Essere se stessi ma in fondo fingersi qualcun altro

Pubblicato il 2 marzo, 2015  / Psicologia e dintorni
Essere se stessi ma in fondo fingersi qualcun altro

Quando nella vita di tutti i giorni non c'è posto per il nostro vero Io ma continuiamo a vivere come se questa fosse di qualcun altro, non lasciamo posto alla nostra vera identità che resta ammanettata da qualche parte.

Il disagio allora lo senti nel vedere negli altri un momento di felicità che tu non sai costruire per te stesso, perché siamo identificati in uno schema che non ci appartiene.

È come costringersi ad indossare il cappotto bello di qualche stagione fa ma le cui maniche ci stanno strette ed ogni volta che facciamo un movimento più ampio sentiamo la stoffa tirare sulle spalle proprio come se avessimo un impedimento che ci condiziona. Ci muoviamo così come dei manichini con le giunture dure, senza agilità, induriti da quel cappotto bello che ormai è come fosse, nostro malgrado, incollato addosso.

Essere se stessi ma in fondo fingersi qualcun altroTanti di noi si sentono costretti a concretizzare le illusioni dei genitori anche se ciò che loro avrebbero voluto per noi non sempre corrisponde a pieno a ciò che liberamente avremmo voluto fare.

Tante donne ad esempio sentono l'obbligo di sposarsi per avere dei bambini, per poi accorgersi che magari avrebbero potuto realizzarsi nel lavoro. Altre hanno visto le loro mamme solo ed esclusivamente come donne del focolaio domestico e non possono che far altro che ripetere quello schema anche se poi non si rivela completamente adatto a loro.

Ripensando all'attimo in cui ci siamo trovati a fare certe scelte, ci rendiamo conto di come fosse naturale per chi ci stava vicino che noi prendessimo quella strada perché era quello che ci aspettava da noi.

Rilevare l'attività di famiglia o sposare il fidanzato di sempre, essere i figli che i nostri genitori vorrebbero o la mogliettina che assolve ai doveri di casa sono tutti ruoli a cui è facile aderire all'inizio perché sono tranquillizzanti e ci forniscono un'iniezione di gratificazioni e di meriti.

Se questi schemi non sono davvero i nostri o se per qualche ragione smettono di esserlo (perché i punti di vista si modificano) allora non riusciamo più a rinnovarci perché ciò che all'inizio ci aveva protetto come in una culla ora diventa una catena che ci annienta lentamente.

Quelle scelte hanno sancito l'appartenenza alla nostra famiglia o al gruppo e hanno tracciato dei sentieri ai quali ci siamo aggrappati ferocemente perché l'importante era essere. Essere per esistere, essere qualcosa, esserci.

Rendersi conto in corso d'opera  di essersi ridotti a bravi esecutori, di aver costruito la propria immagine su un'apparenza che è stata trasformata in snodo centrale per piacere o per essere accettati fa sentire il peso della maschera che rimane l'unico modo per continuare ad esistere.

La sofferenza maggiore però non nasce da ciò che abbiamo o non abbiamo ma da ciò che non siamo.

Non possiamo essere liberi negando chi siamo veramente ma è forse la libertà stessa ad incuterci tanto timore.