Carpe diem? Sì, ma domani

La difficoltà del "cogliere l'attimo", tra fuga dal presente e paura del futuro

Pubblicato il 11 aprile, 2018  / Psicologia e dintorni
carpe diem

“Tu ne quaesieris (scire nefas) quem mihi, quem tibi finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati, seu tribuit Iuppiter ultimam, quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare Tyrrhenum: sapias vina liques et spazio brevi spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invidia Aetas: carpe diem, quam minimum credula postero” (Tu non chiedere – è inutile saperlo – quale fine gli dei abbiano assegnato a me, quale a te, oh Leucone, e non chiederlo agli astri. Quanto meglio sarà sopportare qualsiasi cosa, sia che Giove ci abbia assegnato molti inverni, sia che ci abbia assegnato l’ultimo, che ora squassa il mar Tirreno sugli opposti scogli: sii saggia, mesci il vino e recidi la lunga speranza, poiché lo spazio è breve. Mentre parliamo, il tempo geloso fugge: afferra il giorno e confida meno che puoi nel domani).

Da questa Ode di Ovidio è stato estrapolato e reso famosissimo l’ultimo passaggio, con un significato leggermente diverso da quello letterale: anziché “afferra il giorno”, è stato tradotto con “cogli l’attimo”. Il cogli l’attimo è diventato uno slogan utilizzato nei più disparati ambiti: nella pubblicità, nel cinema, è diventato nome di bar, ristoranti, è stato utilizzato come motto filosofico tanto che molte persone lo hanno tatuato sul proprio corpo.

Questa frase viene spesso utilizzata come inno all’afferrare le occasioni al volo, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze, senza pianificare il futuro, senza pensare a ciò che è ancora incerto, ma restando ancorati il più possibile al presente.

Si trascura spesso una seconda sfumatura di significato del Carpe diem: l’invito ad assaporare pienamente il momento, a non lasciare che i pensieri rivolti al futuro guastino il presente, non perché non ci si aspetti più nulla dal futuro o non si investa nel futuro, non perché “è meglio un uovo oggi che una gallina domani”, ma per vivere intensamente e consapevolmente ogni attimo.

Pensiamo all’indimenticabile film con Robin Williams, “L’attimo fuggente” (il titolo originale è “Dead poets society”, ossia “la setta dei poeti estinti”) che fa del Carpe diem, nel senso profondo dell’espressione, il nodo attorno al quale tutti i protagonisti costruiscono la propria storia. Il professor Keating non si accontenta di un tipo di insegnamento didattico e convenzionale, ma incita i propri studenti a trovare il senso profondo della propria vita, il verso che completa la loro poesia, a vivere pienamente e intensamente ogni momento, ma anche a costruire il futuro, senza temerlo.

“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”; su questo passo letterario di Henry David Thoreau alcuni studenti del professor Keating fondano lo statuto della loro setta dei poeti estinti.

Vivere quindi, correndo il rischio di essere anticonformisti e di sperimentare, per non lasciarsi sopravvivere, per non lasciar scorrere i giorni come se fossero tutti uguali, senza nemmeno accorgersi di quale direzione stia prendendo la vita.

Bisogna fare attenzione a non confondere questo messaggio con il mero godimento del presente, con l’invito a buttarsi nelle situazioni senza pensare alle conseguenze, ad essere impulsivi, a non discriminare tra occasioni buone e fruttuose e occasioni superficiali ed effimere.

Talvolta, non è così facile saltare sul treno che passa una volta sola, battere il ferro finchè è caldo, succhiare il midollo della vita, prendere il toro per le corna: quante volte siamo consapevoli dell’importanza di osare, di fare una telefonata, di presentarci ad un appuntamento, di lasciarci andare, di alzare la mano per fare una domanda? Eppure qualcosa ci blocca, ci fa rimandare, in alcuni casi ci fa addirittura rinunciare.

Adduciamo una serie di motivazioni razionali al nostro comportamento: ho tante cose da fare, non è il momento, non sono ancora sicuro, ci penso ancora un po’, non è così necessario.. con il risultato che, spesso, procrastiniamo così tanto che l’occasione svanisce, oppure ci convinciamo che sia meglio rinunciare a fare ciò che avevamo pensato.

Diversi fattori possono influenzare questo tipo di comportamento.

Un pensiero eccessivamente rivolto al futuro, ad esempio, e soprattutto a vedere il futuro in modo pessimistico, ci porta ad essere costantemente proiettati verso ciò che accadrà domani, senza che riusciamo a goderci l’oggi, perché le nostre energie sono talmente impegnate a pensare a possibili scenari, a preoccuparci di ciò che ancora accadrà, che non rimane spazio mentale focalizzato sul momento che stiamo vivendo. Talvolta abbiamo la convinzione che le conseguenze di ciò che facciamo ora non potranno che essere negative, anche se razionalmente non possiamo saperlo, e così rischiamo di vivere sempre con il freno a mano tirato, osservando i giorni che trascorrono tutti uguali, sempre nell’attesa che accada qualcosa che puntualmente non accade, perché questo pensiero così rivolto al futuro impedisce di investire sul presente.

Altre volte, alla base del procrastinare c’è l’idea che le occasioni debbano venire dall’esterno “se è destino che mi succeda, succederà”, “se questa persona tiene a me, sta a lei dimostrarmelo”, “se è il momento giusto, saprò riconoscerlo”, come se non ci fosse alcuna responsabilità rispetto alla direzione che sta prendendo la propria vita, come se si fosse in balia degli eventi esterni e si dovesse attendere che le cose accadano e il nostro unico compito fosse rispondere a ciò che ci si presenta davanti.

Ad un livello più profondo, ci sono l’idea e la concezione che ognuno ha di se stesso.

Se una persona si sente inadeguata, ha scarsa fiducia nelle proprie capacità, crede di non poter piacere a nessuno, pensa che, nonostante il proprio impegno, non ce la farà, sente di avere poca influenza su ciò che le accade intorno, come potrà rendersi protagonista delle proprie scelte, avere fiducia nel proprio istinto, nell’essere capace di agire, di prendere in mano la situazione?

Così si aspetta, si rimanda, perché l’idea sottostante è che tanto non si è in grado, che nulla potrà cambiare la propria condizione. Vi è scarsa fiducia nella possibilità di cambiamento, desiderato ma contemporaneamente temuto, e ogni spinta a prendere l’iniziativa e a fare dei movimenti per spostarsi dalla situazione in cui ci si trova, sembra uno sforzo molto faticoso e vano.

Questa è la profezia che si auto avvera: se ci si sente inadeguati e incapaci, se si pensa di non poter mai cogliere le occasioni, di arrivare sempre troppo tardi, l’atteggiamento e il comportamento che si assumeranno non potranno che portare a conseguenze che confermeranno la convinzione iniziale.

È utile quindi superare l'idea, diffusa, che le nostre difficoltà e le motivazioni del nostro comportamento dipendano solo da eventi o persone esterni e che la nostra sia solo una reazione a ciò che succede, è necessario invece riflettere su stessi, essere introspettivi e pensare che ciò che ci blocca, o ci fa rimandare, o non ci permette di rimanere nel momento presente, spesso dipende da noi ed è dentro di noi, così come dentro di noi ci sono anche le risorse per vivere meglio e per sentirci protagonisti della nostra vita.