Come puoi evitare di essere aggredito

Architettura di un'aggressione

Pubblicato il 10 settembre, 2018  / Psicologia e dintorni
evitare di essere aggrediti
Come difendersi da un'aggressione?

Sei mai stato aggredito fisicamente in un attacco improvviso che ti ha colto impreparato? Hai mai provato la sensazione di sentirti in trappola e di averlo capito troppo tardi?

Le pagine di cronaca dei quotidiani riportano spesso notizie di questo tipo, così come i telegiornali: sono tra gli avvenimenti che coinvolgono di più l’opinione pubblica, episodi a volte di violenza inaudita contro persone indifese, vittime casuali, turisti, ma anche episodi che accadono tra conoscenti e famigliari, provocando non meno indignazione quando vengono descritti nelle pagine della cronaca locale.

Quando siamo impreparati ad affrontare un’aggressione nella maggior parte dei casi proviamo una paura estrema e totalizzante, in molti casi la vittima dell’aggressione rimane addirittura immobile, come paralizzata, davanti all’aggressore, incapace di ogni tipo di reazione. Questo succede perché la paura supera la nostra capacità di reagire, bloccando ogni possibile risposta da parte della vittima e aumentando il rischio di essere sottomessi.

Le risposte automatiche

Da un punto di vista fisiologico il nostro corpo ha delle reazioni innate davanti alla paura e a una situazione di pericolo. Una parte del sistema nervoso si attiva e provoca nel nostro corpo una serie di reazioni importanti, tra cui l’aumento del battito cardiaco e del ritmo di respirazione, l’aumento della sudorazione e la dilatazione delle pupille. Queste reazioni si completano a vicenda in quella che è chiamata “risposta di attacco e fuga”, il nostro corpo cioè si prepara a uno scontro o alla fuga per la sopravvivenza.

È una risposta primitiva presente anche in molte specie animali. Da un punto di vista fisiologico, quindi, siamo pronti anche a combattere e non solo a fuggire quando ci accorgiamo che stiamo per essere aggrediti, ma nella realtà dei fatti le cose vanno spesso in modo ben diverso e la paura blocca ogni nostra reazione. La paura ci fa perdere il controllo, la capacità di valutare la situazione realisticamente e decidere se reagire combattendo o scappando.

La domanda fondamentale allora è: ”come posso riuscire a mantenere il controllo e a mettermi in salvo evitando che la paura abbia il sopravvento?”

La mente dell’aggressore

Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima analizzare l’architettura di un’aggressione e la mentalità dell’aggressore.

L’aggressore pensa come un predatore, vuole ottenere qualcosa dalla sua vittima ed è disposto a mettere in gioco ogni mezzo a sua disposizione per ottenerlo. Il rischio calcolato si spinge più in là di quanto è consentito dalla legge. L’aggressore è consapevole che il suo gesto si svolgerà oltre la legge e le convenzioni sociali, spesso ha già calcolato anche il danno che potrà subire la vittima e quelli che eventualmente potrà subire lui. Da questo punto di vista l’aggressore è enormemente in vantaggio rispetto alla sua vittima e soprattutto potrà decidere tre elementi cruciali nell’architettura dell’aggressione.

Il primo elemento è il tempo.

C’è differenza tra un’aggressione fatta di notte o di giorno, come c’è differenza tra un’aggressione fatta in un giorno piuttosto che un altro. Immagina un’aggressione sul treno, esistono criminali specializzati in questo: aggredire un passeggero per ottenere soldi o altro è quasi impossibile in un treno affollato di lavoratori alle sette del mattino in un giorno infrasettimanale, quando tutti sono in viaggio per recarsi sul posto di lavoro. Diversa è invece la situazione di un treno che viaggia di sabato notte, sicuramente meno affollato e più accessibile per l’aggressore che vuole agire indisturbato.

Il tempo riguarda anche la possibile durata dell’aggressione. Per raggiungere il suo obiettivo l’aggressore ha in mente che deve essere libero di agire per un determinato tempo e poi deve avere possibilità di fuggire indisturbato, questo è un fattore che terrà in considerazione quando sceglierà il momento in cui colpire.

Il secondo elemento di vantaggio è il luogo.

Un’aggressione avviene nel luogo scelto dall’aggressore, o comunque in un luogo dove si sente libero di potere mettere in atto il suo attacco. Spesso si tratta di un luogo isolato, dove non sono presenti altre persone nelle vicinanze, ma altre volte l’aggressione avviene in luoghi meno isolati in situazioni dove è comunque facile bloccare la vittima, come può essere il bagno di un locale pubblico o un ascensore. A volte le aggressioni iniziano in un luogo con una trappola iniziale per attirare la vittima che poi sarà trasportata in un altro luogo, come può essere un appartamento o un magazzino di cui l’aggressore ha il possesso delle chiavi.


La scelta del luogo riguarda anche un’esigenza fondamentale dell’aggressore, il quale ha necessità che la vittima non sfugga all’attacco, mentre lui ha la necessità di allontanarsi indisturbato alla fine della sua azione. Spesso, infatti, le aggressioni sono messe in atto in luoghi nascosti ma in prossimità di grandi spazi aperti o grosse arterie di comunicazione, ad esempio un vicolo stretto e buio in prossimità di una grande piazza o strada.

Il terzo elemento è il metodo.

Dotarsi di un’arma che può infliggere ferite mortali è uno dei metodi più usati per pianificare l’aggressione. Minacciare una persona con un coltello alla gola o una pistola puntata alla tempia è un gesto estremo di dominio perché il carnefice sta mettendo la vittima davanti alla possibilità di morire o riportare lesioni estremamente gravi.

La conseguenza di questo triplice vantaggio è un grande sbilanciamento nel rapporto di potere tra vittima e carnefice: l’aggressore sa di esserlo e ha già individuato il contesto più adeguato per entrare in azione, mentre la vittima non sa di esserlo e si troverà improvvisamente in una situazione pericolosa e apparentemente senza vie d’uscita.

Per contrastare questa situazione di inferiorità l’obiettivo principale della vittima deve essere mettersi in salvo, non necessariamente rispondendo con uno scontro diretto, come comunemente si pensa, ma pensando prima di tutto a un modo di salvarsi evitando lo scontro. In questa situazione di enorme svantaggio lo scontro porterebbe infatti a vincere quasi sicuramente l’aggressore e la vittima riporterebbe probabilmente delle ferite anche gravi, quindi lo scontro diretto, la risposta all’aggressione fisica, deve essere l’ultima scelta, l’extrema-ratio a cui ricorrere solo se ogni altra via di salvezza è inaccessibile e solo se si è preparati fisicamente e mentalmente ad affrontare lo scontro.

Tre strategie per mettersi in salvo

Allenarsi mentalmente e fisicamente con training specifici per superare situazioni critiche è una buona strategia per non farsi cogliere impreparati in caso di aggressione, evitando che la paura blocchi ogni nostra risposta.

Per farlo in modo efficace possiamo ricorrere a questi tre elementi:

  • 1 – Reframing

Consiste nell’imparare a ricontestualizzare le nostre esperienze per renderle meno paurose e più facili da affrontare. In alcuni casi avviene per necessità o in modo istintivo, come può essere il caso di un escursionista in montagna che rimane bloccato terrorizzato al suo primo incontro con una vipera, ma se con il passare degli anni diventa un escursionista esperto e nelle sue escursioni incontra molte vipere con il tempo si abituerà a questa presenza e la sua mente avrà sempre presente l’opzione di poterne incontrare una lungo il cammino, imparando a gestire la situazione con più famigliarità.

Anche se non è facile nel caso delle aggressioni mettere in atto questa pratica perché è raro essere aggrediti più volte possiamo comunque allenarci a pensare come l’aggressore e immaginarci delle situazioni a noi famigliari come potenziali scene di aggressione. Ad esempio se tornando dal lavoro dobbiamo percorrere di sera a piedi un tratto di strada buio e isolato possiamo provare a pensare con la mentalità dell’aggressore per immaginare quali sono i punti più pericolosi e utilizzabili per un agguato, quali sono le possibili vie di fuga, come potremmo provare a colpire o metterci in salvo a seconda del punto preciso dell’aggressione, possiamo provare a memorizzare quali sono i negozi o bar aperti fino a quell’ora di sera e capire quali sono le strade più brevi per arrivarci, ecc. In questo modo avremo mentalmente anticipato molte situazioni potenzialmente a rischio, che saranno per noi più famigliari.

  • 2 – Redirezionamento emotivo

È difficile riprendere il controllo in situazioni di stress estremo e contrastare le risposte automatiche della nostra mente per tornare a una gestione cosciente e volontaria della situazione, è però possibile sostituire a un’emozione primaria come la paura, un’altra emozione primaria che si impone con forza, come può essere la rabbia. Tramutare la paura in rabbia potrebbe rappresentare un’arma a nostro favore in grado di farci riprendere il controllo della situazione e di superare quella sensazione di impotenza che appartiene alla vittima.

Anche per questo serve un allenamento mentale specifico, se viviamo con la costante paura di un’aggressione dobbiamo iniziare a pensare in modo diverso, dobbiamo pensare e convincerci che abbiamo il diritto di camminare da soli anche in strade deserte o isolate senza essere aggrediti, abbiamo il diritto di prendere un treno semi-vuoto anche a tarda ora senza doverci guardare continuamente intorno, abbiamo il diritto di vivere una vita senza la paura di diventare vittime.

  • 3 – Allenamento realistico

È possibile comunque allenarsi, anche senza esporsi a situazioni rischiose, con training specifici che ci permettano di individuare velocemente le situazioni potenzialmente a rischio e analizzare la situazione per essere pronti a una risposta rapida ed efficace, soprattutto in situazioni di stress emotivo. Il training deve migliorare la capacità di affrontare realisticamente una situazione rischiosa nella vita di tutti i giorni, a freddo, magari senza un abbigliamento adatto e senza protezioni. È il caso di alcune tecniche di autodifesa come il Krav Maga, che a differenza di altre attività più di stampo sportivo, come le arti marziali, insegnano a rispondere a un attacco anche in situazioni più “sporche”.

È quindi possibile evitare di essere aggrediti? Molto probabilmente sì, o almeno è possibile allenarsi per gestire le nostre risposte automatiche in situazioni di forte stress emotivo e mantenere la lucidità per cercare di mettersi in salvo o in situazioni estreme affrontare anche uno scontro fisico limitando i danni. È però essenziale un allenamento specifico che ci permetta di sviluppare abilità che escano dalla nostra quotidianità, ma che potrebbero comunque rappresentare delle valide risorse trasversali da sfruttare anche in altri campi della nostra vita.

BIBLIOGRAFIA:

  • “Empowerment Self-Defense” di Jocelyn A. Hollander in “Sexual Assault Risk Reduction and Resistance: Theory, Research, and Practice” – 2018, Academic Press
  • “The Psychology of Self-defense: Self‐Affirmation Theory” di David K. Sherman, Geoffrey L. Cohen in “Advances in Experimental Social Psychology, Volume 38, 2006
  • “High-risk sexual offenders: Towards a new typology” di Kimberley Kaseweter, Michael Woodworth, Matt Logan, Tabatha Freimuth in “Journal of Criminal Justice”, volume 47, Dicembre 2016
  • “The psychology of self-defense” di Christopher Sutton - 2009, CES Publishing