La chiave segreta è non aver paura

Pubblicato il 19 ottobre, 2015  / Psicologia e dintorni
La chiave segreta e' non aver paura

"La chiave segreta dell'arte del morire consiste nel non aver paura".

Questa frase è uno dei profondi insegnamenti contenuti nel Bardo Tosgrol, il libro tibetano dei morti.

Si tratta di una lezione importante non solo per il morente, ma anche e soprattutto per i vivi, in quanto la morte è in verità parte integrante della vita.

In ogni istante il nostro corpo crea nuove cellule e ne distrugge altre, in ogni fase della nostra vita, per far posto al nuovo, c'è qualcosa di noi che dobbiamo lasciar andare cosicché sia possibile proseguire; i nostri stessi pensieri nascono e muoiono in un ciclo infinito, così come le nostre emozioni.

Viviamo immersi nell'impermanenza e dunque, imparare a morire è, invero, imparare a vivere.

Un altro meraviglioso e profondissimo testo recita così: "l'amore perfetto caccia via la paura. Se esiste paura, allora non c'è perfetto amore[1]".

Se è vero che per imparare ad accogliere l'impermanenza alla quale profondamente apparteniamo è necessario smettere di aver paura, per riuscire in questa titanica impresa siamo invitati ad andare alla ricerca dell' "amore perfetto", unico vero antidoto.

Poichè questi sono i presupposti che guidano il mio essere e il mio operare, ogni volta che accolgo in studio un nuovo consultante, lo aiuto a cercare tra le pieghe della sua anima gli ostacoli che, per qualche ragione, sono venuti a crearsi tra sé e la propria innata capacità di amare e di lasciarsi amare in modo perfetto.

E' questo un percorso sempre diverso, sempre unico ed eppure sempre uguale poiché, a prescindere dai personali ostacoli, nonostante le diverse storie di vita, la strada è ogni volta quella di prendere distanza dalle voci del mondo per imparare a dialogare con la propria interiorità più segreta, di cui talvolta si ignora addirittura l'esistenza.

Guardare negli angoli bui della propria anima è la prova iniziatica più difficile di ogni percorso di cambiamento, giacché dopo aver guardato è necessario accogliere ed amare incondizionatamente ciò che si è visto.

Amare quindi, ma anche lasciarsi amare, ovvero lasciarsi guidare dalla forza e dalla saggezza che risiedono proprio in quel bacino denso e scuro, capace di generare in noi malessere, sofferenza e tormento, ma solo fino a quanto lo combatteremo come un nemico.

Il mio ruolo è allora quello di tenere per mano il consultante che si addentra nel buio, per accompagnarlo a ricercare e poi a ricevere i preziosi doni in esso custoditi.

Portando la luce là dove prima vi erano solo tenebre, si giunge alla più grande scoperta, ovvero si com-prende che nulla di realmente spaventoso dimorava in quel buio; allora, finalmente, ci si trova a sorridere, come fa il bambino che al tornar del sole scopre che le mostruose ombre della notte erano solo le sagome dei propri giocattoli preferiti.

Fonte:

  • [1- "Un Corso in Miracoli, ed. Armenia]