risposte dello specialista Angela Maria Nitti
Gravidanza e rapporto con i genitori
Apri domandaBuonasera, quello che racconta mi sembra comprensibilmente faticoso, anche perché la reazione dei suoi genitori arriva in un momento che avrebbe probabilmente desiderato vivere con maggiore serenità e partecipazione. Nel suo racconto, però, c’è un elemento che mi sembra particolarmente importante: lei stessa si descrive come “la figlia perfetta che non ha mai dato problemi”, anche a costo di rinunce per rispondere alle aspettative dei suoi genitori. È possibile che questa seconda gravidanza stia mettendo in movimento qualcosa che va oltre la gravidanza stessa: il passaggio dal sentirsi ancora, in parte, una figlia che deve essere approvata al riconoscersi come donna adulta che può prendere decisioni importanti sulla propria vita e sulla propria famiglia. Il fatto che viviate insieme e che i suoi genitori partecipino molto alla gestione quotidiana rende naturalmente i confini più complessi. È comprensibile che l’arrivo di un altro bambino abbia conseguenze anche sulla vita domestica e che possano avere dubbi o preoccupazioni. Questo, però, è diverso dal pensare che una scelta riproduttiva della coppia debba essere preventivamente sottoposta alla loro approvazione. Probabilmente una parte del lavoro da fare riguarda proprio il senso di colpa. Sentirsi in colpa non significa necessariamente aver fatto qualcosa di sbagliato: a volte il senso di colpa compare quando iniziamo a comportarci in modo diverso da ciò che gli altri si aspettano da noi. Potrebbe quindi provare a distinguere due piani: da una parte le questioni concrete legate alla convivenza (spazi, organizzazione, eventuale aiuto con i bambini) sulle quali è utile parlare apertamente; dall’altra la scelta di avere un secondo figlio, che appartiene invece alla sua coppia. Non credo che il suo obiettivo debba essere convincere suo padre ad essere felice della gravidanza. Potrebbe essere più importante arrivare gradualmente a tollerare che lui possa essere contrariato senza che questo trasformi la sua scelta in qualcosa di sbagliato. In gravidanza questi passaggi possono diventare particolarmente intensi, perché mentre nasce un bambino si ridefiniscono spesso anche ruoli e rapporti tra le generazioni. Se il senso di colpa continuasse a occupare molto spazio o rendesse difficile vivere serenamente la gravidanza, qualche colloquio psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio questo equilibrio tra il suo essere figlia, moglie e madre. Un caro saluto, Angela Maria Nitti – Psicologa, area perinatale...
Lasciare per qualche settimana una bambina di tre anni senza la mamma
Apri domandaBuongiorno Rosalba, dalla sua descrizione emerge una relazione molto intensa e quotidiana con sua figlia: è comprensibile che l'idea di una separazione di due settimane preoccupi prima di tutto lei. C'è però un elemento incoraggiante in ciò che racconta: quando a settembre è stata assente per due giorni, sua figlia è riuscita a stare con il papà e ad attraversare bene la separazione sapendo che la mamma sarebbe tornata. Questo ci dice che la bambina possiede già una prima esperienza del fatto che la mamma può andare via e poi tornare. Due settimane sono naturalmente un tempo diverso da due giorni, soprattutto a tre anni. Per questo più che cercare di convincerla che “non deve essere triste”, lavorerei sulla prevedibilità. Potete raccontarle con parole semplici cosa accadrà, senza iniziare troppo tempo prima e senza continuare a chiederle se è preoccupata. Può essere utile costruire insieme un piccolo calendario delle “nanne”: ogni giorno il papà può cancellarne una, in modo che il ritorno della mamma diventi qualcosa di concreto e comprensibile. Preparerei però soprattutto il periodo precedente alla partenza. Se attualmente quasi tutte le routine passano attraverso di lei, sarebbe utile che il papà iniziasse gradualmente a occuparsi già adesso di alcuni momenti: accompagnarla o riprenderla dall'asilo, il bagno, una parte della sera, il riposino o qualche attività solo con lui. Non perché debba “sostituire la mamma”, ma perché padre e figlia possano costruire modalità loro di stare insieme prima che la necessità diventi improvvisa. È possibile che sua figlia protesti, dica di non volere che lei parta o pianga. La protesta non è necessariamente il segnale che la separazione le stia facendo male: può essere semplicemente il modo, del tutto comprensibile, con cui una bambina di tre anni esprime che preferirebbe avere la mamma con sé. Durante l'assenza manterrei un contatto abbastanza prevedibile come per esempio una videochiamata in un momento stabilito, osservando però anche come reagisce la bambina. Per alcuni bambini sentirsi ogni giorno è rassicurante; per altri troppe chiamate riattivano ogni volta la separazione. Potrete quindi regolarvi guardando concretamente come sta lei. Eviterei invece partenze di nascosto o saluti molto prolungati e incerti: è più rassicurante un saluto chiaro, affettuoso e coerente. Infine terrei presente anche la sua fatica di mamma. A volte siamo noi adulti a vivere anticipatamente la separazione con molta angoscia, e il bambino può percepire quella preoccupazione. Preparare sua figlia significa quindi anche riuscire, per quanto possibile, a trasmetterle questo messaggio: “Mi mancherai, ma so che puoi stare con papà e so che ci ritroveremo.” Se nelle settimane precedenti emergessero invece reazioni molto intense e persistenti, o se volesse preparare più nel dettaglio questo passaggio, qualche colloquio di consulenza genitoriale potrebbe essere utile per costruire insieme modalità adeguate alle caratteristiche specifiche della bambina e della vostra famiglia. Un caro saluto, Angela Maria Nitti – Psicologa, area perinatale e genitorialità...
Rispettare i genitori o mettere davanti me stessa?
Apri domandaBuongiorno, nel titolo della sua domanda mette in alternativa due possibilità: rispettare i genitori oppure mettere davanti se stessa. Credo che proprio questa contrapposizione possa essere un primo punto su cui riflettere. Diventare adulti non dovrebbe richiedere di scegliere tra voler bene ai propri genitori e poter decidere della propria vita. È possibile riconoscere ciò che abbiamo ricevuto dalla nostra famiglia, mantenere un legame e, nello stesso tempo, non attribuire ai genitori il diritto di decidere quale relazione sentimentale avere, dove lavorare o quali scelte compiere. Dal suo racconto sembra che per molto tempo l'approvazione familiare sia stata strettamente collegata al fatto che lei e suo fratello faceste scelte coerenti con le aspettative di sua madre. Ora che sta diventando più autonoma — sta terminando gli studi, lavorando, costruendo una relazione adulta — il conflitto sembra aumentare. Mi soffermerei soprattutto sui sensi di colpa che descrive. Quando per molto tempo abbiamo imparato che discostarci dalle aspettative delle persone importanti produce rabbia, silenzio, sofferenza o accuse, può diventare molto difficile distinguere tra “sto facendo qualcosa di sbagliato” e “sto facendo qualcosa che loro non approvano”. Sono due cose molto diverse. Il fatto che i suoi genitori dicano di essere delusi o di stare male non significa necessariamente che lei debba modificare le proprie scelte per far cessare il loro disagio. Allo stesso modo, il rispetto non implica accettare urla, insulti, lanci di oggetti o discussioni continue che interferiscono con il suo lavoro, lo studio e il suo benessere. Credo quindi che la domanda possa gradualmente trasformarsi da “come faccio a non deluderli?” a “quali decisioni appartengono a me e quale rapporto voglio avere con i miei genitori mentre comincio a prenderle autonomamente?” In questa fase potrebbe esserle utile anche lavorare su aspetti molto concreti: riconoscere quando una conversazione non è più un confronto ma diventa uno scontro, interromperla senza dover convincere l'altro, scegliere quali informazioni della propria vita condividere e cominciare a progettare una maggiore autonomia anche pratica, se oggi la convivenza rende particolarmente difficile differenziarsi. Visto che riferisce episodi ricorrenti di ansia e pianto e una situazione che sta interferendo anche con la preparazione della tesi, prenderei in considerazione un percorso psicologico. Non tanto per stabilire chi abbia ragione nella sua famiglia, quanto per aiutarla a riconoscere il ruolo che ha occupato fino ad ora, comprendere da dove nasce il senso di colpa e costruire modalità più adulte e sostenibili di stare nelle relazioni. Se invece dovesse percepire che i momenti di rabbia possono trasformarsi in una situazione concretamente pericolosa, la priorità diventa proteggersi e poter contare su persone e luoghi sicuri. Un caro saluto, Angela Maria Nitti – Psicologa...