Psicologia della post-verità

Come utilizziamo le notizie (false) trovate in rete

Pubblicato il 20 febbraio, 2017  / Psicologia e dintorni
Psicologia della post-verità
L'influenza delle fake news

Nel dicembre 2016 Mark Zuckerberg ha annunciato che Facebook, il social network attualmente più utilizzato a livello mondiale, adotterà delle contromisure per cercare di contenere il fenomeno della diffusione di notizie false attraverso la sua piattaforma.

Queste precauzioni si sono rese necessarie dopo gli allarmi verificatisi a seguito di eventi storici come Brexit e le ultime elezioni del presidente degli Stati Uniti, dove sembra che notizie inventate abbiano avuto un ruolo importante nell’influenzare l’opinione pubblica. Queste notizie sono state veicolate principalmente attraverso l’utilizzo dei social network, reti particolarmente importanti per l’influenza sull’opinione pubblica dal momento che porzioni sempre più ampie della popolazione mondiale dichiarano di usare questi circuiti come fonte principale di informazione.

Il fenomeno delle notizie inventate si sta propagando velocemente su internet, si parla quindi di post-verità, cioè di ciò che è oltre o dopo la verità: nella diffusione di queste notizie acquisisce un ruolo dominante la discussione che ne può scaturire e l’influenza che questa può avere sul singolo e sull’opinione pubblica, a discapito della verifica delle fonti e della veridicità della notizia stessa (il cosiddetto fact-checking).

Il tema della post-verità è tornato alla ribalta a causa dei recenti avvenimenti politici, anche se si tratta di un termine nato oltre vent’anni fa. Questo termine, infatti, fu utilizzato per la prima volta nel 1992 per indicare la manipolazione dell’informazione che venne applicata sulle notizie diffuse dai media a proposito della guerra nel Golfo.

Dal 1992 a oggi sono passati oltre vent’anni e soprattutto sono cambiate radicalmente le modalità di diffusione e di utilizzo dell’informazione di massa.

Prima, infatti, la diffusione dell’informazione era dominata dai mass-media tradizionali, quindi centralizzata, verticale e a senso unico: al vertice c’erano i giornali, le radio, le emittenti televisive e dall’altra parte le masse, la popolazione.

Negli ultimi anni, invece, la diffusione delle informazioni ha acquisito una dimensione sempre più orizzontale e oggi tutti possono facilmente veicolare notizie più o meno attendibili attraverso siti e social network con un costo praticamente nullo e raggiungendo un bacino di utenti potenzialmente enorme. Inoltre il flusso di informazioni propagate oggi ha moltiplicato esponenzialmente la propria portata, generando un utilizzo sempre più superficiale delle notizie scritte in cui molti utenti si limitano alla lettura delle prime righe degli articoli, o addirittura solo al titolo.

Una ricerca della Columbia University e del French National Institute ha svelato che il 59% dei link di articoli condivisi sui social media non sono stati cliccati dagli stessi utenti che li hanno condivisi. Ciò significa che la maggior parte delle persone condividono su Facebook o retwittano notizie di cui hanno letto probabilmente solo il titolo.

Nonostante questo non possiamo dire che le notizie inventate e diffuse attraverso i nuovi media non influenzino l’opinione pubblica. Ma soprattutto possiamo capire come una buona parte degli utenti dei social network non verifichi in nessun modo l’attendibilità della notizia e della fonte stessa prima di condividerla, senza per questo astenersi dal commentare la stessa notizia.

Ci sono due fenomeni noti in psicologia sociale che ci possono aiutare a capire questo comportamento.

Il primo è quello della formazione istantanea della fiducia, o swift trust (Meyerson, Weick, Kramer, 1996). Secondo questi studiosi esistono situazioni in cui tendiamo a prendere immediatamente per vere le affermazioni e a fidarci subito di soggetti che possono sembrare autorevoli.

Questo avviene attraverso processi di categorizzazione generalizzata: una notizia verosimile pubblicata su quello che sembra verosimilmente il sito di un quotidiano o di una rivista e firmato da un presunto giornalista, anche se sconosciuto, tende ad essere interpretata come credibile, in quanto si ritengono generalmente credibili le categorie dei giornali e dei giornalisti.

A questo aggiungiamo l’abile tendenza dei siti che pubblicano notizie inventate a camuffarsi da siti autorevoli utilizzando la stessa impostazione grafica dei siti di riviste e giornali professionali o nomi che ricordano quelli di testate storiche, oppure mischiando gli articoli-bufala con articoli veri o copiati da altri siti, particolari che compromettono ulteriormente la possibilità di identificare immediatamente la fonte come inattendibile per il lettore distratto.

Il secondo fenomeno è noto in psicologia sociale come la prospettiva CFO (Cues-Filtered-Out di Culnan e Marcus, 1987). Secondo questa prospettiva i mezzi di comunicazione elettronici filtrano fortemente la quantità di “indizi” che possono essere trasmessi durante la comunicazione, per cui una notizia falsa può essere confezionata esattamente come una notizia vera e il destinatario dell’informazione ha a disposizione pochi indizi per poterne verificare l’attendibilità della fonte e della notizia.

Anche per i lettori più esperti, infatti, a volte è difficile verificare l’attendibilità delle informazioni perché non si hanno a disposizione sufficienti elementi per analizzarle.

È lo stesso fenomeno per cui un adulto può fingersi un adolescente su Facebook aprendo un profilo che utilizza foto rubate ad un altro ragazzino, parlando di argomenti da adolescente e cercando di fare amicizia con altri adolescenti, rendendosi del tutto credibile e con conseguenze a volte pericolose. In un incontro faccia a faccia questo sarebbe impossibile, ma attraverso i mezzi di comunicazione digitale possono essere filtrati tutti gli indizi che potrebbero smascherarlo, come l’aspetto fisico o il tono della voce.

L’aspetto più rilevante da un punto di vista psico-sociale non è tanto il fenomeno delle notizie false in sé, quanto le conseguenze che questo può avere nella formazione delle credenze personali e nell’influenza dell’opinione pubblica.

Consideriamo la classica interazione da social network basata su una notizia falsa, come si può osservare su Facebook. Un primo utente condivide una notizia falsa, ma apparentemente verosimile, riguardante un tema di attualità o comunque di forte rilevanza sociale, aggiungendo un commento di supporto.

Un secondo utente risponde commentando la notizia con opinione contrastante rispetto al primo commento, nasce una discussione tra il primo e il secondo utente a cui spesso si aggiungono altri utenti che si schierano nell’una o nell’altra fazione e a volte i toni della discussione si fanno accesi.

Successivamente nel dibattito interviene un nuovo utente che smentisce clamorosamente la notizia da cui è nata la discussione portando nuovi dati facilmente verificabili, magari postando anche informazioni di smentita dettagliate oppure il link a uno di quei siti specializzati per smascherare le bufale on-line, dove le notizie false vengono analizzate e smontate con approfondimenti certosini. Questo fatto, invece di porre termine alla discussione, spesso ottiene l’effetto opposto: le due fazioni diventano ancora più rigide nel sostenere le loro tesi, anche avvalendosi di nuove argomentazioni.

Questo avviene per una serie di meccanismi già conosciuti in ambito psico-sociale.

Il primo è chiamato confirmation bias effect, fenomeno che si verifica quando gli utenti portano nuove notizie e nuove tesi a sostegno delle loro posizioni e non più della notizia iniziale, prove che confermano l’ipotesi di fondo che hanno sostenuto fino ad ora (Nickerson, 1998; Kunda, 1999) e che in questo caso permettono loro di proseguire la diatriba.

Il secondo riguarda la distorsione volontaria dell’interpretazione delle informazioni, fenomeno per cui anche quando accadde di trovare nuove informazioni che smentiscono la notizia iniziale l’individuo può essere incline a trovare un’interpretazione alternativa delle nuove informazioni in modo da renderle coerenti con le tesi precedentemente sostenute (Kahneman, Tversky, 1973).

Il terzo riguarda l’economia cognitiva, o inerzia, con cui spesso approcciamo le situazioni della quotidianità: la mente umana funziona economizzando le proprie risorse e tendiamo a minimizzare lo sforzo cognitivo e a essere coerenti con noi stessi, per cui difficilmente cediamo cambiando opinione una volta che abbiamo intrapreso un dibattito perché il cambiamento di prospettiva richiede un maggiore sforzo cognitivo e soprattutto la necessità di mettere in discussione le proprie posizioni e la propria coerenza.

In questa concatenazione di processi il fatto che la notizia da cui è partita la discussione sia vera o falsa perde importanza.

L’effetto che ha avuto sui partecipanti alla discussione, invece, è enorme: le due fazioni che si sono formate ora hanno elaborato un’opinione ben precisa sull’argomento affrontato e tenderanno a conservarla comportandosi in modo coerente ad essa.

Questo è il motivo principale per cui oggi si sono accesi i riflettori sul tema della post-verità: non si tratta semplicemente di arginare il fenomeno delle notizie-bufala, il discorso è molto più articolato e riguarda i complessi meccanismi con cui ognuno di noi si forma opinioni, credenze, prende decisioni e agisce nella vita quotidiana.