Il lutto come processo di adattamento personale

Pubblicato il 28 giugno, 2020  / Psicologia e dintorni
lutto

Il più grande denominatore comune fra tutti gli uomini, e quello che maggiormente ci spaventa è la morte, l’idea della perdita, di ritrovarci soli senza le persone care. E’ un processo inevitabile, a cui non siamo mai pronti. Perchè non siamo mai pronti a confrontarci con l’angoscia, con il vuoto, con le paure più recondite che ci impongono di ripensare alla nostra esperienza. Quasi tutti noi abbiamo dei lutti irrisolti, che si sono accumulati nel corso del tempo: la morte di una persona cara, la rottura di un amore o un’amicizia finita, la perdita della propria patria, del proprio impiego, di una parte del corpo per malattia o incidente, il fallimento di un ideale professionale o la perdita di un animale domestico. Possono tutti essere eventi portatori di lutti irrisolti, di angoscia che ci lega in modo problematico al passato e che ci impedisce di guardare con speranza al futuro, facendoci perdere la nostra sicurezza di base e cambiando il nostro modo di relazionarci con il mondo.

Il lutto è il processo di adattamento di un individuo allo stress provocato da una perdita significativa. Dopo la perdita dell’oggetto d’amore il soggetto passa attraverso una serie di stadi. Bowlby evidenzia 4 fasi del lutto, dalle quali è necessario passare per ottenere una rielaborazione ottimale dell’evento doloroso.

La prima fase è quella dello stordimento che può durare da alcune ore a una settimana, quando si riceve la notizia della perdita. È una fase caratterizzata dall’incredulità nei confronti della perdita, in cui molte persone risultano incapaci di accettare la notizia; a volte possono insorgere degli attacchi di panico.

Quando si inizia a ritrovare un contatto con la realtà si entra nella seconda fase di ricerca e struggimento per la persona persa che può durare alcuni mesi, ma anche anni. È la fase più dolorosa in cui predomina l’angoscia, i singhiozzi, la tristezza, l’insonnia e i rimuginii. Qualche volta, in tale fase possiamo trovare anche la collera, di solito rivolta a chi è considerato responsabile dell’evento, del quale può, a volte, essere responsabilizzata la stessa persona morta. Questa fase si caratterizza per una ricerca costante di un contatto con la persona scomparsa, un pensiero fisso ed incessante verso di lei, fino alla completa accettazione che la persona cara non tornerà mai più, permettendo l’ingresso nella fase della disorganizzazione e della disperazione, dove scompaiono i rimproveri e la collera e si vive una profonda tristezza; tristezza che è considerata fondamentale in quanto vero banco di prova per riuscire a tollerarla e a passare verso una sana rielaborazione.

L’ultima fase è quella della ridefinizione di se stessi e della situazione che può durare anche un paio di anni. Ridefinirsi significa collocarsi nel tempo e nello spazio secondo ciò che significa per sé, come soggetto senza quella persona, pur rimanendo convinti che con la persona morta si possano condividere ancora modelli di comportamento, sentimenti o pensieri. La persona scomparsa viene ricollocata emozionalmente nel mondo interno del superstite, permettendogli di vivere in modo più funzionale le relazioni affettive e sociali.

Riuscire a vivere pienamente tutte le fasi del lutto, anche quelle più dolorose che si vorrebbero evitare, permette di rielaborare la relazione con la persona o l’oggetto d’amore perduto e con sè stessi; permette di riscoprire risorse personali e serbatoi di energia psichica di cui si ci era dimenticati o di scoprirne di nuovi. I serbatoi possono essere tanti e quanto mai diversificati: sono “riserve d’amore” e di “ricarica” a cui poter attingere secondo il proprio tempo e il proprio “ambiente” e fanno riferimento per esempio all’amore degli amici, della famiglia, dei propri cari, l’amore per sè e per le proprie passioni (sport, passatempi,ecc), per la spiritualità.

E’ importante, qualunque sia il serbatoio al quale si attinge, che si rispettino i propri tempi senza forzature dall’esterno, perchè il tempo del dolore è un tempo al quale dare significato; è un tempo di ibernazione interna, dove si impara a convivere con la tristezza e con la mancanza; in cui è necessario instaurare l’abitudine della perdita. E’ un tempo “nostro” di riappropriazione di spazi, vissuti, desideri.

E’ un tempo legittimamente sospeso e per tanto è necessario che non duri in eterno. Perchè un lutto non sia bloccato in una delle fasi elencate da Bowlby è necessario che la fase della disperazione non superi un anno dalla perdita. Se si sente la necessità, se ci si sente bloccati ed irrigiditi di fronte al prosieguo della vita, allora può essere utile affidarsi a un terapeuta che insegnare a riprogettare la vita e le relazioni post lutto. Perchè come diceva Shakespeare “Date parole al vostro dolore o il cuore si spezza“, è necessario che il dolore parli, che le emozioni escano fuori per sfuggire al “mostro” chiamato depressione.

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • Bowlby, J. “Attaccamento e perdita“. Vol. 3 – Boringhieri Torino, 1983
  • Cancrini, L. “Date parole al dolore. La depressione conoscerla per guarire” Scione Ed. Roma, 2016
  • Schutzenberger A. – Jeufroy E. B. “Uscire dal lutto. Superare la propria tristezza e
  • imparare di nuovo a vivere” Di Renzo Editore, 2011