Perché non sono felice?

La sofferenza ha origine da alcune abitudini mentali universali anziché dai nostri fallimenti o mancanze personali.

Pubblicato il 1 luglio, 2020  / Psicologia e dintorni
Perché non sono felice?

Perché non sono felice?
Forse non lo immaginiamo, ma questa domanda ci accomuna come esseri umani .

Spesso riteniamo di conoscere la risposta giusta, identificandola in una mancanza : “perché non ho …”: 

  • “perché non ho un compagno”…o le varianti “il mio non mi piace o non mi ama”
  • “perché non ho una stabilità economica” o “vorrei guadagnare di più”
  • “perché non sono attraente o intelligente o colto”
  • “perché non ho il lavoro dei miei sogni”
  • “perché non ho gli amici giusti”

la lista non è esaustiva, ma queste sono le tematiche più frequenti.

Da questa risposta parte la ricerca della felicità, un percorso che spesso può prendere due traiettorie, che dipendono da molti aspetti, tra cui la nostra determinazione e la casualità.

La prima comporta che riusciamo ad ottenere ciò che desideriamo, ma non siamo ugualmente appagati: non è abbastanza, non è come lo immaginavamo, vogliamo ancora altro. Può capitare inoltre di essere pienamente realizzati in un ambito di vita e che emergano insoddisfazioni e desideri nuovi in un altro.

La seconda traiettoria è quella che non ci permette di ottenere ciò che desideriamo, così continuiamo a soffrire per la stessa motivazione;  la sofferenza fa perdere lucidità, creatività ed energia,allontanandoci ancora di più dall’obiettivo. La mancanza diventa un po’ la nostra storia di vita:

“Non troverò mai nessuno che mi ami”

“Sarò sempre povero”

“Sono un bluff”

“Gli altri mi odiano”

Nella nostra mente prende forma l’idea di avere qualcosa che non va o che il mondo è ingiusto.

Proviamo a riconoscere che la sofferenza ha origine da alcune abitudini mentali universali anziché dai nostri fallimenti o mancanze personali. 

La mente umana moderna si è evoluta dalla comparsa dell’Homo Sapiens, 100.000 anni fa. La sua priorità era garantire la sopravvivenza.  Più a lungo sopravviveva l’uomo, più possibilità aveva di riprodursi. Per le forze evolutive non era importante la nostra felicità.

Vediamone alcune tendenze che ci procurano sofferenza:

  1. SIAMO INTRAPPOLATI NEI PENSIERI: abbiamo una capacità straordinaria di ragionare e pianificare. Senza questa non saremmo sopravvissuti in un ambiente ostile, in quanto non muniti di un corpo sufficientemente forte.  L’aspetto negativo è che siamo diventati dei pensatori compulsivi: ci preoccupiamo per il futuro, rimpiangiamo il passato, ci confrontiamo con gli altri e studiamo come migliorare le cose.  Vivere in questa mente rende difficile essere appagati e impossibile apprezzare i piaceri del momento.
  2. SIAMO DIPENDENTI DAL PIACERE: siamo programmati per apprezzare ciò che ci ha aiutato a sopravvivere e riprodurci, come i cibi grassi e le temperature confortevoli. Quindi trascorriamo molto tempo per procurarci piaceri ed evitare il dolore, rendendo difficile sentirsi rilassati e soddisfatti.
  3. CI CONFRONTIAMO CON GLI ALTRI: Siamo programmati per fare parte di un gruppo, fattore che aumentava le nostre possibilità di sopravvivenza. La mente ci proteggeva dall’esclusione facendo confronti con gli altri: “Sto dando il mio contributo come gli altri? Sono simile a loro? O mi comporto diversamente e potrebbero escludermi?”.

Oggi però molto spesso “gli altri” sono costruiti artificialmente dalla pubblicità o dai social   network, dove tutti sembrano più belli, ricchi e di successo.

E’ quindi umano volere sempre migliorare ed essere avviliti sentendosi non all’altezza.

Mentre cerchiamo di sentire appartenenza e aumentare la nostra autostima, i giudizi e raffronti comportano  sentimenti di invidia o superiorità. 

  1. L’AMORE CI FA SOFFRIRE: Siamo programmati per l’amore e la vicinanza ma non è semplice trovare l’anima gemella... quando la troviamo ci preoccupiamo anche per le persone che amiamo o di perderle.
  2. SIAMO EVOLUTI PER NOTARE IL DOLORE PiU’ CHE IL PIACERE: Ai fini della nostra sopravvivenza era più utile ricordare la pericolosità del fuoco che la bontà dei frutti; dal momento che la nostra tendenza è ricordare le esperienze dolorose, che rischiavano di farci morire, diventa facile anche aspettarsele in futuro. Quindi la mente oscilla tra i ricordi spiacevoli del passato e le preoccupazioni per il futuro. E’ facile intuire come questa non sia la ricetta per la felicità.
  3. SIAMO  RESISTENTI AL CAMBIAMENTO: la vita è un continuo cambiamento, ma noi non lo accettiamo.  Questa resistenza compare presto : “non voglio usare il vasino, preferisco il pannolino” e prosegue con molte varianti :“non voglio la pancia e i capelli bianchi”; opporsi a qualcosa che non si può evitare comporta sofferenza.
  4. CI COLPEVOLIZZIAMO: Riteniamo di non essere felici perché abbiamo preso decisioni sbagliate. Per alcuni aspetti la colpa è tranquillizzante perché ci conferisce un senso di controllo sulla realtà. 

 

Dunque c’è un antidoto a tutto questo? 

Un primo passo è prendere consapevolezza di questi meccanismi che accomunano le menti umane: normalizzado quello che succede (“capita a tutti quindi!”) potrebbe aprirsi la possibilità di abbassare l’attivazione emotiva (spesso la rabbia o la tristezza) con la quale reagiamo a questi meccanismi e prendere le distanze da essi ponendosi in una posizione osservativa (“ecco i soliti pensieri sul futuro catastrofico”, “ecco la tendenza a confrontarmi con gli altri”, “ecco il senso di colpa”). 

La strada che la scienza propone come più valida, nella ricerca della felicità è l’accettazione del momento presente e condurre una vita in linea con i nostri valori, con ciò che conta realmente per noi, accettando che il percorso comporterà gioie e dolori. 

Per vivere in piena presenza il momento presente sarebbe utile praticare la mindfulness, uno stato mentale di presenza e accettazione benevola che ci ancora nel qui ed ora e pone in relazione diversa con la realtà interna ed esterna. È semplice da praticare ma non facile, può richiedere impegno e disponibilità. Ci può facilitare partire a piccoli passi, stabilire un luogo ed un orario che resti immutato, utilizzare delle tracce registrate ,delle app o video su internet.  Se si volesse approfondire esistono testi molto interessanti sull’argomento, così come unirsi a gruppi guidati di meditazione fino a  provare dei ritiri di meditazione.

Ci sono invece situazioni in cui la scelta più saggia richiede rivolgersi ad un professionista della salute mentale, ovvero quando sentiamo che la sofferenza supera le nostre capacità di gestione e soprattutto compromette la vita allontanandoci dagli altri e inficiando il nostro funzionamento lavorativo.

 

Bibliografia:

  • " Qui e ora, strategie quotidiane di mindfullness" Ronald D. Siegel
  • "La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi ed iniziare a vivere" Russ Harris