L'ansia da prestazione

Pubblicato il 26 giugno, 2014  / Psicologia e dintorni
L'ansia da prestazione

Nel vasto universo dell’ansia che affligge l’uomo moderno, un capitolo a parte merita l’ansia da prestazione cui un po’ tutti siamo esposti considerata la pretesa della società contemporanea alla sempiterna efficienza, alla efficacia dell’immagine, al fare più che all’essere.

La “prestazione” dunque ha preso il posto d’onore tra i banchi di scuola, le aziende, le palestre e le sale da ballo, e, naturalmente, tra le lenzuola. Concentrati sul successo, consci dell’enorme competitività che accompagna i nostri risultati, le azioni divengono “prest-azioni” cui si conferisce non un valore etico o estetico, e nemmeno quello della opportunità o utilità di ciò che si pone in essere, quanto la “dimostrazione” della sua eccellenza nei confronti di un presunto contratto, che in questo caso è il modello sociale che ci è stato imposto e le aspettative che ne conseguono.

Nella sfera sessuale, tali condizionamenti culturali pesano enormemente sulla prestazione che, liberata dai tabù e dalle inibizioni che lo gravavano in precedenza, si trova oggi alle prese con la paura del fallimento, con il sentimento di inadeguatezza, con il timore di deludere le attese e il giudizio dell’altro/a, divenendo un atto di esibizione orientato a non deludere il patner piuttosto che ad appagare il proprio piacere. Tale ansia, connessa alla paura di non farcela, può essere nel maschio fonte di difficoltà all’erezione e/o al suo mantenimento, producendo una tensione eccessiva che può esitare nella eiaculazione precoce, o nella perdita dell’eccitazione, come se il proprio comportamento sessuale fosse sottoposto ad un continuo esame .

E’ evidente che in tal modo non solo si danneggia fortemente la propria espressività erotica, ma si indebolisce la propria autostima, con il risultato di ricorrere a continue prove delle proprie capacità e, così facendo, ad altri probabili insuccessi. A queste prove si accompagna  l’uso sempre più frequenti di farmaci eccitanti, riducendo la propria vita sessuale ad un atto tecnico, che non soddisfa la propria emotività e non  produce  nella coppia il piacere di una sempre maggiore ricerca di complicità e di intimità.

Nella donna, l’ansia da prestazione riguarda maggiormente la preoccupazione costante al  proprio corpo, l’incapacità di lasciarsi andare, con la conseguente  difficoltà al raggiungimento dell’orgasmo e talora al dolore vaginale.



Ansia da prestazione
In tutti i casi, e non solo nell’ambito sessuale, ma come dicevo all’inizio anche in ambito scolastico, lavorativo e relazionale in genere, quando la propria prova è  percepita in relazione all’altro e al giudizio negativo che ne potrebbe scaturire, il soggetto alimenta in sé l’ideale di una “prestazione”  perfetta che lo mantiene in continua tensione, pena l’esclusione o il rifiuto da parte degli altri.

Questo atteggiamento si riscontra anche nei bambini a cui si richiedono prestazioni scolastiche, sportive, talora eccessive in relazione all’età, che li distolgono prematuramente dal piacere del gioco e che spesso riflettono l’ansia genitoriale  di costruire dei figli “quasi perfetti”.

Un altro ambito in cui l’ansia da prestazione può creare disagio e sentimenti di inadeguatezza è quello lavorativo laddove il continuo confronto con i colleghi può interferire con l’espletamento del proprio compito, producendo sfiducia nelle proprie capacità se non si raggiungono gli standard di efficienza positivamente riconosciuti da parte degli altri. In tutti questi casi, il proprio agire è sempre considerato dalla prospettiva degli altri e dalle loro aspettative  cui doversi necessariamente uniformare, togliendo alle proprie capacità individuali lo spazio di manifestarsi in modo originale e soggettivo.

Pur nella diversità delle situazioni cui ho fatto riferimento, il problema dell’ansia nasce nel momento in cui la propria azione viene considerata una “performance” da esibire agli altri per ottenerne il riconoscimento e l’approvazione. Quando questa preoccupazione diviene eccessiva, la paura del fallimento, dell’insuccesso e del giudizio negativo crea un disagio psichico profondo che va ridimensionato attraverso la valorizzazione del proprio modo d’essere piuttosto che nell’adeguarsi ad un modello ideale precostituito culturalmente.