Evviva, io soffro! e tu?

Perché la sofferenza psicologica ci porta a crescere

Pubblicato il 17 novembre, 2016  / Psicologia e dintorni
Evviva, io soffro! e tu?

Ce ne accorgiamo dopo settimane, dopo mesi, a volte anni.

Quando il caos è cessato, la tempesta nera è passata distruggendo tutto ciò che ci voltiamo a guardare alle nostre spalle, e il dolore è diventato un compagno discreto. Così vicino a noi e presente nella nostra quotidianità che quasi non sappiamo immaginarci senza.

Ed è allora che accade. Un giorno ti svegli e comprendi quanto tutta quella sofferenza abbia avuto un senso, seppur fino ad allora fosse rimasto misterioso.

Perché quando proviamo dolore, quel dolore che spezza il fiato, che logora la mente e sembra non avere via d’uscita, la domanda che ci si pone è:
“Perché?"

Il dolore è spesso (forse sempre?) legato alla perdita, alla separazione. Si perde sempre qualcosa. Che sia un figlio, un amore, un genitore, un marito o una moglie, una sorella, una parte di sé fisica o psichica, un animale, un pezzo della propria vita, il dolore sembra essere comunque legato al vuoto che resta.

I giorni scorrono lenti, la voglia di svolgere le attività quotidiane diminuisce, i sorrisi sembrano ormai qualcosa che poco ci appartiene, e si osservano gli altri chiedendosi come facciano a continuare a camminare, parlare, lavorare in quel modo. Ci si sente estranei di fronte ad un mondo che continua ad andare avanti, eppure anche noi ne facciamo parte, ma come si fa a tornare come prima?

Allora iniziano i tentativi di autoconvincimento, le lotte con sé stessi per spronarsi a uscire di casa, a incontrare persone, a svolgere attività utili, gratificanti, nuove, a non lasciarsi andare al dolore. Si “stringono i denti” nella speranza che quel dolore passi prima o poi, magari mentre tentiamo pure di ignorarlo.

Tristezza e sofferenza sembrano essere il terrore di ogni uomo. Jung scriveva: “Si fa di tutto, anche le cose più strane, pur di sfuggire alla propria anima.” Tutto pur di non affrontare sé stessi.

Dal canto suo già F. Nietzsche ci aveva avvisato che: “Si deve essere pronti ad ardere nella propria fiamma: com’è possibile rinnovarsi senza prima essere divenuti cenere?”.

Ebbene sì, si scoprono tante cose di sé grazie al dolore. Lui ci impone di star fermi, di non riempire le giornate di altro e di pensare a noi stessi. C’è un egoismo insito nel dolore che fa del dolore un vissuto estremamente prezioso.

Ogni energia disponibile viene dedicata alla riflessione. I pensieri occupano intere giornate, la tristezza pretende di essere vissuta e guai a ignorarla: finalmente un po’ di tempo per noi!

Il dolore ci ruba al mondo influenzando anche il nostro corpo: si perde l’appetito, mancano le energie, i sensi sono più ovattati, le luci, i colori o i suoni forti vengono evitati. Siamo distratti, la concentrazione diminuisce, siamo fisicamente qui e mentalmente in altri luoghi e tempi; i ricordi invadono, le domande pure, si rimane bloccati in un vortice di pensieri e dolore da cui appare difficile uscire. Eppure quel vortice che tanto sa di morte è in realtà un caos di vita.

In ogni cultura la morte rappresenta simbolicamente un passaggio iniziatico: finisce una modalità di essere vivi e ne inizia un’altra, differente. Che sia un mondo parallelo come il paradiso, che sia la reincarnazione o semplicemente la trasformazione del corpo in nutrimento per nuovi esseri viventi (il famoso “ciclo di vita” di cui si parla anche ai bambini in cartoni animati come il Re Leone!).

Come C. Widmann ricorda in un suo testo, Dante nel suo Inferno “per tre volte cade come corpo morto cade”. “In quei punti avviene una nuova presa di coscienza, un mutamento, un passaggio di morte e rinascita: morte allo stato precedente, rinascita allo stato successivo. Ognuno di questi passaggi è conquistato dall’uomo attraverso il dolore” (A. Mazzarella, 1991).

Ecco dunque il significato simbolico della morte: il distacco da una certa condizione ed il passaggio al livello successivo.

Jung sosteneva che nel percorso di conoscenza di sé il lutto e il dolore caratterizzano sempre le fasi iniziali: il passaggio attraverso una fase “nera” appare utile e assolutamente necessario al fine di maturare uno stato psichico di maggiore consapevolezza e di migliore benessere.

Il dolore acquisisce così una valenza nuova, paradossalmente positiva.

“Stare nel dolore”, nel deserto della solitudine, diventa una dura prova che, se superata, porta la psiche ad un livello superiore di evoluzione.