La creatività della paura

Ansia, attacchi di panico, fobie: apriamo le porte all'inconscio

Pubblicato il 14 ottobre, 2016  / Psicologia e dintorni
La creatività della paura

La creatività secondo Carotenuto può essere definita come quell'atteggiamento che consente all'individuo di inserire dati reali in un sistema di nessi e relazioni che conferiscono a quei dati un significato del tutto diverso dall'evidenza immediata.

Egli distingue la creatività dall’intelligenza in quanto quest’ultima “permette di risolvere problemi avendo tutti i dati disponibili, mentre la creatività può affrontare un problema anche quando i dati non sono apparentemente sufficienti per risolverlo”.

Dunque, la creatività può essere intesa come l’utilizzo di connessioni e relazioni tra i dati che conferiscono agli stessi un significato nuovo.

La prospettiva freudiana sulla creatività fa di essa il prodotto di un processo di sublimazione di una pulsione sessuale rimossa: la rimozione di tale pulsione fa sì che questa venga direzionata verso altre mete da quella a cui è destinata biologicamente, direzionandosi verso le attività spirituali e quindi anche verso l’arte ed il processo creativo. Tali attività vengono così sempre concepite da Freud come un fenomeno secondario al processo di sublimazione.

Jung descrive invece una concezione della creatività ben differente nei suoi saggi: parla infatti di un impulso creativo, una forza simile ad un istinto, in quanto il suo soddisfacimento viene vissuto come esigenza obbligatoria, pur tuttavia non possedendo le caratteristiche di universalità ed ereditarietà come tutti gli altri istinti.

Tale prospettiva permette di ridimensionare notevolmente il ruolo della pulsione sessuale nel processo creativo, considerandolo solo un aspetto parziale inserito all’interno di una dinamica ben più ampia.

Un ulteriore punto di vista è quello che chiama in causa la volontà di potenza. Essa viene considerata da Adler un elemento strutturale dell'uomo in quanto traente origine dal suo senso di inferiorità innato: secondo lo psicanalista austriaco l’uomo tenta di superare tale senso di inferiorità mediante la manipolazione dell'ambiente e dunque l'atto creativo.

Dal canto suo M. Buber non condivide né la prospettiva freudiana né quella adleriana sostenendo l’esistenza in ogni uomo di una esigenza a creare fin dall’età infantile e indipendentemente dal livello intellettivo: è a partire da questa forza creativa che il soggetto prosegue il suo sviluppo e condurrà le sue esperienza di vita.

La creatività appare allora come una vera e propria esigenza nella vita di ognuno di noi, tanto da far avanzare l'ipotesi che la rimozione dell'impulso creativo rappresenti l'origine della sofferenza psichica.

In letteratura numerosi autori sono concordi nel sostenere che alla base del disturbo nevrotico sia presente un nucleo d’ansia dalla quale l’Io del soggetto tenta di difendersi mediante meccanismi di difesa che generano sintomi di conversione, ossessioni, fobie, attacchi di panico, e via dicendo. In tale ottica l’ansia altro non è secondo Jung che una normale e fisiologica reazione di fronte ai cambiamenti, una risposta dell’uomo di fronte al nuovo, il quale può essere percepito come proveniente sia dal mondo reale che dal mondo interno del soggetto.

Alcune fasi di passaggio della propria esistenza acuiscono tale reazione determinando l’insorgenza più o meno consapevole della paura (che può andare dalla leggera preoccupazione ad uno stato di angoscia profonda), emozione sulla quale si basa appunto lo stato ansioso. Quando risulta molto elevata essa ha la capacità di bloccare l’impulso creativo necessario al fine di realizzare il cambiamento e si genera uno stato di stagnazione.

Scrive Carotenuto: “Nella quasi totalità i miei pazienti, all'inizio della terapia, soffrono per quello che oscuramente percepiscono come un blocco delle funzioni vitali originarie, che li fa sentire più automi che uomini. Queste persone sembrano aver cessato, o non aver mai iniziato a esistere nell'unica dimensione umana autentica, ossia la propria originalità individuale, per affidarsi invece alla ripetizione e al già stabilito”.

Reichmann riconduceva l’ansia all’impedimento alla realizzazione di sé mediante l’utilizzo dei propri talenti, delle proprie idee e risorse e l’appagamento dei propri bisogni. Ciò che ne deriva è un conseguente sentimento di nullità e ristagno: l’ansia assume in questo caso le sembianze di una reazione ad un senso di morte psicologica, alla quale il soggetto non riesce ad opporre il cambiamento.

Il concetto di “inerzia psichica” di Whitmont può aiutare ancor meglio a comprendere tali dinamiche. Egli, in analogia con l’inerzia della fisica, sosteneva l’esistenza di un’inerzia psichica su cui l’Io si struttura: ciò determinerebbe il fatto che ogni modello di adattamento utilizzato venga fortemente difeso da ogni possibile cambiamento finché un impulso ugualmente forte o più forte non sia capace di sostituirlo, ma tale sostituzione è vissuta dall’Io come una minaccia mortale.

Tali dinamiche appaiono chiaramente visibili nella comune resistenza da parte di ognuno di noi al cambiamento dei modelli precedentemente adottati: è sempre molto difficile abbandonare modelli conosciuti per aprirsi a nuove possibilità, anche quando queste ultime possano apparire chiaramente più vantaggiose: esse rimangono comunque portatrici di quote di incertezza difficili da tollerare.

In questi termini l’ansia assume la connotazione di una risposta “fisiologica” ad ogni situazione che turbi questa inerzia psichica. Essa inoltre risulta direttamente proporzionale a quest’ultima: maggiore è l’inerzia maggiore sarà l’ansia generata.

Carotenuto parla in tal senso di “paura di essere creativi”, di una resistenza da parte dell’Io all’esigenza fisiologica di creare sé stessi.

Emerge così un ulteriore aspetto legato al rapporto tra creatività e paura: la creatività si configura infatti come un impulso inconsapevole, improvviso, un’illuminazione, un dono proveniente da qualcosa che non coincide con l’Io. Apre cioè le porte ad una dimensione inconscia e per questo sconosciuta, nuova alla coscienza, dalla quale il soggetto si difende investendo tutta la propria energia. 

Da una prospettiva creativa si potrebbe però ipotizzare che anche la paura stessa di una persona con disturbo nevrotico possieda in realtà un impulso creativo il quale però viene canalizzato in modo differente e utilizzato a scopo difensivo: a partire dalla paura, infatti, attraverso nuove connessioni inconsce si attribuisce un significato nuovo, soggettivo e per questo creativo, al sintomo. Ogni sintomo porta con sé un significato soggettivo, originale, frutto dunque di un processo creativo. Seguendo questo ragionamento anche la paura allora sembra creare. La paura genera un prodotto, qualcosa di nuovo, attraverso il quale veicolare il suo messaggio, pur tuttavia essendo una creazione patologica in cui l’individuo disperde le sue energie allo scopo di distanziarsi il più possibile dalle dimensioni inconsce temute.

Jung definisce infatti la nevrosi come una “reazione ad un conflitto attuale” tra due tendenze di cui una è inconscia. Egli inserisce la nevrosi all’interno di una dinamica energetica e parla di una irregolare distribuzione di energia psichica nelle diverse funzioni, la quale causerebbe un blocco e produrrebbe il sintomo nevrotico. Una soluzione alternativa, insomma, nei casi in cui l’energia psichica non viene canalizzata correttamente.

Tedeschi, dal canto suo, scrive: “I sintomi della nevrosi sono un tentativo di nuove sintesi”, e continua affermando che “ogni qualvolta l’energia creativa, legata ai contenuti individuali, viene bloccata, repressa, essa in parte si trasforma in energia aggressiva e in parte regredisce all’infanzia, intensificando il rimosso infantile che, vitalizzato, fa fallire la rimozione e di qui il sorgere della nevrosi.”

La nevrosi può quindi essere concepita come un blocco del normale “fluire” dell’energia creativa con deviazione della stessa verso direzioni differenti (ad esempio, in parte, il passato). E’ una sorta di tentativo di creazione ma all’inverso: piuttosto che portare ad un’evoluzione psichica genera una regressione, non avendo alternative valide.

Concludendo, esiste una valenza positiva e creatrice della paura: essa, come tutte le emozioni, ha posseduto e possiede in un’ottica filogenetica una funzione positiva. Verrebbe da dire che il sintomo nevrotico sia ciò che di meglio riesce a “fare” il soggetto nevrotico nella risoluzione di un conflitto psichico. E di fronte alla sofferenza e al senso di colpa del paziente che racconta la sua storia, spesso riportando pensieri di forte autocritica e impotenza di fronte quel sintomo di cui vorrebbe fortemente liberarsi (seppur con vissuti ambivalenti), accade che pensare di aver fatto il meglio che si è potuto a partire dalle proprie risorse personali appaia in alcuni casi come una lieve consolazione, a partire dalla quale acquisire maggiori consapevolezze e permettere all’energia psichica un nuovo fluire.