La paura generalizzata degli attentati

La percezione del rischio tra certezza e psicosi

Pubblicato il 28 gennaio, 2016  / Psicologia e dintorni
La paura generalizzata degli attentati

Ci spaventa ciò che è successo nel passato o ci terrorizza il domani? Alla luce della psicosi di nuovi attacchi!

Sfogliando le pagine degli ultimi decenni l'attenzione è colpita da innumerevoli manifestazioni di atrocità collettive che ben stridono con il mito del progresso della civiltà. Il "never more" seguito al genocidio degli Ebrei è ormai diventato un urlo soffocato dai recenti eventi di Parigi, Nigeria e Mali, per dirne solo alcuni dei mesi scorsi. La convinzione che la ragione potesse tenere a bada la crudeltà socialmente organizzata sembra tragicamente delusa.

Ed, in questi mesi di paura e perdizione, si interroga la psicologia. Si interrogano le decine di specialisti nei diversi salotti Tv che tanto foraggiano il loro narcisismo! Ma una cosa è chiara: una spiegazione unica a simili atrocità non c'è! Una spiegazione alla ragione per la quale simili atrocità sono state compiute si può trovare nell'ipotesi che ognuno di noi può azzardare in base al proprio livello di conoscenza. Semmai ci fosse una risposta o ipotesi veritiera sul perchè, allora dovrebbero essere figure come gli analisti politici a rispondervi.

Quello che ci si deve chiedere piuttosto è come andare avanti in un clima di terrore perchè, è inutile negarlo, ciò che è successo a Parigi è successo ad ognuno di noi e il sentimento della paura (meglio, il terrore) è diventato nostro compagno quotidiano, che si traduce con la paura di perdere la libertà.

Ciò che proviamo oggi e a cui diamo il nome di paura è in realtà un terrore prospettivo, è il terrore del domani, è il terrore che qualcosa (poco o molto) cambierà e destabilizzerà i nostri equilibri. Abbiamo paura di aggregarci nelle piazze, Abbiamo paura di prendere un qualsiasi volo. Abbiamo paura a spostarci e vivere la nostra vita come sempre. La traduzione più vicina a tutto ciò è l'insicurezza, un ragno che sta tessendo i fili delle nostre personalità.

E questa insicurezza che viene dall'esterno mina la nostra fiducia, mina le relazioni, che inevitabilmente diventano più complesse, e si crea quello stato di vulnerabilità che ci fa sentire scoperti anche dentro i nostri luoghi che hanno solitamente il ruolo di protezione. E più ci chiudiamo e più ci sentiamo fragili. La Parigi dello scorso novembre è stato il messaggio chiave: "non posso sentirmi al sicuro in nessun luogo, pur familiare".

Nessuno di noi ricorderà ciò che eravamo il 10 settembre 2001 come civiltà. Fa parte dei meccanismi di rimozione che il nostro cervello attiva. Eppure dal giorno successivo ognuno di noi ha imparato ad adattarsi a quel nuovo mondo, a quelle procedura di sicurezza e psicosi che hanno modificato per sempre ciò che eravamo. Abbiamo dimenticato che prima non v'erano controlli serrati ai gate degli aeroporti e che i liquidi nel bagaglio a mano non assumevano quel valore distruttivo di oggi. Queste sono alcune delle azioni che sono diventate automatiche e scontate per la nostra mente, ma quello che è diventato subdolo nelle nostre menti è la paura generale, dell'odierno e del futuro. Sempre più utenti giungono alla nostra attenzione con "paure senza nome" che assumono in realtà una valenza importante se inserite in un contesto mediatico di terrore. L'insicurezza viaggia "sub-limen" per impossessarsi del nostro volto e delle nostre azioni, in maniera quasi del tutto incosciente.

Quel nuovo mondo stabilitosi in Occidente quindici anni fa è nuovamente diventato vecchio lo scorso 13 novembre, 2015, appena due mesi fa. Credo che se bisogna ricavare qualcosa di buono da queste atrocità (se, e ripeto, se) l'unica nota positiva è resa dalla grande solidarietà che abbiamo riscoperto verso il prossimo. Solidarietà ed empatia, che ci fanno sentire almeno utili nel poter alleviare la sofferenza altrui.

Auguriamoci dunque di non farci pervadere da quel sentimento di terrore che silenzioso sta scorrendo nelle nostre vene. Parliamone, condividiamolo, non chiudiamolo in un cassetto, ma soprattutto formiamoci un'idea che sia nostra, e non dettata da qualche analista improvvisato tale. Tutto ciò porterebbe inevitabilmente a fomentare quel clima di odio, dettato da ignoranza, che già tanto stiamo conoscendo.