Emozioni e relazioni empatiche

Pubblicato il 27 ottobre, 2014  / Crescita Personale
Emozioni e relazioni empatiche

Il termine emozione ha origine da “emotus”, participio passato di “emovere”, che significa “muovere da, allontanare”.

L'etimologia descritta ricorda la sensazione di “essere mossi da” ciò che si prova dentro di noi.

Le emozioni esistono da quando esiste la specie, sia umana che animale.

Ne sono state date tante definizioni quante sono le discipline che le studiano. In generale si può affermare che si tratta di esperienze soggettive che coinvolgono modificazioni del comportamento, dell'espressione e fisiologiche. Esse sono delle forze dinamiche che ci mettono in relazione con il mondo.

È possibile individuare pattern di emozioni che accomunano gli esseri umani in luoghi, epoche e culture diverse. Una caratteristica quest'ultima che ne testimonia l'importanza sul piano evoluzionistico e sociale.

Tra i numerosi studi sull'argomento spiccano quelli di P. Ekman, da cui è stata ispirata la celebre serie televisiva “Lie to me”.

Questo autore, sostenuto da precedenti studi (Oatley, Johnoson-Laird, 1987) ha individuato l'esistenza di alcune emozioni di base osservabili in culture diverse.

 

I NEURONI SPECCHIO

 

All'inizio degli anni '90 un gruppo di ricercatori dell'Università di Parma, con a capo G. Rizzolatti, hanno fatto una scoperta rivoluzionaria per la ricerca neuroscientifica in campo mondiale, hanno scoperto i neuroni-specchio.

I neuroni specchio sono una specifica classe di neuroni, scoperti inizialmente durante degli studi sulle scimmie, e identificati poi anche nell'uomo.

Questo tipo di neuroni hanno un ruolo fondamentale nell'imitazione poiché codificano l'azione osservata in termini motori e rendono così possibile una sua replica.

Emozioni e relazioni empaticheI neuroni-specchio permettono di far associare i movimenti osservati ai propri e di riconoscerne così il significato.

La nostra possibilità di cogliere le reazioni emotive degli altri è correlata a un insieme di aree cerebrali caratterizzate da proprietà specchio.

Così come le azioni anche le emozioni sono immediatamente condivise: la percezione del dolore o del disgusto altrui attivano le stesse aree della corteccia cerebrale che sono coinvolte quando siamo noi a provare dolore o disgusto.

Da quanto detto è intuibile come non si possa concepire un io senza un noi, a dimostrazione che siamo esseri relazionali con una mente relazionale.

 

LA FUNZIONE RELAZONALE DELLE EMOZIONI

 

Le emozioni hanno delle funzioni specifiche, tra le quali si possono ricordare il promuovere risposte adeguate alle situazioni di pericolo, il promuovere l'esplorazione dell'ambiente, la comunicazione dei propri stati interni agli altri e il guidare i processi decisionali.

Tra le diverse funzioni delle emozioni spicca il loro ruolo nella comunicazione. Le emozioni hanno una funzione relazionale: comunicano gli stati interni agli altri. Di questo argomento se ne occupano da più di cent'anni gli psicoanalisti dando numerosi e importanti contributi nell'ambito delle relazioni umane.

Provare un'emozione ha a che vedere con la neurobiologia del cervello, mentre il riconoscerla e il cosa farsene riguarda la psiche e i rapporti umani.

Le persone comunicano con le emozioni in ogni momento della loro vita, ma non sempre le riconoscono.

Non provare emozioni è impossibile, mentre riconoscerle è un processo di apprendimento soggettivo e vitale.

Il significato che si dà ad una emozione provata ha a che vedere con le proprie matrici interne, prodotto a loro volta di perpetui scambi relazionali.

Noi siamo il frutto della nostra storia e quindi di quei complessi schemi relazionali che si sono ripetuti più e più volte durante l'arco della vita, soprattutto nella prima infanzia.

All'intero di questi schemi, intrisi di emozioni, la persona ha incominciato a dare un significato alle emozioni che provava e ha creato un pensiero su di sé e sugli altri. Questi schemi relazionali si sono solidificati strutturando una concezione dell'essere nel mondo come conseguenza del rapporto di me con l'altro da me.

Se, ad esempio, una persona è arrabbiata, comunicherà la rabbia in diversi modi, tra i quali, l'espressione facciale. La persona che le sta accanto registrerà, grazie al suo sistema-specchio, l'emozione di rabbia, ma la sua reazione differirà a seconda di tante variabili, tra le quali le sue matrici interne.

Chi percepisce la rabbia dell'altro potrebbe avere avuto brutte esperienze con questa emozione. Quando era piccolo, per esempio, un suo genitore con caratteristiche simili a quelle dell'interlocutore del momento, avrebbe potuto far conseguire a ripetuti momenti di rabbia delle azioni violente su di lui, spaventandolo molto, facendolo sentire impotente e creando un pensiero su di sé come “bambino cattivo che fa arrabbiare il genitore altrimenti buono”.

La sua reazione oggi alla rabbia del nuovo interlocutore potrebbe innescare ancora paura e un conseguente sentimento depressivo dato dall'impotenza e da pensieri poco piacevoli su di sé, oggi rimossi.

È facile intuire come di fronte alla stessa emozione e allo stesso contesto un'altra persona, con un'altra storia alle spalle, potrebbe provare compassione o altri sentimenti.

Ogni emozione compare in una particolare situazione che assume una specifico significato per gli atri individui che la vivono. La valutazione che il soggetto dà dell'evento in corso scatena una specifica emozione.

Questo testimonia come le emozioni non siano una semplice risposta agli stimoli, bensì rispecchino la storia personale di ogni singola persona.

Conosci te stesso per comprendere gli altri, questa è la strada proposta per sviluppare la capacità di riconoscere e significare le emozioni -l’empatia- e creare relazioni significative.

Siamo capaci di ascoltare noi stessi? E il nostro cuore?

Quanto bene ci conosciamo?

Per potersi “sintonizzare” con l’altro, per essere empatico quindi, non si deve ricorrere a un processo razionale, in cui si cerca, con grande sforzo, di capire cosa l’altro ci stia trasmettendo. Capire non è comprendere. Per comprendere occorre “sentire”.

Quando un’altra persona condivide con noi uno stato emotivo, non bisogna provare a sintonizzarsi con l’altro, ma con se stessi. È necessario fare lo sforzo e allenarsi a “sentire” cosa riecheggia in noi del vissuto emotivo trasmesso dall’altro.

Solo così potrà esserci una condivisione empatica, solo così si possono capire le emozioni.

Come si può facilmente intuire, è proprio in questo frangente che nascono le maggiori difficoltà.

Quanto siamo disposti ad ascoltare quelle parti di noi, quelle relazioni interne ricche di emozioni, ma spesso poco sopportabili, che abbiamo imparato, anche grazie anche all’attuale cultura sociale, a distanziare?

Per condividere empaticamente necessita conoscere se stessi.

Solo ascoltando il nostro mondo interno potremo condividere il mondo interno dell’altro e utilizzare  in modo efficace le emozioni.