

La maternità come unico senso e come idealizzazione impoverisce in realtà l’esistenza femminile, comprimendo le energie e le vocazioni di una persona in un unico ambito della vita. La maternità quindi non è “il senso” della vita, ma uno dei possibili “sensi”, ed è parte di una complessità psichica che in realtà è comune ad entrambi i generi (affrancando per altro, in modo speculare, di senso e di importanza la dimensione paterna).

Una donna che riconosce i suoi desideri e che sa accettare le sue ombre, le sue luci  e le sue sfaccettature, sarà anche una donna che saprà rinunciare ad essere perfetta e ad avere (eventualmente) figli perfetti, costruendo un progetto di vita consapevole, nel modo – o nei modi – che sapranno renderla completa e appagata.

 

“ Ora la mia pancia è nobile come il mio cuore” (Gabriela Mistral)