Alcune considerazioni sulla presa in carico dell'anziano in istituzione

Pubblicato il 16 febbraio, 2015  / Psicologia e dintorni
Alcune considerazioni sulla presa in carico dell'anziano in istituzione

Rispetto ad alcune questioni è davvero difficile fare un'elogio al passato affermando nostalgicamente  “si stava meglio una volta”. Le scoperte in campo medico in particolare, ma più in generale il progresso hanno determinato un aumento progressivo dell’aspettativa di vita. L’eredità più importante che la modernità ci regala è la possibilità di poter vivere più a lungo e in condizioni meno precarie che in passato. I tempi cambiano e a volte per fortuna.

Conseguenza diretta di questo è l’aumento del numero di persone anziane, fattore che porta con sé possibilità e questioni inedite.

Il generale miglioramento delle condizioni di vita della cosiddetta terza età ha originato una generazione di anziani, non solo autosufficienti, ma che si presenta come una vera e propria risorsa per il tessuto sociale. Si pensi all’importanza dei nonni nella gestione dei bambini o al nutrito corpo dei pensionati impegnati in attività di volontariato. Anche i dati economici sostengono questa valorizzazione della terza età,  un’indagine annuale svolta dal Censis, rileva ad esempio che il 40% degli anziani continua a risparmiare, sempre il 40% degli anziani fornisce un aiuto economico alla famiglia dei figli, mentre solo il 25% lo riceve. Non poco davvero.

A fare da contrappunto a questo generale miglioramento delle condizioni dell’anzianità, si deve anche prendere atto di un aumento cospicuo del numero degli anziani non più autosufficienti, che non possono vivere senza assistenza e che per ragioni diverse essa non può essere fornita direttamente dai familiari. Tale incremento comporta una serie di conseguenze che a livello delle politiche sociali, hanno reso necessaira la costruzione di una rete di servizi che possa rispondere alle esigenze di questa importante fascia della popolazione. In Italia, le istituzioni maggiormente coinvolte nel fronteggiare queste questioni sono le RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali).

Da qualche tempo frequento, per motivi professionali, l’equipe di una di queste istituzioni del nostro territorio. Questa contingenza mi ha spinto ad alcune riflessioni, al di là delle possibili considerazioni di carattere sociologico, sul tema dell’anzianità in relazione alla presa in carico istituzionale.

Propongo qui alcune considerazioni su questa questione, considerando i tre vertici della stessa:  l’anziano, i familiari dell’anziano e chi si prende cura dell’anziano.

L'anziano. Va da sé, l’ingresso in una struttura residenziale è un passaggio radicale. L’anziano, nella maggior parte dei casi, si trova costretto a decidere, o ad accettare che altri decidano per lui, di lasciare la propria casa, le proprie abitudini, i propri legami. A volte è a causa di un evento particolarmente traumatico, altre volte l'inevitabile esito dello scorrere del tempo. Comunque, per  quanto possa essere necessario l’ingresso in una struttura assistenziale, e possa essere esperito come tale anche dall’anziano, esso si configura, almeno inizialmente, come un movimento di distacco. Tale distacco non è uno tra gli altri, credo sia innegabile che al fondo l’ingresso in una casa di riposo si lega inevitabilmente con la questione della fine.

Quale domanda pongono i familiari che si rivolgono ad una casa di riposo? La domanda sembra invocare una risposta per così dire sul piano dell’evidenza e della concretezza: i familiari hanno bisogno che qualcuno si occupi del loro congiunto. Questo è innegabile, ma si deve tener anche conto di ciò che della loro domanda  travalica questa dimensione per così dire del bisogno. 

L’affidare un proprio caro, magari un genitore, ad un’istituzione, a degli estranei, porta con sé una serie di vissuti personali che possono sfociare nei comportamenti più diversi, nelle domande più disparate.

A titolo di esempio si possono indicare due estremi di questa domanda che, più o meno inconsciamente, i familiari rivolgono all’istituzione e quindi a chi concretamente la incarna.

Alcune considerazioni sulla presa in carico dell'anziano in istituzione

Il primo estremo è quando la domanda eccedente il bisogno si configura come un “non volerne sapere più nulla”. I familiari in questo caso investono le persone rappresentati la struttura di una domanda che ha si potrebbe dire di “sostituzione”. La domanda di prendersi cura concretamente dell’anziano si sposa con quella che qualcuno si sostituisca ai familiari anche dal punto di vista della preoccupazione, del pensiero, pensateci voi! Il rivolgersi all’istituzione si configura qui come una soluzione in quanto esclude, immaginariamente, la responsabilità dei familiari.

L’altro estremo è rappresentato da quelle situazioni in cui la difficoltà a separasi dal proprio caro, anche quando questo è inevitabile sul piano concreto, porta con sé un carico di colpa insopportabile per i familiari. La domanda implicita nella richiesta di cura all’istituzione allora facilmente prenderà la forma dell’”impossibile da soddisfare”. Siamo nei casi in cui la decisone di rivolgersi ad una casa di cura prende, per ragioni soggettive, i macabri contorni dell’abbandono del proprio caro. Se, il sentimento di colpa conseguente a questa situazione, non trova uno spazio per essere quantomeno riconosciuto, facilmente si trasformerà in una lamentela verso l’istituzione e il personale. La colpa, come una moneta, potrà allora passare da una mano all’altra, dando vita ad ogni genere di recriminazione che, altrettanto facilmente, potrà trovare una risposta specularmente aggressiva da parte degli operatori.

Gli operatori. In una RSA sono presenti molte figure professionali diverse: medici, infermieri, operatori socioassistenziali, fisioterapisti, animatori, volontari.

Qual'è il loro compito? Quale lo specifico del loro lavoro? Per affrontare la questione riferimanoci all'oggetto delle cure, cioè l'anziano, facendo prima un passo indietro per poi provare a farne uno in avanti.

Sottoponendo l'aziano alla cartesiana distinzione tra res extensa (materia) e la rex cogitans (mente), si può operare una prima suddivisione rispetto alle cure: quelle che riguardano rispettivamente il corpo e la mente. Per quanto riguarda le prime, la questione, posta in questa ottica dualistica, è piuttosto semplice. Quello che gli operatori sono chiamati a fare è prendersi cura del corpo del malato, tenerlo pulito, per quanto possibile efficente e ritardarne l'inevitabile decadimento.

Queste cure, indubbiamente essenziali, attengono ad un piano concreto, misurabile, oggettivabile.

Ma la presa in carico di una persona, anziana o no, non può limitarsi a questo piano. Benchè in alcune situazioni il piano materiale della cura del corpo abbia una rilevanza tale da rendere quasi accessori gli altri aspetti di un intervento, ad esempio nel caso in cui una persona si rivolga al pronto soccorso in preda ad un arresto cardiaco, è ormai noto che il cosidetto “piano relazionale” abbia un'incidenza determinante.

Ma quali sono le cure che attengono alla rex cogitans, in altre parole come si può pensare un intervento che tenga conto, non solo ideologicamente, dei cosidetti aspetti umani?

A mio giudizio per pensare seriamente a questa importante questione, evitando di ricorrere a categorie tanto altisonanti quanto vaghe come quella di benessere, è necessario il passo avanti di cui si diceva prima cioè ricomporre, nell'atto di cura, la distinzione tra corpo e mente.

Ma come si può realizzare questo difficile compito? Credo che la via sia quella di far in modo che all'interno della relazione tra il curante e l'anziano venga lasciato lo spazio perchè la soggettività di quest'ultimo possa manifestarsi.

Si deve considerare che l'ingresso in istitutzione, qualunque essa sia, porta con sé inevitabilmente una perdita sul piano della soggettività, almeno sul piano formale. Ogni anziano deve cedere un po' della sua particolarità per entrare nella routine degli orari, delle attività, delle visite, delle terapie, della lavandera, in altre parole diventa un ospite della casa di riposo. Si tratta di una perdita necessaria e inevitabile per ragioni organizzative ed economiche principalmente. Quello che mi sembra interessante considerare in merito è come si possa far fronte ad essa, sia dalla parte dell'anziano che da quella dei curanti.

Mi avvarrò di un riferimento che attinge alla filosofia antica, a Plutarco. Egli racconta la storia di Teseo, l'eroe che con l'aiuto di Apollo sconfisse il Minotauro sull'isola di Creta. Come ringraziamento gli abitanti di Atene, che prima della liberazione di Teseo erano costretti ad offrire fanciulli e fanciulle in sacrifico al padrone del labirinto, decisero di utilizzare la nave che portò l'eroe a Creta per fare un viaggio rituale a Delo, isola di Apollo.

Pare che gli ateniesi conservarono quell'abitudine e l'imbarcazione sopravvisse per mille anni, grazie alla sostituzione progressiva del legno che inevitabilmente marciva, con del legno nuovo e sano. Finì così che la nave fu costituita totalmente da pezzi nuovi.

La domanda che si pone, e che costituisce il cosidetto “paradosso della nave di Teseo”, è se la nave, una volta sostituiti tutti i pezzi, sia sempre la stessa. Ciò che si pone è il tema dell'identità.

Benchè se ne possa certo discutere, mi sembra evidente che da un certo punto di vista, certamente la nave è sempre la stessa. Anzi si potrebbe non senza ragione sostenere, che è proprio attraverso lo sforzo degli ateniesi che l'imbarcazione rimane la stessa. Questo a mio parere avviene non tanto per l'opera di manutenzione, benchè indispensabile, quanto più per ciò che sostiene tale agire, ovvero il fatto che gli ateniesi riconoscano la nave di Teseo come tale, ne riconoscano l'identità, al di là dei pezzi di cui è composta.

Torniamo agli anziani. Il riferimento alla nave di Teseo permette, a mio avviso, di mettere meglio a fuoco quello che credo sia un punto essenziale nella presa in carico di una persona avanti negli anni.

In effetti i cambiamenti del corpo nella vecchiaia impongono una progressiva rinegoziazione di ciò che l'anziano può fare e del suo rapporto con gli altri. L'identià dell'anziano si trova così a dover far fronte a cambiamenti estremamente rilevanti, tra i quali ad esempio ingresso in una casa di riposo.

Ciononostante qualcosa tiene, non cambia. La cifra personale che costituisce lo stile di una persona, la sua particolarità, resiste, va fatta resistere. Ma questo non può che avvenire attraverso il riconoscimento che proviene dall'altro.

Si pensi all'infanzia dove tale processo è sostenuto principalmente dai genitori, o da chi ne fa le veci Prendiamo l'emblematica questione del nome. Anche il nome è un paradosso in fondo: è la cosa che più ci identifica a noi stessi e agli altri e ci viene donato da qualcuna altro. Un tratto così fondante dell'identità non viene scelto ma ricevuto in dono.

Alla stessa maniera la questione del riconoscimento, inteso come riconoscimento della particolarità soggettiva, si rivela cruciale nel prendersi cura di un anziano. Questo, a mio giudizio, è tanto più vero quanto più le facoltà psichiche dell'anziano sono deteriorate. Si pensi per esempio, ma non come un esempio tra gli altri, alla questione della memoria. Non è forse attraverso essa che noi ci ricordiamo letteralmente chi siamo? Se questo è vero, allora mi sembra lecito pensare che se la memoria del soggetto anziano viene meno, tanto più sarà necessario che chi si occupa di lui gli ricordi chi è.

Vorrei concludere con una considerazione sul lavoro in casa di riposo. Come ho accenato prima, da qualche tempo collaboro con un equipe di una RSA. Incontro queste persone mensilmente e alla fine di ogni incontro resto sempre colpito dalla professionalità, dalla passione e dall'impegno profuso nel loro lavoro. Per amore della verità va detto, lavorare in una casa di riposo non è facile. Convivere con la prossimità alla morte può diventare logorante e sovente può spingere gli operatori a prendere la via disumanizzante della burocratizzazione dei compiti o quella del burn-out, cioè della fuga.

Ciononstante anche in queste persone qualcosa sembra resistere e dar loro l'ispirazione necessaria per giocare una partita a perdere, che trova il senso di essere giocata più nel modo in cui essa si svolge piuttosto che in riferimento ad un risultato peraltro scontato.