SPECIAL REPORT: Psicologia delle Tossicomanie

Pubblicato il 6 giugno, 2013  / Psicologia e dintorni
SPECIAL REPORT: Psicologia delle Tossicomanie

L’uso di sostanze si può inizialmente declinare in tre tipi di comportamento:

  • USO SALTUARIO: la sostanza viene utilizzata in sporadiche occasioni, quali ad esempio, momenti ricreativi, oppure momenti di forte stress in cui essa ha un funzione autoterapeutica e soppressiva del dolore e della coscienza. In tale veste, l’uso di sostanze, non rientra ancora nei comportamenti patologici, seppure possa potenzialmente diventarlo. Nell’età adolescenziale, nella maggior parte dei casi l’uso di sostanze psicoattive è semplicemente il derivato di bisogni peculiari, quali sperimentare, provare nuove sensazioni, evadere dalla realtà e trasgredire alle norme convenzionali o genitoriali, e con essi si esaurisce.
  • ABUSO: riguarda un uso smodato, inconsapevole ed eccessivo di una sostanza in un determinato momento circoscritto e può causare fenomeni di intossicazione acuta anche grave.
  • DIPENDENZA: con essa si definisce uno: “Stato psichico ed alcune volte anche fisico che risulti dall’interazione tra un organismo vivente ed un farmaco che si caratterizza con delle modificazioni del comportamento e con altre reazioni le quali contemplano sempre una pulsione a prendere la sostanza in modo continuo o periodico al fine di ritrovare i suoi effetti psichici ed alcune volte per evitare il malessere della privazione. Questo stato può accompagnare o no una tolleranza. Lo stesso individuo può essere dipendente da più sostanze.” (O.M.S 1963). Prima ancora e tuttora negli USA, si utilizza la definizione di addiction che indica un comportamento compulsivo e dipendente.

In Italia il mercato delle sostanze stupefacenti si è evoluto rapidamente e ha subito numerose metamorfosi, nonostante sia un fenomeno piuttosto recente, infatti, è solo negli anni ’70 che la droga fa la sua comparsa, attirando su di sé l’attenzione pubblica e numerose risposte repressive.

E’ questo il periodo in cui nasce il mito del “tossico”, senza fissa dimora, che vive per strada, in pessime condizioni igieniche, la cui vita ruota completamente intorno alla “roba” per la quale compie ogni nefandezza, dal furto ai danni di familiari, allo scippo, allo spaccio e alla prostituzione, e che muore per overdose spesso solo, in luoghi abbandonati. E’ l’emarginato, che la legge bolla come delinquente e persegue come tale. Intorno agli anni ’80 si osserva una svolta molto importante, infatti, il tossicodipendente viene finalmente considerato come un malato che necessita quindi di cure e trattamenti specifici.

Nascono i Ser.T.: i servizi rientranti nel piano delle attività di sanità pubblica che si occupano di diagnosi, cura e trattamento di tossicodipendenti, e alcooldipendenti, operando per i primi soprattutto l’invio nelle “comunità” che nascono a frotte nel territorio italiano. Quest’ultime sono centri residenziali, dove in primis si pone l’accettazione dell’individuo, e la sua riabilitazione attraverso il lavoro che, si crede gli potrà restituire dignità e amore di sé, in modo da sostituire, finalmente, il rapporto con la sostanza.

Inizialmente tali comunità sono per lo più a conduzione familiare o cattolica, e non hanno ancora un impostazione psicoterapeutica, poichè solo successivamente, il contributo della psicologia sarà messo a disposizione nei trattamenti per la tossicodipendenza.

Da allora se ne è fatta di strada e gli interventi di cura e prevenzione della tossicodipendenza sono accresciuti e migliorati per poter rispondere alle nuove e sempre più pressanti esigenze dei consumatori, dacchè, come dicevamo, di cambiamenti ce ne sono stati molti.

Forse per la paura dell’Aids, che da metà degli anni ’80 ha mietuto molte vittime fra gli eroinomani che si scambiavano le siringhe e con esse la malattia, o forse favorite dall’avvento di una società consumistica, il cui leitmotiv è essere alla moda, attivi e sempre “sull’onda”, o forse per entrambe le ragioni, sono apparse sul mercato nuove sostanze stupefacenti: le droghe sintetiche (MDMA, derivati anfetaminici, ketamina, popper, ecc….)

Queste, hanno rapidamente fatto presa, prima negli USA, poi in Europa e ora anche in Italia, per via del loro basso prezzo e dell’idea di pulizia e ridotta pericolosità che la loro forma gli conferisce, non a caso, sono chiamate in gergo “caramelle”.

Un ulteriore spiegazione a siffatta larga diffusione, è rintracciabile nel fatto che vengono utilizzate in luoghi di aggregazione giovanile, come la discoteca, il pub, o raves parties. Qui, oltre ad essere definite come “sostanze di tendenza”, favoriscono l’integrazione con il gruppo di pari, e i rapporti interpersonali, rimanendo compatibili con uno stile di vita “normale”, poiché, chi le assume lo fa unicamente, durante il week end.

Gli effetti di queste sostanze, dai pochi studi a lungo termine effettuati, sembrano essere disastrosi, dato che i meccanismi cerebrali con le quali interagiscono vengono soppressi o alterati dando scompensi cognitivi o psichici.

Psicologia della tossicodipendenzaIn fase acuta, possono indurre disturbi fisici come l’ipertermia che causa occlusione dei vasi sanguigni con conseguente ictus cerebrale o infarto del miocardio.

Le droghe sintetiche, comportano inoltre un aumento della libido e quindi più probabilità di incorrere in rapporti sessuali non protetti dove contrarre malattie veneree come l’Aids.

Tuttavia nel presente di molti giovani, lo spettro di tale pericolosità non aleggia affatto e anzi il consumo di queste droghe, e di altri simili composti chimici di varia natura e combinazione è in continuo aumento.

Un progressivo incremento si è osservato anche nei consumi di cocaina che in passato era considerata un sostanza d’elitè, poiché per via del suo alto costo, era accessibile solo a gruppi ristretti. Attualmente, per contrastare la caduta delle vendite, i mercanti di narcotici ne hanno diminuito il prezzo, rendendola disponibile ad un più ampio raggio di consumatori, fra cui sta diventando molto di moda.

ALCUNE TEORIE EZIOPATOLOGICHE DELLA TOSSICODIPENDENZA

FREUD sostiene, che l’uso di sostanze sia fondamentalmente attribuibile ad una fissazione e regressione alla fase orale, che impedisce al soggetto di abbandonare la gratificazione derivante dalla stimolazione della zona labbiale, in quanto, è irrimediabilmente incapace di valicare con efficacia tale stadio, per raggiungere quelli successivi.

Lo sviluppo della teoria freudiana e l’introduzione della prospettiva delle relazioni oggettuali, ha permesso la messa in campo di concetti più articolati ed interessanti, ad esempio OLIVENSTEIN (1981), sostiene che la tossicodipendenza, sia il frutto di un processo mal riuscito di separazione-individuazione dalla madre.

Secondo questa teoria il futuro assuntore di sostanze non ha superato con successo, la cosiddetta “fase dello specchio”. Questa, si colloca nei primi due anni di vita, e trova il suo apice nel momento in cui il bambino è in procinto di uscire dall’unione fusionale con la madre per costruire un proprio Sé autonomo, sulla base dei rimandi che riceve dalla stessa.

Tuttavia, se il rispecchiamento non è adeguato e il ritorno materno è confuso o negato, l’infante non porterà a termine il suo processo di individuazione, rimanendo incastrato in un punto di non ritorno, fra lo specchio riuscito e lo specchio fallito.

Ciò causerà, in età adulta, la presenza di una non chiara immagine di sé, di un Io debole con un bagaglio di difese inadatte, ove la sostanza non sarà altro che un mezzo per ricomporre la frattura originaria e ritrovare quel Sé ancora embrione e mai formato.

Olivestein inoltre sottolinea che, solitamente il tossicodipendente, cresce in una famiglia in cui il padre è emotivamente e concretamente assente, tanto da non permettere una buona interiorizzazione del Super Io, mentre la madre, in linea con quanto sopra sostenuto, è oppressiva e incapace di favorire il processo di separazione.

BERGERET (1983), avvalla l’idea che l’uso di sostanze non sia altro che un modo per difendersi dall’angoscia originata dalle carenze del proprio Io, a loro volta causate da arcaiche e ripetute delusioni nella relazione primaria con la madre.

Tutto ciò determina, un invalidante incapacità di utilizzare il registro simbolico e il soggetto rimane ancorato, per la soddisfazione dei propri bisogni, a modalità primitive, infantili e soprattutto di passaggio all’atto.

Secondo l’autore, esistono fondamentalmente tre categorie di tossicodipendenze, distinguibili a partire dal tipo di struttura di personalità in cui si manifestano:

  • Personalità nevrotiche: sono le meno gravi, poiché l’Io è in uno stato di maggior evoluzione, però sono anche le meno frequenti. Le problematiche sono per lo più concentrate su conflitti edipici, che si manifestano a livello comportamentale con atteggiamenti aggressivi e masochisti.
  • Personalità psicotiche: dove l’uso della sostanza rappresenta una difesa utilizzata per evitare la caduta in stati psicotici puri o per nasconderli, se già apparsi.
  • Personalità a struttura depressiva: dove i soggetti non sono riusciti ad elaborare i conflitti dell’adolescenza e a superarli, integrando in un unità complessa i vari aspetti pulsionali, tanto da rimanere, bloccati in una sorta di pseudolatenza interminabile. Tali individui, si presentano spesso come persone immature, indecise, dipendenti e facilmente influenzabili.

Suddetta tipologia di tossicodipendenza è la più frequente, e denota un danno precedente nell’integrazione e nell’evoluzione del soggetto, durante le passate fasi di vita.

Bergeret conclude che non esiste un tipo di personalità specifica correlabile alla tossicomania, ma quest’ultima non è altro che una risposta difensiva che si attiva in momenti di forte crisi, qualora non siano presenti meccanismi di difesa più adattativi.

KOHUT (1978), sostiene che la tossicomania sia causata da una relazione primaria frustrante con la madre, qualora questa non sia stata in grado di rispondere ai bisogni del Sé grandioso, essenziali affinché il bambino sviluppi integrazione e un senso di valore di Sé.

Psicologia della tossicodipendenzaIl futuro tossicodipendente, può scegliere, su un piano fantastico, di annullare la delusione, mantenere un immagine idealizzata della madre e un autostima ipertrofica. In tal modo però, diviene intollerante alle frustrazioni e ambivalente di fronte alla dipendenza da un genitore vissuto come onnipotente ma concretamente incapace di risolvere le sue necessità.

L’incontro con la droga, rappresenta allora, l’unico mezzo per allontanare i propri sentimenti di inadeguatezza, originati dal confronto con un immagine di sé idealizzata e possedere un oggetto esterno, illusoriamente controllabile, utile a soddisfare i propri bisogni.

CANCRINI (1982), tenta di integrare le idee freudiane con i contributi più recenti della psicoanalisi. Egli sostiene che la tossicodipendenza è una risposta autoterapeutica ad una sofferenza intollerabile, in cui si avvicendano elementi e motivazioni di carattere costituzionale, traumatico, e fattori esterni come ad esempio la disponibilità della sostanza.

Motivo per cui, la tossicodipendenza si colloca in un panorama nosologico di situazioni abbastanza disomogenee, che egli classifica fondamentalmente in quattro gruppi, ognuno, e questo è l’elemento innovativo introdotto da Cancrini, con una propria ipotesi di trattamento e di prognosi:

  • Tossicomanie traumatiche o di TIPO A: l’uso della sostanza risponde reattivamente ad eventi traumatici, quali lutti, separazioni o delusioni sentimentali.

Il sintomo si manifesta più frequentemente nell’adolescenza, una fase già aggravata dallo svincolo dalla famiglia, in cui possono facilmente venire a mancare le risorse che sottendono a difese più appropriate, soprattutto se manca un reale e profondo sostegno da parte di figure importanti della propria vita.

La sostanza ha una funzione totalmente regolatrice, difensiva, e compensatrice, nel lenire il dolore.

La prognosi è la migliore, ed è indicata una terapia di tipo individuale che aiuti il soggetto ad elaborare il trauma e costituire un corpus di difese più adattive per rispondere alle situazioni di stress e crisi.

  • Tossicomanie nevrotiche o di TIPO B: sono quelle in cui è presente un disturbo di tipo nevrotico preesistente, che la tossicomania tenta di celare. Anche questo secondo caso può essere associato ai problemi di individuazione tipici della crisi adolescenziale tuttavia, il soggetto presenta, in concomitanza alla tossicodipendenza tratti psichici disfunzionali non imputabili ad essa. Fra questi possiamo annoverare: sbalzi di umore, difficoltà ad elaborare un progetto di vita concreto, difficoltà nei rapporti interpersonali ecc.., la cui origine appare riconducibile a conflitti inconsci e non elaborati nell’ambito familiare.

Il disturbo nevrotico ha infatti spesso origine in quest’ultimo, per cui è qui che bisogna cercarne le radici profonde.

Si osserva ad esempio, in molti casi, che la tossicomania di un membro del nucleo familiare assume la valenza di diversivo, atto ad eludere conflittualità latente ed eccessivamente dolorosa; o ancora può essere il frutto delle proiezioni di sentimenti negativi e distruttivi sul membro più vulnerabile.

In questi ultimi casi la prognosi diventa infausta poiché, solitamente la famiglia tende a coalizzarsi contro la terapia per perseverare l’equilibrio faticosamente raggiunto.

Cancrini suggerisce come intervento terapeutico un trattamento di tipo relazionale familiare che contribuisca a ridefinire i ruoli, rendere consce e chiare le comunicazioni, anche quelle più criptiche e paradossali, e infine ad elaborare i conflitti.

  • Tossicomanie di transizione o di TIPO C: sono quelle in cui il sintomo tossicomanico va a coprire veri e propri stati nevrotici o psicotici, frutto di uno sviluppo caratterizzato da discontinuità e piccoli, grandi traumi. Possono essere presenti disturbi di personalità come quello borderline, depressione o nuclei familiari profondamente conflittuali; in ogni caso la sostanza allevia il senso di dolore e frustrazione dando libertà dalle angosce persecutorie e depressive.

E’ opinabile, anche in questo caso, un trattamento che coinvolga l’intera famiglia per una ridefinizione interpersonale della tossicomania.

  • Tossicomanie sociopatiche o di TIPO D: si associano spesso ad un tipo di personalità antisociale o per lo meno con una lunga storia di condotte devianti, abbandoni, disagio sociale ed emotivo.

Sono quelle più difficili da trattare a causa delle numerose recidive, per cui si propone spesso la necessità di applicare a questi soggetti interventi di riduzione del danno nel tentativo almeno di non peggiorare la loro situazione, poiché sono prettamente inclini ad una vita di autologorio fino alla morte.

CIRILLO E COLL., propongono una teoria di orientamento prettamente sistemico-relazionale, elaborando un modello esplicativo che tiene conto del vissuto del tossicodipendente nel suo nucleo familiare, in rapporto al tipo di relazioni che intercorrono con i vari membri, anche quelli delle generazioni passate, che direttamente o meno influiscono sul suo benessere psicologico.

Secondo gli autori l’aspirante tossicodipendente cresce in un ambiente in cui il padre è assente a livello emotivo, educativo e a volte anche concreto; la madre è lasciata priva di sostegno affettivo e contenitivo durante l’accudimento del figlio, mentre permangono ancora in sospeso conflitti inconsci con le famiglie di origine, che ostacolano la loro funzione parentale.

Dal canto loro, i nonni entrano a vario titolo nella famiglia del tossicodipendente, impedendo così il taglio simbolico del cordone ombelicale e quindi il processo di individuazione del nucleo familiare formatosi ex novo.

Conseguentemente viene perpetuata una carenza affettiva, dovuta in buona parte alla trasmissione generazionale di deficit nell’accudimento dei figli, tale che, è possibile distinguere tre forme di atteggiamenti parentali disfunzionali, corrispondenti ad altrettante tipologie di tossicodipendenze:

  1. Abbandono dissimulato: la madre è su un piano manifesto affettuosa e premurosa, tuttavia non accudisce il figlio spesso neppure concretamente, poiché delega le proprie funzioni a figure vicarianti. Quando è invece lei ad occuparsi del bambino, lo fa in modo freddo e distaccato. Nell’adolescenza, il futuro tossicodipendente, diviene consapevole delle carenze affettive subite, con conseguente deidealizzazione, della figura materna e paterna, incapaci entrambi di rispondere empaticamente ai suoi nuovi bisogni. A questa devastante scoperta può facilmente rispondere, con comportamenti oppositivi, di ribellione o con uso di sostanze. Queste ultime hanno la funzione precisa di compensare il deficit di autostima, la delusione e la frustrazione di essere stato, per cosi dire “preso in giro” da una coppia genitoriale che non ha mai saputo come amarlo.
  2. Abbandono misconosciuto: in questo secondo caso, il rapporto madre-bambino è rivestito di dolorosi sentimenti contraddittori, relativi anche alla relazione con la figura paterna.

A livello emotivo, l’accudimento del figlio è profondamente carente, anche se tale carenza viene, appunto misconosciuta e negata attraverso razionalizzazioni, che servono a non far trapelare i sentimenti di amore/odio e di rabbia/paura che saturano il rapporto con il figlio. Nell’adolescenza l’individuo, avverte nella sua completezza il carattere fasullo di questo accudimento mancato, e comprende di essere invischiato in una serie di incomprensioni e conflitti fra i propri genitori.

L’uso della sostanza in questo caso, ha la funzione di restituire al soggetto la parvenza di un Sé strutturato e integrato, contrastando quello preesistente frammentario e disperso a causa dell’inconsistenza dei rispecchiamenti con la madre.

3 - Abbandono agito: in questa ultima tipologia rientrano tutte quelle situazioni in cui, l’incontro con la sostanza è solo il capolinea di un percorso travagliato e doloroso, tappezzato di disagio sociale, disgregazione familiare, povertà, abbandoni ecc…

Come per le tossicomanie di TIPO C, ipotizzate da Cancrini, anche qui il soggetto è potenzialmente sociopatico, e se non lo è, è destinato a divenirlo, poiché possiede solo tale modello al quale conformarsi.

Questo tipo di accudimento è caratterizzato, nella maggior parte dei casi, da un habitat dove regnano desolazione e degrado, dove alcool e sostanze, sono divenute parte integrante della vita, dove gli individui non hanno altre opportunità per riuscire nella realizzazione di Sé e nel soddisfacimento dei propri bisogni affettivi.

I FATTORI DI RISCHIO DELLA TOSSICODIPENDENZA

Sono stati individuati, da diversi studi, numerosi fattori di rischio della condotta tossicomanica, vediamo insieme i più importanti:

A - Fattori endogeni o di personalità: rappresentano tratti che, fanno parte della struttura profonda della personalità dell’individuo, predisponendolo a tale tipo di condotta e fra questi possiamo annoverare:

  • timidezza e aggressività, dove il primo riguarda la tendenza ad isolarsi e a non avere amici o persone con cui condividere i propri sentimenti positivi e negativi, mentre il secondo rappresenta una modalità appresa, piuttosto disfunzionale, di affrontare difficoltà e momenti di crisi. A questo si aggiunge anche un terzo tratto: la non convenzionalità, caratterizzata da ribellione, anticonformismo, e ridotto interesse a perseguire mete socialmente condivise
  • il sesso maschile, poiché diversi studi hanno messo in evidenza che l’uso di sostanze è più diffuso nel genere maschile
  • l’età, sono sicuramente di più i giovani e gli adolescenti, che subiscono il fascino effimero del piacere artificiale della droga
  • l’intelligenza, se non brillante ed associata ad un basso rendimento scolastico, inficia l’autostima, e il senso di progettualità per il futuro, facendo credere al soggetto di aver opportunità limitate di realizzazione di sé. Ciò lo porterebbe a scegliere le sostanze come mezzo vicariante, di soddisfacimento dei propri bisogni di autostima
  • psicopatologia, più frequenti sono gli stati depressivi e nevrotici e i disturbi di personalità borderline e antisociale che si associano all’uso di sostanze. Le nuove droghe, come ecstasy e simili, sembrano essere in grado di slatentizzare disturbi psicotici, rimasti sopiti fino ad allora, invece per quanto riguarda le altre sostanze, resta assodato che il disagio mentale sia antecedente al sintomo tossicomanico
  • predisposizione all’uso di sostanze, gli studi sulla familiarità sostengono l’idea che questa sia di natura genetica e quindi trasmissibile di generazione in generazione. Tuttavia su tale ipotesi restano ancora seri dubbi, soprattutto se non inclusa in una prospettiva olistica e complessa della natura umana.

B - Fattori socio-ambientali: in questa categoria, comprendiamo, tutti quegli elementi che fanno parte dell’ambiente in cui il soggetto cresce e si sviluppa:

  • ambiente familiare e stile educativo: la tossicomania è più probabile in un ambiente familiare in cui gli altri membri, soprattutto i genitori, sono o sono stati tossidipendenti. Non intendiamo, tuttavia, sostenere che i figli o i parenti di primo grado di tossicodipendenti, perseguiranno obbligatoriamente la medesima strada, ma solo rilevare una certa trasmissione, o genetica o psicologica del sintomo.

Anche uno stile educativo, lassista e permissivo o al contrario eccessivamente autoritario, può favorire condotte devianti come l’uso di sostanze.

  • eventi stressanti: spesso sono presenti traumi, nella vita del soggetto che, come già sottolineato, possono esacerbare o creare ex novo un disagio psichico, al quale il soggetto non trova risposta alcuna, se non quella che gli arriva dalla sostanza, capace di lenire il suo dolore.
  • il gruppo di pari: nell’adolescenza diventa molto importante farsi accettare dai coetanei tanto che, l’uso della sostanza nel gruppo può fungere da cerimoniale o rito di iniziazione: si pensi ad esempio alla procedura di assunzione di droghe sintetiche nei luoghi di divertimento, nei raves o nelle feste, dove è attuata con regole e modalità precise, all’interno di un circolo ristretto.
  • vicinanza e disponibilità della sostanza: più una sostanza è reperibile, più facile sarà il primo incontro e la sua successiva ripetizione.

In questa breve e sicuramente non esaustiva analisi sul tema dell’uso di sostanze abbiamo cercato di suggerire risposta ad alcuni inquietanti interrogativi: perché i giovani e anche i non più giovani assumono droghe? perché ancora oggi, questo continua a succedere nonostante i media ci bombardino di avvertimenti e informazioni sugli effetti devastanti di sostanze illegali e anche legali, come alcool e tabacco? quali sono i meccanismi inconsci che innescano tali comportamenti potenzialmente autodistruttivi, nell’individuo? perché molti giovani non riescono più a divertirsi e trovare bella la vita, se prima non “si sballano”? perché questo bisogno assurdo di farsi del male, che rimane, tuttavia, in molti casi l’unica chance di stare bene e sentirsi vivi veramente?

  • “-Perché bevi?- domandò il piccolo principe.
  • -Per dimenticare- rispose l’ubriacone.
  • -Per dimenticare che cosa?- s’informò il piccolo principe che cominciava già a compiangerlo.
  • -Per dimenticare che ho vergogna- confessò l’ubriacone abbassando la testa..
  • -Vergogna di che?- insistette il piccolo principe che desiderava soccorrerlo.
  • -Vergogna di bere!- e l’ubriacone si chiuse in un silenzio definitivo.”

Questo brano tratto dal romanzo “Il piccolo principe” di A. de Saint-Exupéry, ci offre una suggestiva descrizione di come, a volte l’uso di sostanze possa iscriversi in un mortifero circolo vizioso dal quale è estremamente difficile uscire.

Al di là delle semplicistiche etichette nosologiche e delle speculazioni sofiste, dobbiamo ammettere che dietro a queste condotte cosiddette devianti, si cela un profondo malessere, che non trova nome, né altro modo di esprimersi.

Esisteranno sempre spacciatori e mercanti di narcotici, non possiamo eliminare il mercato delle droghe, possiamo però, trovare il modo per munire gli individui di armi adeguate per difendersi da questi, e queste armi possono essere solo risorse psicologiche consolidate, sostegno emotivo ed un adeguato contenitore affettivo che li preservi dall’inevitabile frustrazione e angoscia che alla vita si accompagna.

BIBLIOGRAFIA

  • A.M. Benaglio L. Regogliosi (a cura di) Ripensare la prevenzione. Vecchie e nuove dipendenze: è possibile una prevenzione specifica? Ed. Unicopli Milano, 2002
  • M. Ravenna Psicologia delle tossicodipendenze Società Editrice Il Mulino Bologna, 1997
  • L. Regogliosi La prevenzione del disagio giovanile 1° ed. Carrocci Editore Roma, 1994
  • S. Cirillo R. Berrini G. Cambiaso R. Mazza La famiglia del tossicodipendente 1° ed. Raffaello Cortina Editore Milano,1996