Cosa non funziona quando dalla paura (naturale e funzionale) si passa al panico o all’ansia generalizzata?

Come gestire le informazioni sul Covid-19 per evitare di entrare in un loop di paura?

Pubblicato il 19 marzo, 2020  / Ansia e Depressione
ansia e paura

La paura è un’emozione primaria, fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza: se non la provassimo non sapremmo individuare un rischio e mettercene subitaneamente in salvo, dunque è essenziale che questa emozione funzioni in noi; il meccanismo diviene disfunzionale quando l’emozione di paura, limitata ad un pericolo preciso e riconoscibile, si trasforma in uno stato di ansia generalizzata, laddove tutto ciò che circonda il soggetto desta in lui una reazione di forte preoccupazione, in tal caso Egli percepisce ogni situazione circostante come assillante esposizione ad elevato rischio e fonte di allarme.

Stressor fisici, psicologici, biologici, attivano un insieme di reazioni a catena che coinvolgono innanzitutto il sistema nervoso, il sistema endocrino e il sistema immunitario (sistemi che operano in stretta interdipendenza) agendo di conseguenza su tutto l’organismo e inducendo quella che viene definita la risposta di stress.

Nella fase iniziale della reazione di stress (definita fase di allarme) l’organismo secerne ormoni specifici: cortisolo, adrenalina e noradrenalina.

La secrezione di ormoni, combinata con la stimolazione del sistema simpatico, provoca numerose ulteriori reazioni organiche. L’effetto globale è un aumento del metabolismo: il cuore accelera i propri battiti, la pressione sanguigna s’innalza, la sudorazione aumenta, si ha un incremento della funzione respiratoria, le pupille si dilatano, la bocca s’inaridisce, i peli cutanei si rizzano.

Il sangue confluisce dalle aree periferiche e dagli organi secondari verso quelli più necessari e importanti (cuore, polmoni) per aumentarne al massimo l’efficienza. La funzione digestiva tende a ridurre o arrestarsi (causando spesso nausea). I muscoli scheletrici si contraggono come per affrontare un aggressore (aumento del tono muscolare). Infine, l’irrorazione sanguigna diminuisce anche nelle aree del cervello specializzate nell’elaborazione delle informazioni ed nella soluzione dei problemi. L’aumento di afflusso di adrenalina causa un senso di inquietudine, parallelamente diminuisce la concentrazione mentale (ciò spiega perché sotto un forte fattore stressogeno non riusciamo ad operare ragionamenti complessi e scelte strategiche).

Finché si percepisce la persistenza del fattore di stress, noi “resistiamo” (fase di resistenza o adattamento): durante questa seconda fase, l’evento biologico fondamentale è la sovrapproduzione di cortisolo che ha, come conseguenza, la soppressione delle difese immunitarie.

Il conseguente indebolimento o la temporanea inefficacia delle funzioni immunitarie divengono preoccupanti qualora l’esposizione allo stress si protragga: la prolungata riduzione delle capacità difensive, infatti, moltiplica la probabilità di contrarre malattie infettive.

Quando il soggetto percepisce di aver superato il pericolo, l’organismo entra nella terza fase (di esaurimento); quest’ultima è caratterizzata da una rapida diminuzione degli ormoni surrenalici (le catecolamine adrenalina e noradrenalina e, in particolare, il glucocorticoide cortisolo), nonché delle riserve energetiche. La conseguenza è un’azione utile a riportare l’organismo alla funzionalità normale. L’effetto stimolante del sistema nervoso simpatico viene sostituito da quello calmante del parasimpatico.

La notizia inerente il rischio di contagio da COVID-19 e l’entità della diffusione dello stesso costituisce già intrinsecamente una informazione traumatizzante, in aggiunta a questo fattore traumatizzante (ed alla concatenazione di cambiamenti sul piano di realtà che vengono richiesti), gli individui sono esposti ad una complicazione ulteriore, correlata alla (inevitabile e comprensibile) divergenza di informazioni provenienti da canali differenti.

La stragrande maggioranza delle fonti attesta informazioni sovrapponibili, purtuttavia, talune di esse apportano contenuti ed analisi statistiche differenti (nel senso che risultano fornite con un taglio diverso): integrare informazioni differenti rappresenta uno sforzo cognitivo non irrilevante, la difficoltà duplice (sui piani del pensiero cognitivo ed emotivo) può spesso suscitare nel lettore/ascoltatore un grado di fatica psichica e di confusione, acuendone il senso di incertezza.

Qual è il Soggetto che fa fronte al meglio a questo evento epocale?

In sintesi, potremmo affermare che a fronte della percezione di un rischio, la flessibilità cognitiva, la stabilità psichica e l’abilità di autoregolazione emotiva, assurgono a ruolo centrale o fondamento (vale a dire quali fattori protettivi da un contraccolpo sull’assetto psichico precostituito).

Significa, che individui abili nell’autoregolare emozioni negative come ansia, rabbia, frustrazione ed al contempo abili nell’operare una integrazione flessibile delle informazioni cognitive apparentemente discordanti, o parzialmente discordanti, risulteranno maggiormente in grado di affrontare l’incertezza e di gestire situazioni di stress mettendo in gioco risorse mentali in grado di ridimensionare il livello di preoccupazione, purtuttavia senza banalizzare il grado di rischio correlato al virus, in tali casi, il grado di rischio soggettivamente percepito si avvicina al rischio oggettivo quantificato dagli epidemiologi.
(Diversamente, negli individui in cui difetta l’autoregolazione dell’ansia o la flessibilità cognitiva di integrazione delle informazioni, il grado di rischio percepito soggettivamente, si colloca molto al disopra del rischio oggettivo quantificato.

Il contagio da COVID-19 è tanto più terrificante in quanto -riconosciuto come un virus nuovo, -con conseguenze sugli organi non completamente note, ed -al di fuori del controllo personale: questi fattori, unitamente alla esigua abilità di autoregolazione dell’ansia, spiegano la percezione soggettiva del rischio accentuata rispetto alla valutazione oggettiva del rischio).

 

CONCLUSIONI

Per evitare il circolo psichico di uno stato di paura stagnante occorre recepire DATI informativi, al fine di agganciare la nostra percezione ad un congruo esame veritiero del quadro oggettivo rilevato.

Il programma biologico di attivazione dell’allerta risponde ad un meccanismo costruito anche su dei “tempi” di funzionamento neurofisiologici: l’esposizione prolungata agli input informativi (la nostra ricerca continuativa di dati, aggiornamenti e informazioni) determina il prolungato anomalo persistere di uno stato neurofisiologico di allerta (stato veicolato mediante la liberazione di sostanze attivanti).

Suddetti elementi informativi vengono interpretati, dunque, a livello neurobiologico quali stimoli di pericolo in tempo “continuato”, ostacolando dunque, la risoluzione e la metabolizzazione delle sostanze secrete, delineando una condizione stressogena protratta e persistente.

Per coloro i quali hanno una più carente autoregolazione dell’ansia, la ricerca di informazioni puntuali e focali con attinenza: ●alle peculiarità del virus, ●alle percentuali riscontrate e ●alla modalità caratteristica di diffusione dello stesso virus (dati afferenti agli ambiti infettivo ed epidemiologico) andrebbe operata confinandola in momenti precisi della giornata (ad esempio, vagliando 2 canali informativi selezionati e restringendo ad essi lo spazio che l'individuo destinerà all’aggiornamento delle informazioni).

Se da un lato, auspicabilmente, l’individuo dovrebbe poter lodevolmente operare una raccolta completa, articolata ed esaustiva del maggior numero di informazioni, anche di provenienze diversificate e di fonti differenziate ed integrate, realmente, una grande misura di soggetti patisce la sopraffazione psichica derivante da tale accalco informazionale.

L’auto-restrizione e la regolazione di questo afflusso informativo, costituisce per questi soggetti una forma di autotutela e di protezione.