"Non riconosco più mio figlio": come leggere i comportamenti degli adolescenti ?

Quando i sintomi sono tali e degni di attenzione clinica? La famiglia in che modo contribuisce nel processo di sviluppo di un figlio?

Pubblicato il 19 dicembre, 2016  / Genitori e figli
"Non riconosco più mio figlio": come leggere i comportamenti degli adolescenti ?

In epoche recenti, in Italia il processo di sviluppo individuale non gode più dei vecchi riti di passaggio che sancivano i cambiamenti socio-culturali di ciascuno in concomitanza alla propria età e fase di vita.

Questo riguarda anche l'evoluzione dall'adolescenza alla vita adulta che in passato avveniva attraverso il rito del matrimonio, ma che con il prolungarsi dell'età in cui ci si sposa, lascia dubbi al punto che non si comprende più quando definire un individuo un essere adulto.

In particolare, oggi, i genitori cercano informazioni su tale fase evolutiva che corrisponde al momento in cui ancora i figli vivono con loro, ma il risultato spesso è una percezione distorta colma di allarmismo e influenzata dai mass media che descrivono una realtà terribile sui potenziali rischi (abuso di alcool, droga, bullismo ecc) cui gli adolescenti possono incorrere; in tale fase di crescita è vista la "fragilità" dell'adolescente come caratteristica predominante e della quale preoccuparsi.

Pochi però affrontano la tematica con l'obiettivo di spiegare il funzionamento prevedibile e sano di un figlio che nn è più un bambino, ma un soggetto autonomo con peculiarità proprie.

Innanzitutto l'adolescente (età 14- 18 anni circa) è un individuo dotato di competenze e risorse diverse. Se un bambino si esprime con un linguaggio semplice, l'adolescente basa la sua espressione sull'ambivalenza, cioè pensieri e comportamenti apparentemente opposti tra loro, come nei casi in cui l'adolescente chiede di uscire la sera senza i genitori, ma al tempo stesso in altre occasioni sembra regredire e richiedere cure appropriate ad un bambino.

Questo avviene in quanto aspetto fisiologico da intendersi come un momento di sosta prima di prendere la rincorsa per un salto evolutivo.

Occorre sostenere questi sbalzi perchè nel momento in cui l'adolescente grida la sua necessità di indipendenza, urla al tempo stesso un sentimento di appartenenza familiare che, però, adesso deve cambiare in relazioni più adulte tra genitori e figli. La crescita è reciproca, il figlio deve assumersi la responsabilità del suo cambiamento e i genitori devono permettere che questo avvenga senza trasmettere paure e impossibilità di modificare relazioni fino a prima gestite tra bambino e adulto.

Come sottolinea Andolfi (2010), Psicoterapeuta Familiare, l'adolescenza non è l'età in cui ci si svincola dalla propria famiglia, il bisogno di appartenenza è tanto forte quanto quello dell'appartenenza.

Inoltre il gruppo dei pari, è di fondamentale importanza quanto la famiglia. Non deve interessare solo come aspetto da temere e assumerne più controllo per potenziali "cattive compagnie", pregiudizio spesso molto presente tra i genitori che vivono con apprensione le uscite del figlio.

La paura dei genitori appartiene a quella di perdere il proprio bambino per il quale si amplifica il controllo in una spirale che lo porta a chiudersi ulteriormente in se stesso provocando così nuovi dubbi ai genitori. Ad amplificare tutto ciò vi sono i mass media che veicolano notizie sui morti del sabato sera e pericoli svariati come sopra riportato. Se solo si facesse entrare l'adolescenza in casa prendendone contatto (musica ad alto volume, uscite con amici, ospitarli a casa) la si conoscerebbe meglio e se ne avrebbe meno paura.

Tuttavia, è comprensibile che le persone significative per gli adolescenti possano essere confuse dai comportamenti contraddittori, ma questi ultimi sono necessari per giungere a ricucire le appartenenze in modalità adulte.

Gli atteggiamenti scontrosi, solitari che il proprio figlio può assumere sono da leggere in questa ottica: esigenza di sperimentarsi come soggetti diversi che cercano di costruire la loro identità tra l'appartenere, da un lato alla famiglia e dall'altro al sociale come individui autonomi.

E' comunque indispensabile distinguere comportamenti che portano ad una evoluzione e quelli invece che richiedono una attenzione clinica specifica per prevenire possibili o ulteriori difficoltà emotive e relazionali.

Bisogna partire dalle modalità, dalla frequenza e dai tempi con i quali si manifestano comportamenti presumibilmente sintomatici. Se un adolescente diventa solitario in famiglia e a scuola per qualche mese sarebbe bene approfondire senza innescare pensieri catastrofici, ma anche senza minimizzare ciò che si osserva.

D'altra parte anche i comportamenti aggressivi verbalmente o fisicamente a lungo termine non si possono ritenere parte integrante del normale processo di crescita, in questi casi è utile chiedersi "Cosa sta accadendo? Quale messaggio vuole trasmettere l'adolescente attraverso questi comportamenti? E a chi? Come poterlo aiutare?"

Osservare attraverso un pensiero complesso vuol dire provare a leggere alcuni comportamenti a partire dai significati che assumono nei vari contesti di appartenenza. Nei casi di dipendenze patologiche (alcool, droga ecc), ad esempio gli individui sostituiscono una dipendenza sana mancante con le figure significative ad una dipendenza patologica, come per dire  "meglio essere riconosciuti in qualche modo seppur negativo che non venire considerati, meglio un'identità negativa che essere nulla".

E' questo il messaggio implicito e inconsapevole che hanno bisogno di agire. Sono storie di maltrattamento, abbandono, trascuratezza emotiva a causa dei quali non si è potuti crescere con una base sicura da cui poter dipendere da piccoli, un attaccamento genitoriale mai risolto che si cerca per tutta la vita, a costo di mettere a rischio questa stessa.

In tal senso è bene essere informati affinchè i messaggi veicolati dai mass media e non solo, possano essere pensati in maniera critica ipotizzando ragioni profonde per alcuni comportamenti a rischio in adolescenza o, peggio, catastrofi come suicidi, violenze fisiche tra adolescenti, bullismo. Alla base vi sono radici individuali, familiari e sociali intense.

Tra i comportamenti degni di attenzione vi è la violenza auto ed eterodiretta. I genitori spesso chiedono aiuto per questa motivazione. Anche in questi casi bisogna allargare il campo d'osservazione, in quanto ad esempio all'interno della famiglia i figli esprimono ciò che è sotterraneo tra gli adulti. Nel caso di una crisi coniugale, di un divorzio, di una violenza familiare, il disturbo dell'adolescente è solo la punta di un iceberg che per essere scongelato viene "aiutato" dai sintomi del figlio. 

In conclusione, un adolescente è dotato di risorse e competenze che gli permettono di discernere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, l'autorevolezza genitoriale è quella di cui continua a necessitare, ma con più flessibilità. I comportamenti a rischio sono da valutare cercandone i significati nei contesti più importanti, senza colpevolizzare nè controllare l'adolescente o dare per scontato che sia lui il vero problema da attenzionare e risolvere.